Trishna
La “Novara Technical School” è stata citata varie volte in queste “schegge”, come un’iniziativa decisamente fruttuosa dei missionari del Pime, perché andava oltre l’obiettivo di vincere l’analfabetismo, e si proponeva – con successo – di favorire specialmente agli aborigeni l’ingresso nel mondo del lavoro (falegnameria, elettricità, motoristica, carpenteria metallica…). Perché “Novara”? Fu proprio la diocesi di Novara, nella persona di don Ercole Scolari, a dare il primo aiuto essenziale per incominciare, avviando un rapporto che continuò per decenni non solo con aiuti economici, ma con visite, scambi, amicizie, e che andò a vantaggio anche della parrocchia e delle scuole parrocchiali. Secondo i criteri del Pime, oltre sessant’anni dopo la fondazione la scuola è stata consegnata alla diocesi di Dinajpur. Il passaggio è avvenuto senza traumi, e la scuola – con l’annesso ostello – continuava bene; anche quest’anno ha organizzato con entusiasmo la festa del Primo maggio, a cui hanno preso parte migliaia di persone…
Ma da qualche settimana, però, la “Novara Technical School” non c’è più! Al suo posto, c’è un “Istituto non governativo di Scienza e Tecnologia Novara”, che intende condurre a livelli più alti la preparazione dei giovani. Facciamo le congratulazioni, anche se con qualche esitazione. Speriamo, infatti, che la “Novara” non percorra la strada di altre scuole di vario tipo che, nate per dare nuove opportunità ai poveri, cercando giustamente di qualificare il proprio servizio, si sono poi viste costrette a chiedere agli studenti tariffe che i poveri non possono permettersi, e quindi ad accogliere solo i più abbienti.
C’è anche chi – come padre Dino Giacominelli – ha “capovolto” il discorso: alla scuola che ha avviato qualche anno fa a Natore, gli studenti sono accolti gratuitamente. Proprio tutti? Sì, tutti quelli che superano bene gli esami e hanno risultati scolastici di buon livello.
E c’è altro ancora. Due giorni fa ho ricevuto la notizia che Trishna, una ragazza della popolazione tripura, ha finalmente trovato ciò che cercava. Ho pensato subito a quello che pochi giorni fa leggevo su Mondo e Missione, nell’articolo: “Una scommessa che cambia la vita”, a proposito del sistema delle borse di studio: un gesto di fiducia nei confronti di giovani non abbienti che hanno buona volontà, capacità e un orientamento. Non è un sistema facile: a chi dona esige disponibilità ad aiutare anche per periodi lunghi, a chi riceve richiede tenacia e sincerità. Personalmente, sono stato “ispiratore” e responsabile di parecchie borse di studio, e ho involontariamente dato non pochi fastidi a chi segue questa iniziativa al Pime di Milano, perché non sempre ho fatto la scelta giusta: fra gli studenti aiutati ci sono giovani ottimi, ma accade pure che qualcuno dopo un poco si ritira, chi non rende bene conto di come usa il denaro che riceve, chi conclude con un buon risultato, ma appena “prende il volo” trascura di mandare la documentazione…
A mia e vostra consolazione, concludo dicendo che proprio la scorsa settimana mi ha telefonato il marito di Trisna, proprio una di quelle che ha compiuto gli studi, ma ancora non ha mandato prova di aver ottenuto un diploma.
Aveva chiesto a suo fratello di iscriverla a un corso per infermiere, e lui per sbaglio l’aveva iscritta a un corso di ostetricia; quando se ne è accorta le hanno risposto che non era possibile passare da un corso all’altro… «Va bene anche così!», disse lei. La vita le offrì subito il primo “esame”, tutt’altro che facile: ricevette in casa per qualche giorno la sorella maggiore, incinta, e poi – una notte – si trovò a cercare disperatamente e inutilmente un ospedale che la accogliesse. Dovette assistere lei stessa, nella sua stanzetta, al parto della sorella, purtroppo di un bimbo morto. Temevo che l’esperienza la scoraggiasse, invece no. Completato il corso, ha trovato lavoro e ha anche un marito e proprio lui mi ha telefonato per dirmi: «Trishna è stata assunta da un ospedale statale proprio a Bandarban, la nostra zona nel sud del Bangladesh. Avrà il compito di seguire le donne incinte visitandole nei villaggi, proprio quello che le piace di più, ed è contentissima…». E sono contento anch’io!
Insomma, non tutto è perfetto, ma val la pena rischiare.
Articoli correlati
La vita di Mazzucconi e cosa resta della missione 200 anni dopo
Plurale perciò divino

