Indonesia dove la fede è giovane

Indonesia dove la fede è giovane

Per la prima volta un Paese a maggioranza musulmana ospita la Giornata asiatica dei giovani cattolici. Il vescovo Pius Prapdi: «Siamo qui per testimoniare che il dialogo può unire i popoli»

Giovani cattolici da 24 Stati dell’Asia insieme nel più popoloso Paese a maggioranza musulmana. Non avrà certo i numeri imponenti di una Giornata mondiale della gioventù (Gmg), eppure è un appuntamento ugualmente molto significativo la Asian Youth Day 2017 (Giornata asiatica dei giovani), in programma a Yogyakarta dal 30 luglio al 9 agosto. Nato nel 1999 – quattro anni dopo la prima e finora unica Gmg celebrata in Asia (quella di Manila nel 1995) – l’incontro continentale dei giovani asiatici – dove i cristiani sono ancora un “piccolo gregge” – fa tappa, per la prima volta nella sua storia, in un Paese dove l’islam è la confessione prevalente. Ma anche in una realtà dove il dialogo ha una lunga storia, testimoniata dalla dottrina del Pancasila, i “cinque principi” posti fin dal 1945 al centro della Costituzione indonesiana e che hanno al cuore l’idea di un’unità più forte delle appartenenze confessionali.

“Gioventù gioiosa dell’Asia! Vivere il Vangelo nell’Asia multiculturale” è il tema scelto per la Giornata 2017. «Un tema perfettamente adeguato all’esperienza dell’Indonesia, Paese di grande varietà etnica e religiosa alla ricerca della convivenza e dell’armonia», commenta mons. Pius Riana Prapdi, vescovo di Ketapang, nel Borneo indonesiano, presidente del Comitato organizzativo. È con lui che proviamo ad approfondire il significato di questo evento per la Chiesa del suo Paese e per l’Asia intera.

Mons. Prapdi, come è nata e come si è sviluppata l’idea di celebrare una Giornata asiatica dei giovani proprio in Indonesia?

«Ci è sembrata un’idea coerente con la vocazione della nostra nazione, ma anche con l’ideale di dialogo che è al centro del pontificato di Papa Francesco. Ricordo che la Giornata asiatica della gioventù è un evento promosso dalla Federazione delle Conferenze episcopali cattoliche dell’Asia. Per la settima edizione, quest’anno, sono attesi nella diocesi di Semarang, sull’isola di Giava almeno duemila ragazzi. In realtà sarà una preziosa occasione di confronto anche per i nostri giovani, dato che i partecipanti potranno avere un’esperienza diretta in undici delle nostre diocesi, dove saranno ospitati o dove parteciperanno a varie iniziative».

Perché la scelta è caduta su Semarang, la cui sede arcivescovile è la città di Yogyakarta?

«La nostra Conferenza episcopale cattolica indonesiana l’ha individuata per diversi ragioni. Anzitutto Yogyakarta è una delle località a maggiore vocazione multiculturale dell’arcipelago, come testimoniano la presenza insieme del Palazzo del sultano (Keraton) e, nelle vicinanze della città, del complesso buddhista del Borobudur e del tempio induista di Prambanan. Yogyakarta è oggi un luogo in cui convivono in armonia etnie, fedi e culture. Un centro storico e culturale che accoglie, assimila e sintetizza. La diocesi inoltre vede una crescita della popolazione cristiana, storicamente consistente, come evidenziano le testimonianze della passata evangelizzazione. Ancor più interessante, poi, è la sintesi tra fede cristiana e cultura giavanese locale nella diocesi e in quelle limitrofe. Infine, Yogyakarta è una città nota con i soprannomi di “città degli studenti” e “città della cultura”, dato che accoglie non solo vari influssi culturali ma è anche meta di molti giovani che vengono a studiare nelle sue scuole e università, alcune delle quali di ispirazione cattolica. Crediamo che tutto questo contesto possa essere stimolante per i giovani asiatici che non solo potranno incontrare qui la realtà e la storia della città e dell’Indonesia, ma anche imparare come vivere in armonia nella diversità».

Quali sono le caratteristiche dei giovani cattolici indonesiani che si apprestano ad accogliere i loro coetanei provenienti da molti Paesi del continente?

«Non sono solo il futuro del Paese; i giovani già oggi sono la componente più consistente dell’Indonesia. Entro il 2020 è previsto che arrivino a superare la metà della popolazione. Siamo ovviamente contenti di questa situazione, perché i giovani portano ottimismo alla nazione e sono nati in un contesto di diversità che a volte ci fa dimenticare le differenze presenti nella società. I giovani lavorano insieme per affrontare le sfide ambientali, la corruzione, le problematiche dell’istruzione e dell’occupazione, la tossicodipendenza, la violenza nelle sue varie forme e si sostengono l’un l’altro. E proprio per alimentare questa vivacità, ciascuna diocesi, in cooperazione con i centri giovanili, elabora proposte educative che possano essere complementari a quelle formali».

Il dialogo interreligioso fa parte dell’orizzonte dei giovani cattolici indonesiani? E come lo portano avanti con i loro coetanei musulmani?

«La percezione della necessità del dialogo è sicuramente in crescita tra i giovani. Costruire dialogo e costruire tolleranza sono chiavi per potere vivere l’uno accanto all’altro. Per noi il dialogo è una condizione normale: non a caso i fondatori dello Stato indonesiano ci hanno lasciato un’eredità importante come la dottrina nazionale del Pancasila, che al primo punto ha la fede in Dio onnipotente. Noi crediamo in Dio e lo adoriamo secondo la nostra propria tradizione. Ci rispettiamo a vicenda e ci prendiamo cura l’uno dell’altro. E se qualcosa dovesse mettere a rischio la nostra unità, insieme saremo chiamati a trovare una soluzione. Alcune diocesi promuovono iniziative specifiche di dialogo interreligioso e la visita a centri di fedi diverse. Ad esempio, nella diocesi di Semarang ci sono alcuni gruppi giovanili che nei loro programmi hanno anche espressamente la promozione del dialogo».

Nel suo Paese i cattolici sono una piccola minoranza: meno di 8 milioni su 260 milioni di abitanti. Qual è il loro ruolo nella società?

«Credo sia significativo il fatto che il governo indonesiano abbia ufficialmente riconosciuto cinque cattolici come “eroi nazionali”: il commodoro August Adisucipto, il colonnello Ignatius Slamet Riyadi, il colonnello Yosafat Sudarso, il fondatore del Partito cattolico indonesiano Ignatius Joseph Kasimo e il primo vescovo di Semarang, mons. Albert Soegijapranata. Quest’ultimo è noto per il suo motto: “Cento per cento indonesiano e cento per cento cattolico”. Si tratta di un motto che ci rappresenta pienamente: i cattolici sono parte della nazione, insieme e a fianco dei nostri amici di altre fedi. Mano nella mano, edifichiamo e sviluppiamo il Paese in vari ambiti, come sanità, educazione, sviluppo sociale e culturale. Molte scuole, ospedali e iniziative umanitarie cattoliche sono stati avviati proprio con l’intento di contribuire alla crescita dell’intero Paese. Non a caso il governo conferma il valore dell’impegno di tanti cattolici, laici o religiosi, riconoscendone i contributi in campo educativo, medico, economico, culturale, sociale e altri ancora».

Per chi osserva la situazione dall’esterno, però, anche l’Indonesia sembra oggi assediata dall’estremismo religioso. È così?

«I mass media accreditano spesso l’idea di un Paese sotto assedio, descrivendo manifestazioni politiche che in realtà sono iniziativa di gruppi estremisti minoritari. Gli organi d’informazione, però, dovrebbero anche riportare le tante attività di dialogo, collaborazione in manifestazioni artistiche, culturali e attività sociali promosse insieme dai vari gruppi religiosi, evidenziare la convivenza piuttosto che la divisione. Se è vero che ci sono state tensioni tra vari gruppi incentivate da cattivi politici, va detto che non si tratta di un fatto così raro in concomitanza con appuntamenti elettorali (su questo vedi il box qui a fianco – ndr). Ma a livello di base, nella vita quotidiana, la gente in realtà vive perlopiù rapporti positivi con i propri vicini».

Che cosa si aspetta la Chiesa indonesiana da questa Giornata asiatica dei giovani?

«Invitando i giovani dell’Asia a venire nel nostro arcipelago ci siamo posti diversi obiettivi. Il primo è testimoniare che il multiculturalismo è bello, positivo e può unire i popoli. La differenza è un fatto normale, ma essere differenti e stare insieme diventa qualcosa di incredibile. Il secondo è affrontare le sfide della vita quotidiana, soprattutto riguardo a questioni come la povertà, le diversità culturali e religiose, la tutela dell’ambiente. Terzo obiettivo: spingere il maggior numero di ragazze e ragazzi a essere parte attiva della Giornata asiatica della gioventù, già aperta di fatto da un’iniziativa di incontro nazionale nell’ottobre dello scorso anno. Anche attraverso il sito Internet (asianyouthday.org) e i social network collegati alla Giornata stiamo offrendo a tutti i giovani dell’Asia la possibilità di partecipare, comunicare e porsi in relazione tra loro».

E quali eredità resteranno?

«La nostra speranza è che al ritorno dall’evento i giovani possano diffondere la gioia del Vangelo nei loro ambienti abituali e influire positivamente su tutti gli altri. Ci auguriamo che i giovani, a modo proprio, continuino nell’impegno di costruire pace e unità nel mondo. Ma vorremmo anche che i giovani cattolici possano approfondire la propria fede in modo più gioioso e positivo, siano più coraggiosi nell’avviare buoni rapporti con gli altri e incrementare la propria volontà e capacità di dialogo con i giovani di tutte le religioni presenti in Asia».