Il Pime, la sua storia e la missione di oggi

Il Pime, la sua storia e la missione di oggi

Nella festa di San Francesco Saverio si è tenuto a Milano il Convegno di studio promosso in occasione delle celebrazioni dei 170 anni dalla nascita dell’istituto. Storici e voci autorevoli della Chiesa italiana si sono confrontati rileggendo i mutamenti dell’annuncio del Vangelo alle genti tra le svolte di ieri (dalla decolonizzazione al Concilio) e le sfide di oggi.

 

Rileggere la propria storia non per celebrare, ma per cogliere – anche nelle sue stesse fatiche – le strade per annunciare il Vangelo oggi. Si può riassumere così il senso del Convegno di studio che l’Ufficio Beni Culturali e l’Ufficio Storico del Pime hanno promosso al Centro di Milano a conclusione del biennio che la Direzione generale del Pime ha indetto nel 2020 in occasione dei 170 anni dalla nascita del Seminario Lombardo per le Missioni Estere, che dal 1926 poi – insieme al Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo – avrebbe dato vita al Pime. In concomitanza con la festa di san Francesco Saverio e coordinati da padre Massimo Casaro, storici e voci autorevoli della Chiesa italiana si sono confrontati rileggendo i mutamenti della missione tra le svolte di ieri e le sfide di oggi.

Nel suo saluto introduttivo il superiore generale del Pime padre Ferruccio Brambillasca – appena rientrato da un viaggio che l’ha portato a toccare con mano la storia del Pime a Hong Kong, in Myanmar, in Thailandia e in India – ha sottolineato due costanti che hanno sempre contraddistinto la storia dell’istituto: il servizio alle Chiese locali  e il desiderio di annunciare ovunque il Vangelo. L’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, esprimendo la gratitudine della Chiesa ambrosiana al Pime, ha voluto invece invocare in questa ricorrenza quattro doni particolari dello Spirito sul Pime e sulla Chiesa.

Innanzi tutto il dono della gioia, perché «una Chiesa arrabbiata, che solleva bandiere per mettersi contro qualcuno, non è docile allo Spirito». Poi il dono dell’obbedienza: «Non dobbiamo essere complessati, ma docili al Signore che manda – ha spiegato – perché il mondo non attende una parola uguale alle altre, ma la parola del Vangelo». Un terzo dono dello Spirito da invocare per la missione oggi, secondo l’arcivescovo di Milano è quello dell’attenzione: «Per resistere alla presunzione di aver già capito tutto, di avere solo da insegnare, e cogliere invece i semi del Verbo presenti nelle culture, imparare dai poveri, dai piccoli, da quelli che apparentemente non contano». Infine il dono dell’intelligenza critica, perché «la missione vera non si accontenta di qualche espressione brillante che suscita popolarità, ma sa rileggere la sua storia per imparare anche dagli errori».

Proprio questo tipo di rilettura è stato il filo rosso degli interventi che hanno scandito tutto il convegno: il prof. Massimo De Giuseppe – a partire dell’esperienza latino-americana, nel passaggio tra il XIX e il XX secolo – ha analizzato i primi germi del superamento dell’idea di “conquista” di cui il Concilio Plenario Latinoamericano del 1899 fu un simbolo importante. Il prof. Mauro Forno si è invece concentrato sul rapporto tra la missione e la decolonizzazione, con le intuizioni importanti già presenti nella lettera apostolica di Benedetto XV Maximum Illud del 1919, ma anche con le resistenze al cambio di prospettiva da parte di tanti sacerdoti impegnati sul campo nel periodo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Sessanta. La prof.sa Adriana Valerio ha poi ripercorso il contributo delle donne al Concilio Vaticano II, con l’idea che i dinamismi della storia – compresa la questione femminile – sono un “segno dei tempi” anche per la missione.

È toccato a padre Gianni Criveller, preside dell’Istituto teologico missionario del Pime, tirare le somme delle trasformazioni nell’idea di missione nella storia recente dell’istituto. A partire da quello che fu lo snodo fondamentale: il Capitolo di aggiornamento che tra il 1971 e il 1972, sulla base di quanto affermato dal Concilio, vide il Pime elaborare un radicale ripensamento della vita missionaria. Con la volontà di aprirsi alle “vie nuove” della liberazione, dell’inculturazione, del dialogo tra credenti di fedi diverse. Ma anche con le tante domande sul pericolo di ritrovarsi ad abbandonare la specificità dell’annuncio di Cristo.

Infine la prof.sa Raffaella Perin, responsabile dell’Ufficio storico del Pime, ha ripercorso il tragitto degli ultimi vent’anni, con le nuove sfide poste all’istituto dall’accelerazione del cambiamento d’epoca. Prima tra tutte l’internazionalizzazione, sempre più marcata anche tra i membri dell’istituto. Se infatti nel 2001 i missionari italiani del Pime erano l’88%, oggi sono già diventati il 66% e questa percentuale è destinata ulteriormente a scendere. Del resto tra gli attuali 61 studenti del Seminario di Monza non c’è alcun seminarista italiano.

Dentro a questo contesto, come ripensare oggi  la missione? È stato il tema affrontato nell’intervento conclusivo da mons. Roberto Repole, teologo e arcivescovo di Torino, che da qualche anno ormai sta invitando a ripensare la missione a partire dal paradigma del dono. Si tratta – ha spiegato – di fare i conti fino in fondo con alcune coordinate della cultura attuale dell’Occidente: la fine della cristianità, cioè di quel modello per cui appartenere alla società civile e alla Chiesa erano un’unica cosa; la cultura post-moderna con il suo sospetto generalizzato nei confronti di ogni pretesa di verità; la secolarizzazione che rende centrale la categoria della libertà; la globalizzazione che mercifica tutto, ma nello stesso tempo porta anche in Occidente i diversi altari del pluralismo religioso.

«Oggi – ha spiegato Repole – la missione rischia di sbattere contro due scogli. Da una parte la pretesa di trasmettere la fede con l’imposizione e la violenza, che è quanto di più lontano possa esistere dalla mentalità dell’uomo di oggi. Ma c’è anche il rischio opposto: il dialogo in assenza di verità, che fa svanire ugualmente ogni forma di missione». Riscoprire davvero quanto sia fondante per il Vangelo la parola di Gesù «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», diventa allora la strada per ritrovare la gioia di un annuncio che diventa «ridondanza» e accetta davvero fino in fondo la libertà dell’altro. Compresa anche la possibilità di rifiutare questo dono.

Una prospettiva che chiede di rimettere al centro la dimensione dell’ospitalità, anche a livello comunitario. «C’è uno spazio per te in Cristo come l’ho trovato io – ha concluso mons. Repole -. Ed è da persona a persona che dobbiamo tornare ad annunciarlo».