Padre Esposito, una vita donata ai piccoli del Guatemala
Una grave malattia ha portato via ieri a soli 53 anni il missionario fidei donum della Chiesa di Napoli che con il suo “hospetalitos” ha gettato ponti di solidarietà tra la Campania e i bambini di Tacanà. Il ricordo di chi lo ha incontrato
La Chiesa di Napoli e la diocesi di San Marcos sono in lutto per la morte di padre Angelo Esposito, missionario fidei donum campano che dal 2000 svolgeva il suo apostolato missionario in Guatemala. A soli 53 anni una grave malattia che stava cercando di curare in Italia lo ha portato via ai bambini per i quali ha speso la vita in un Paese dove povertà e denutrizione colpiscono ancora in maniera molto grave i più piccoli. Pubblichiamo il ricordo di un nostro collaboratore che lo ha conosciuto in Guatemala e lo ha accompagnato in tante sue iniziative.
Avevo conosciuto padre Angelo Esposito dopo il terremoto in Guatemala nel 2019. Lui si era salvato per miracolo, la casa era caduta a pezzi. Mentre aveva trovato un alloggio provvisorio, mi raccontava di come stava progettando un ospedale per i piccoli Maya, i bambini che lo avevano circondato al suo arrivo nel Paese del Centroamerica, a Tacanà. Sacerdote fidei donum della Chiesa di Napoli, padre Angelo era innamorato di quella gente, della terra che lo aveva accolto, di una natura rigogliosa e delle storie che aveva scoperto, spesso dolorose, di povertà e violenza, immergendosi nella realtà guatemalteca. L’hospedalito “Los Angelitos” lo aveva costruito e, recentemente, era riuscito a ingrandirlo, permettendo ai piccoli senza alcuna assistenza sanitaria, di ricevere cure.
La sua instancabile attenzione alle famiglie e agli scolari dei villaggi ne aveva fatto subito il promotore di progetti e incontri di svariata natura a cui mi aveva invitato a partecipare e contribuire. Appuntamenti sulla salvaguardia della natura, sulla catechesi, sulla solidarietà e, ovviamente, sulla preghiera. Era capace di mobilitare le scuole, il municipio, i giovani, soprattutto gli ultimi. Lo avevo raggiunto dal Messico anche successivamente, trovando sul confine una coppia di amici che, imbarcatomi sulla loro camionetta, mi avevano portato sulla collina di San Marcos, a Tacanà. Campi di cacao e piante di caffè che vedevo per la prima volta, erano il panorama di un verde intenso, totale. Il cielo limpido si apriva tra qualche pianta di banana e le colline. In chiesa padre Angelo sembrava ancora più un gigante, con i suoi quasi 2 metri, tra i minuscoli chierichetti e chierichette che servivano la messa. Poi, dopo canti e preghiere di ringraziamento, ripartiva per progettare il pomeriggio e la giornata di domani. «Bisogna partire presto, alle prime luci. Non possiamo tornare mai tardi, o pensi che qui le strade siano illuminate?», mi ammoniva severo. Pochi fronzoli e tanta sostanza, non lasciava spazio alle cose inutili, bisognava prepararsi per incontrare i poveri e le comunità che lo aspettavano da settimane in luoghi sperduti.
Il melanoma lo aveva riportato da più di un anno in Italia per le cure urgenti. Un periodo di sofferenza, per le terapie ma anche per la distanza dall’amato Guatemala. E in Italia dal Guatemala erano arrivati gli amici e il vescovo, mons. Bernabè de Jesus Sagastume a visitarlo; segno che la missione non si fermava, neppure nelle mura del centro di riabilitazione. A 53 anni continuava a pensare ai progetti, alle opportunità da offrire alla “sua” gente, e alle cure da incrementare per il popolo di Tacanà. Il 7 ottobre la doccia fredda – per me e per quanti lo conoscevano – con l’annuncio della sua scomparsa, una notizia dolorosa e inattesa per quanti lo aspettavano, soprattutto nella diocesi di San Marcos. Lo piange la Chiesa di Napoli con il cardinale Mimmo Battaglia, e i tanti che, in questi anni, grazie all’esempio di padre Esposito hanno scoperto come l’annuncio della Buona e bella Notizia possa essere vivo e bello. Padre Esposito, Angelo della missione, eroe per tanti bambini che con te hanno ricevuto cure, tanti abbracci e l’esempio di un uomo buono. Grazie da tutti noi.
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