Missionari: quegli stranieri che costruiscono ponti
È ancora legittimo e attuale il termine “missioni estere”? Nonostante tutto penso che mantenga una valenza preziosa: il Vangelo è una notizia – una novità – che viene da fuori, portata da uno straniero che parla un’altra lingua. Una notizia, annunciata il mattino di Pasqua e che da allora non smette di diffondersi nel mondo. Ascolta l’editoriale anche in PODCAST
Cento anni fa, il 23 maggio 1926, appare per la prima volta il nome Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), quello dell’editore della nostra rivista. Una realtà che prese vita dall’unione di due Istituti italiani per le missioni estere: il Seminario Lombardo (o di Milano) e il Seminario Romano. È ancora legittimo e attuale il termine “missioni estere”? La critica post coloniale e la riflessione teologica hanno superato l’idea che la missione abbia un carattere nazionale e geografico, ovvero che i missionari partano da un Paese cristiano per portare la fede in contesti stranieri. Inoltre il Pime è ora una realtà internazionale e i nuovi missionari vengono tutti da Paesi considerati di missione.
Nonostante tutto penso che il termine “missioni estere” abbia una valenza preziosa: il Vangelo è una notizia – una novità – che viene da fuori, portata da uno straniero che parla un’altra lingua. Il Vangelo non è una dottrina deducibile da un ragionamento, o una sapienza frutto della riflessione umana. È una notizia, annunciata il mattino di Pasqua e che da allora non smette di diffondersi nel mondo. C’è bisogno che qualcuno la racconti, lasciando la sua terra e mettendosi in viaggio. Il missionario è pur sempre uno straniero che porta qualcosa di nuovo e di inatteso, e che viene accolto come un ospite.
Il cambiamento di qualsiasi realtà umana implica questa dinamica: la novità portata da uno straniero accolto come ospite. Il missionario ha il compito, non facile, di acquisire nuovi alfabeti comunicativi perché il suo messaggio sia tradotto e compreso. Il linguaggio è molto più che la lingua parlata: è il codice che inizia una relazione, è il luogo dell’esistenza delle persone. Coloro che accolgono la notizia vengono trasformati perché il Vangelo vissuto genera una nuova cultura, ovvero un nuovo linguaggio. Anche l’annunciatore viene trasformato, da straniero diventa ospite.
Occorre dunque onorare la qualifica di “missioni estere” lasciando la propria terra e oltrepassando i confini. È anche un atto di solidarietà, che associa i missionari a migranti, profughi, badanti e marinai, che vivono il distacco della partenza, la fatica dell’inculturazione e – nei casi migliori – la gioia di essere accolti appunto come ospiti.
Anche l’aggettivo “Pontificio”, inserito da Papa Pio XI nell’atto di unire i due Istituti, può assumere un nuovo significato, anzi quello originario di “costruttore di ponti”. Il missionario dà vita a relazioni inedite, intesse amicizie, connette comunità, lingue e popoli, crea insomma nuovi ponti. Un’opera quanto mai necessaria oggi quando i ponti sono distrutti e innalzati dei muri. Facitori di ponti: mi sembra questa oggi la missione del Vangelo.
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