Israele, un voto per il futuro
Con le elezioni del 27 ottobre Israele sceglierà in che direzione andare in un momento critico della sua storia: «Il Paese è polarizzato, ma in tanti vogliono una svolta e lottano per la democrazia», afferma la scrittrice e attivista Manuela Dviri (anche in video o ascolta in podcast)
«Mi rifiuto categoricamente di essere pessimista, è un lusso che non ho mai avuto e non avrò mai: il pessimismo significa tornare sempre indietro, invece io penso che l’ottimismo ti salvi. Anche quella è una forma di politica». Manuela Dviri sceglie questo sguardo per leggere il contesto israeliano alla vigilia delle attesissime elezioni parlamentari del prossimo 27 ottobre, in cui il Paese sceglierà in che direzione andare in un momento critico della sua storia. E, dopo 17 anni (senza contare il primo mandato dal 1996 al ’99), deciderà se chiudere la lunga e «disastrosa» era Netanyahu. Dviri, scrittrice, giornalista e attivista italo-israeliana, dalla sua casa di Tel Aviv descrive un Paese polarizzato: «C’è chi ama questo governo e sta facendo tutto il possibile perché rimanga, e c’è un’altra parte della società – apparentemente maggioritaria – che invece non vede l’ora che se ne vada», racconta. Lei appartiene alla seconda categoria, e difficilmente potrebbe essere altrimenti vista la sua storia personale: dopo che, il 26 febbraio 1998, il suo terzo figlio Yoni, soldato di leva di ventun anni, rimase ucciso in Libano durante uno scontro con i miliziani di Hezbollah, ha scelto di trasformare il proprio lutto in un impegno contro l’inutilità della guerra, promuovendo il dialogo tra israeliani e palestinesi.
Non sorprende che, oggi, viva con preoccupazione il declino delle istituzioni democratiche dello Stato, ma anche la grave crisi morale che esso sta attraversando. Eppure, questa donna dalla verve straordinaria e dallo spirito indomabile vede ragioni per non cedere allo sconforto: «Credo e spero che con queste elezioni riusciremo a cambiare l’atmosfera del Paese, visto che siamo tuttora una democrazia e stiamo lottando per continuare a esserlo. È dal 2022 che scendiamo in piazza per dimostrare contro il governo, tutti i sabati sera, come se fosse un lavoro: questo è il pezzo di Israele di cui mi sento parte. Allo stesso modo, mi sento parte di quel popolo ebraico, dentro e fuori i confini nazionali, che ci ricorda qual è la morale dell’ebreo e dello stesso essere umano. Ciò che ci hanno mostrato i vari ministri Smotrich e Ben-Gvir, lo stesso Netanyahu e tanti altri politici è la perdita di questo senso morale, che è importantissimo: se lo perdi, perdi te stesso».
Tre settimane prima delle elezioni ricorre l’anniversario degli attentati terroristici del 7 ottobre 2023: come è presente nella società israeliana quel lutto?
«Si tratta di un trauma da cui nessuno di noi è guarito fino a oggi, né credo che guariremo mai per una ragione molto semplice: i nostri genitori e i nostri nonni hanno vissuto la Shoah, la mia generazione è nata immediatamente dopo la guerra e il neonato Stato di Israele rappresentava per noi la promessa che nulla di simile sarebbe mai più successo. Ora, il 7 ottobre non ha nulla a che fare con la Shoah e non ci somiglia neanche un po’, però senza dubbio riporta a galla quel trauma. Perché il Paese ci aveva promesso sì una vita difficile, forse tante guerre e moltissimi pericoli, forse che saremmo morti giovani o avremmo visto morire i nostri figli, ma anche che non saremmo più stati in balia di altri, che avremmo avuto uno Stato, un governo e un esercito che ci avrebbero protetti. E questo non è successo».
Sui media e nel dibattito sociale è presente anche il tema delle violazioni in corso a Gaza, in Libano, in Cisgiordania? «Della Cisgiordania si parla moltissimo e, nella parte di società in cui mi riconosco, con grande preoccupazione. Una mia cara amica, ad esempio, è coinvolta in un progetto di raccolta fondi per fornire materiale scolastico nei villaggi palestinesi aggrediti dai coloni violenti. E c’è chi va in questi villaggi per proteggere la popolazione, e viene a sua volta colpito. Queste persone non rappresentano certo la maggioranza della società, eppure Israele è anche questo».
Intanto, però, i giovani israeliani continuano a morire in guerra o a rimanere rovinati per sempre da ciò che hanno dovuto fare, o a cui hanno assistito…
«Malauguratamente, in qualche modo le nuove generazioni si sono abituate a dover fare il militare e a essere chiamate a combattere. Quello che temo di più è che si siano rassegnate a vivere senza pace, mentre il nostro dovere è vivere nella pace. I giovani hanno meno ricordo dei periodi di stabilità che abbiamo avuto, e invece si sono trovati ad affrontare delle realtà spaventose: non dimentichiamo che il 7 ottobre è stato un evento di un orrore enorme, inenarrabile».
In questo scenario, i diversi schieramenti politici stanno preparando le proprie alternative. Partiamo dall’opposizione di centrodestra al Likud, che vede la ricostituita alleanza tra Naftali Bennet e Yair Lapid, l’impegno di Benny Gantz e, soprattutto, l’entrata in scena di Gadi Eisenkot e del suo partito Yashar, che sembrerebbe il favorito. Come lo giudica?
«Eisenkot ha perso un figlio in guerra, esattamente come me, e questa esperienza, se riesci a non perdere la ragione, ti dà una scossa, ti aiuta a comprendere le cose più lucidamente. Quindi penso sia un dettaglio importante. In più è di origine marocchina, per cui può rappresentare tutta quella parte di Israele proveniente dal mondo arabo che si è sentita discriminata dai governi passati. Certo non è un pupillo di Peres o Rabin, è un ex capo di Stato maggiore: d’altra parte in Israele molto spesso si arriva al governo attraverso la carriera militare».
Per quanto riguarda l’area progressista, a capo dei Democratici nati due anni fa dalla fusione tra i laburisti e Meretz è stato eletto Yair Golan, un generale che sostiene la soluzione dei due Stati e si oppone all’occupazione israeliana della Cisgiordania. È un buon candidato?
«Yair Golan è stato uno dei primi militari che il 7 ottobre si è recato al confine con Gaza a salvare vite. Un uomo non giovane, con i capelli bianchi, che ha indossato la divisa, ha imbracciato il mitra e è andato a combattere, uscendone vivo. Anni luce rispetto a Netanyahu».
Ma potrebbe raccogliere i consensi anche di un’altra importante componente della società israeliana: i cittadini arabi (palestinesi, drusi e beduini), che rappresentano il 20% della popolazione?
«Su questo fronte, di recente abbiamo assistito a una svolta significativa: per la prima volta un partito arabo, Ra’am, guidato da Mansour Abbas, ha candidato un ebreo in cima alla propria lista (l’ex parlamentare Yoav Segalovitz, ndr). E i vari partiti arabi stanno cercando di unirsi il più possibile per non disperdere voti e seggi alla Knesset. Visto però che pure loro sono litigiosi quanto le altre formazioni, speriamo che riescano a mettersi d’accordo e a spingere gli elettori ad andare a votare in grandi numeri, così da avere un peso politico. E occuparsi in primo luogo della criminalità e della violenza fuori controllo all’interno delle comunità arabe, su cui l’attuale governo ha dimostrato grave inerzia».
Lei è spesso in viaggio: all’estero percepisce una crescita dell’antisemitismo?
«Secondo me l’antisemitismo emerge laddove c’era già, non te lo immagini dalla mattina alla sera. Essendo nata nel dopoguerra e avendo vissuto in Italia fino a circa vent’anni, io lo riconosco. Di solito comincia con una frase tipo: “Certo, vi hanno fatto tante cose brutte, avete un destino di sofferenza, però anche voi…”. Resiste pure l’antisemitismo antigiudaico, quello di chi dice: “Avevate Dio fra le mani e guardate cosa ne avete fatto…”. E non mancano nemmeno alcuni luoghi comuni sempreverdi: “Voi avete i mezzi, siete voi che mandate avanti il mondo”. Tutto questo c’era anche prima, ma il 7 ottobre e quello che è venuto dopo hanno tirato fuori i vecchi demoni».
Lei racconta che spesso si sente chiedere: «Ma perché voi israeliani che non sostenete il governo non fate qualcosa?». Una domanda che la indispone.
«Certo. Che cosa posso fare io, Manuela Dviri, per i cittadini di Gaza più di quello che ho fatto nella mia vita? Oltre vent’anni fa, in collaborazione con il Peres Center for Peace, abbiamo creato un progetto, tuttora attivo, che si occupa di aiutare i bambini palestinesi malati permettendo loro di sottoporsi a cure mediche in Israele o, quando non è possibile, in Palestina. In questo modo sono stati già assistiti tra i 13 e i 14 mila piccoli. E questo io non l’ho fatto per amore di Gaza, o di Betlemme o di Ramallah, l’ho fatto perché i bambini palestinesi devono avere tutto l’aiuto possibile per vivere, come quelli israeliani. È molto, molto semplice».
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