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Sri Lanka. Semi di speranza

Padre Charles Hewawasam, vicario generale della diocesi di Galle, promuove l’autonomia economica attraverso gli orti comunitari

Nel maggio 2022 lo Sri Lanka dichiarava per la prima volta nella sua storia il default sul debito pubblico: 51 miliardi di dollari di debito estero che il governo non era più in grado di onorare dopo una crisi valutaria che aveva lasciato il Paese senza carburante e medicine di base. Settimane di proteste di piazza nel luglio di quell’anno portarono alle dimissioni del presidente Gotabaya Rajapaksa, travolto dalla rabbia di una generazione di giovani srilankesi. Da allora l’economia ha imboccato la strada della ripresa che però non ha ancora portato sollievo alle famiglie: il tasso di povertà coinvolge il 25% della popolazione e circa una famiglia su cinque è costretta a ridurre quantità e qualità dei pasti.

È in questo Paese a maggioranza buddhista, dove i cattolici non arrivano all’8% della popolazione, che padre Charles Hewawasam, vicario generale della diocesi di Galle, nel Sud dell’isola, porta avanti da anni una rete di programmi sociali, resi ancor più necessari dalle difficoltà economiche di così tante persone. Tutto però comincia, spiega il sacerdote, con lo tsunami del 2004, che devastò le coste meridionali dello Sri Lanka lasciando dietro di sé centinaia di persone sole. «L’idea iniziale non era generare profitti, ma solo ricostruire una qualche forma di vita comunitaria», racconta Hewawasam. Molte donne, in particolare, erano rimaste vedove e senza fonti di reddito. Dopo una serie di incontri per condividere il lutto è nato un laboratorio di produzione di candele, oggi vendute alle chiese e agli alberghi della zona.

Da lì la rete si è allargata. Vista la vocazione turistica dell’area, ai giovani che abbandonano precocemente la scuola la diocesi offre corsi base di gestione alberghiera e di inglese. C’è poi un progetto di orti comunitari, chiamato “Semi di Speranza”, sostenuto dall’associazione Francesco Realmonte. L’iniziativa prevede la realizzazione di cinque orti in altrettanti centri della provincia di Galle, per un totale di 260 persone beneficiarie: anziani, bambini con disabilità, minori vittime di violenza, giovani in situazione di vulnerabilità e un gruppo di sacerdoti e religiose anziani. A seconda dello spazio disponibile, gli orti saranno realizzati in piena terra, in sacchi di coltivazione o in verticale; la sede centrale fornirà le piantine iniziali con il supporto di un agronomo locale, mentre un ricettario in lingua sinhala aiuterà le cucine dei centri a valorizzare il raccolto. Un concerto a Milano, lo scorso 18 settembre, ha già contribuito a raccogliere parte dei fondi necessari a finanziare l’iniziativa.

Dietro a questi programmi, dice il vicario generale, c’è un’idea semplice: «Voglio che ognuno stia in piedi sulle proprie gambe e possa rispettare sempre la propria dignità di essere umano».

C’è poi un’altra periferia, meno visibile, di cui Hewawasam si occupa: quella delle comunità tamil nelle piantagioni di tè, composte da discendenti dei lavoratori fatti arrivare dal Sud dell’India per lavorare nelle tenute create dagli inglesi sull’isola durante il dominio britannico. Sono, spiega il sacerdote, «le persone più vulnerabili dello Sri Lanka»: entrambi i genitori lavorano tutto il giorno nelle piantagioni, i bambini restano spesso senza un pasto regolare, l’insicurezza economica alimenta matrimoni precoci e abusi. La diocesi offre ogni domenica un pranzo nutriente con uova, pesce o pollo a bambini di tre comunità. In diverse parrocchie le famiglie cattoliche non superano le cinquanta unità. Ma il tratto che monsignor Hewawasam rivendica come distintivo è la scelta di non chiedere mai, a chi bussa alla porta della missione, quale sia la propria fede o etnia: «La nostra missione è per tutti». Così, nella diocesi, gli ambulatori di consulenza familiare, gli orfanotrofi e le altre opere caritative servono in maggioranza buddhisti e musulmani, non cattolici. «La candela non perde nulla accendendone un’altra», dice il sacerdote. Nei giorni del Vesak (principale festività buddhista, che celebra nascita, illuminazione e morte del Buddha) bambini cattolici, musulmani e buddhisti salgono ormai insieme sullo stesso palco per cantare i canti natalizi cristiani.

Aleggia ancora la memoria degli attentati di Pasqua del 2019, quando una serie di attacchi coordinati contro chiese cattoliche e hotel di lusso uccisero oltre 250 persone, un trauma che continua a pesare sul modo in cui le comunità religiose dell’isola si guardano reciprocamente. Ma il nuovo governo, guidato dal presidente Anura Kumara Dissanayake, esponente di un partito di sinistra rimasto per decenni ai margini della politica nazionale e salito al potere nel settembre 2024 promettendo la fine della corruzione che molti incolpano per il collasso finanziario, ha finora offerto segnali di speranza.

Hewawasam vede nel nuovo esecutivo «un desiderio autentico di fare qualcosa» per il Paese, pur riconoscendo che cambiare un’amministrazione radicata in decenni di clientelismo «richiederà tempo, un processo molto lento». La sua ricetta, però, guarda oltre la politica: «Ognuno, ogni cittadino, ogni leader religioso, deve contribuire nel proprio piccolo alla società. Sempre. Altrimenti si resta ad aspettare che sia il governo a fare questo, o quell’altro». È lo stesso principio, in fondo, che ha guidato la diocesi di Galle dal 2004 a oggi: non sostituirsi allo Stato, ma nemmeno aspettarlo. Continuare, piuttosto, a fare qualcosa nel proprio piccolo.

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