AL DI LA’ DEL MEKONG
Il nonno del pane

Il nonno del pane

In Cambogia, gli anni Ottanta sono stati senza preti. Così uomini, laici, maturi e credenti, hanno garantito continuità animando come “sacerdoti” la vita delle piccole comunità cristiane. Nel racconto della morte di uno di loro io missionario ho imparato ancora una volta che cosa voglia dire morire in Cristo

 

«Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui» (1)

Qualche giorno fa mi hanno chiamato al capezzale di una signora anziana, cattolica, di origine vietnamita e residente a Prey Veng, la mia prima parrocchia. Alcuni rapporti umani resistono all’usura del tempo e di tanto in tanto le circostanze della vita impongono di cercarsi, rivedersi, stringersi ancora per un’ultima volta. Così è stato con questa signora, ormai in fin di vita. Conosciuta da tutti non per il suo vero nome ma per un nomignolo affibbiatogli proprio da me ormai più di 15 anni fa – che se dovessi tradurre in italiano suonerebbe così, la “nonna del pane” – l’ho trovata a casa sua, distesa, dormiente, in pace. Affaticata nel respiro, non manifestava particolari segni di dolore. Gli avevano appoggiato sul petto un crocifisso di almeno un spanna di lunghezza, disteso su di lei, mentre entrambe le mani erano riposte una sull’altra come ad impugnare la croce dal basso, già pronta per il passaggio che sarebbe sopraggiunto di lì a poco, la sera di quello stesso giorno.

Il soprannome “nonna del pane”, in realtà era dovuto al marito, anche lui cattolico e vietnamita, che nei primi anni 2000 era l’unico panettiere della città. Dal 2004 al 2011 ho vissuto e abitato a Prey Veng e lui in quanto panettiere, mi faceva trovare il pane fresco sulla tavola della canonica tutte le mattine. Tutte le mattine per sette anni!

Incaricava uno dei suoi nipoti – aveva 10 figli quindi non mancava certo di nipoti! – e questi con la bicicletta arrivava puntuale, appena dopo le preghiere del mattino, con due o tre filoni di pane appena sfornati. Se sapevano che ero assente per un motivo o per l’altro, sospendevano l’andirivieni, ma avrebbero ripreso appena fossi tornato. Per questo mi curavano! Telefonavano o passavano per vedere se ero rientrato. Da allora cominciammo a chiamare il panettiere, il “nonno del pane” e la moglie, di riflesso, la “nonna del pane”, anche per l’età avanzata di entrambi. Quei nomignoli andavano bene, suonavano loro simpatici, affettuosi, tant’è che continuammo a chiamarli in quel modo per anni, fino ad oggi. Lui poi, era orgoglioso di donare il pane tutti i giorni al padre! E guai se il nipote di turno si attardava a letto o si dimenticava di portare il pane al padre.

Il “nonno del pane” era un uomo tutto d’un pezzo. Aveva una fede integra, pura, resistente a qualsiasi avversità. Quando lasciò questo mondo, ormai sei anni fa, purtroppo non c’ero. Mi trovavo in Italia e non fui in grado di stargli accanto. Con la moglie che si stava spegnendo invece, sono riuscito ad esserci.

Durante l’incontro, alla presenza dei suoi familiari, abbiamo pregato tutti insieme per lei. Poi, la figlia, la terz’ultima dei dieci, ha cominciato a raccontarmi del papà, per me il “nonno del pane”. In particolare del suo ultimo giorno di vita. E sono rimasto edificato, a tratti incredulo, per la ricchezza dell’esperienza di fede proprio nel momento del passaggio da questa all’altra vita. Ho assaporato ancora una volta che cosa significa morire “in” Cristo.

Per anni cattolici adulti come il “nonno del pane” hanno tramandato la fede, animato la preghiera in famiglia, sostituito i sacerdoti quando questi non c’erano, perché espulsi o uccisi dal regime di turno. In Cambogia, gli anni ottanta del secolo scorso sono stati anni senza preti. Così buona parte degli anni ’90. Questi uomini, laici, maturi e credenti, hanno garantito continuità animando come “sacerdoti” la vita delle piccole comunità cristiane. Organizzando la preghiera nel caso di lutti in famiglia, ratificando i matrimoni e celebrando i battesimi dei nuovi figli.

Nell’ultimo giorno di vita, il “nonno del pane” ha avuto la forza e la lucidità necessarie per chiamare tutti a rapporto e preparare la sua partenza, salutando ciascuno. Cosciente del passaggio imminente, nelle ultime ore tratteneva ostinatamente un crocifisso tra le mani. «Lo stringeva, lo toccava, lo baciava», mi raccontava la figlia. Fino a che le forze glielo consentirono. Quando ormai era alla fine e le braccia cadevano dal letto, inerti e aperte a croce, «mi pregava di reggere io stessa il crocifisso e di tenerlo vicino alle sue labbra».

L’ultimo atto però non fu un bacio al crocifisso ma una serie di respiri profondi come se alla fine volesse «respirare Gesù e la sua croce», mi raccontava la figlia. È stato un ultimo atto di fede. Non riuscendo più a coordinare le espressioni del viso, a orientare lo sguardo o a muovere le labbra, non gli restava che il respiro. «E ha respirato Gesù, fino all’ultimo». Poi ci ha lasciati.

Mi sovviene quello che il grande monaco Antonio raccomandava ai suoi discepoli. In tempi avversi e di fronte alla tentazione, li esortava a non temere. «Conoscete le insidie dei demoni, … sono feroci eppure deboli. Non temeteli…, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui» (2).

Mi pare che il “nonno del pane” abbia fatto proprio così.

 

1. M. Gualtieri, Bestia di gioia, Torino, 2010, 53.

2. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, Milano 2007, 175.