Si riaccende il Kashmir nell’India alla vigilia del voto

A Pulwama l’attacco più sanguinoso degli ultimi anni con una quarantina di soldati indiani uccisi. E c’è il rischio che il clima di campagna elettorale a New Delhi accentui ulteriormente le tensioni

 

A conferma di un situazione che permane tesa a oltre settant’anni dalla separazione tra India e Pakistan che tagliò in due anche questa regione di struggente bellezza e ampie potenzialità turistiche, il Kashmir rimane una contesa aperta tra i due Paesi, riattivando fiammate di confronto armato sul fronte più elevato al mondo. Tuttavia, la sua tradizione musulmana e un impegno non disinteressato del Pakistan, alimentano anche nella parte annessa dall’India (lo Stato di Jammu e Kashmir), le azioni di gruppi terroristici di matrice islamica che approfittano dell’insoddisfazione e della frustrazione dei musulmani locali che lamentano repressione e disinteresse verso le loro rivendicazioni identitarie e di sviluppo.

Dopo alcune settimane in cui si era registrata una recrudescenza nella tensione tra le forze armate dei due Paesi, il giorno di San Valentino c’è stato un agguato a un convoglio militare nel distretto di Pulwama costato la vita a una quarantina di soldati indiani. Si è trattato dell’attacco più letale contro truppe impegnate a controllare il territorio: l’ultimo precedente di questa portata era stato l’imboscata a un accampamento militare che nel 2016 costò la vita a 19 soldati e spinse New Delhi a un’incursione dentro il territorio pachistano. Inoltre l’assalto cade all’inizio della campagna elettorale in vista del voto che coinvolgerà l’India tra aprile e maggio.

Che tutto ciò avvenga in un tempo in cui le relazioni indo-pachistane sembravano andare verso una certa distensione e i gruppi militanti locali – come Jaish-e-Muhammad, il cui leader vive da uomo libero in Pakistan nonostante il mandato di cattura internazionale, sembravano messi in difficoltà dalla presenza di mezzo milione di soldati indiani dispiegati nel territorio – inserisce un elemento ulteriore di inquietudine per la fragile pace regionale. Ma apre anche a un fronte difficile per il premier Narendra Modi che cerca nelle prossime elezioni una conferma al ruolo egemone rivestito nell’ultimo quinquennio del suo Bharatiya Janata Party.

Come conferma Abhijnan Rej, esperto indiano dei temi della sicurezza: «Una risposta debole alla sfida terroristica attirerebbe su Modi l’accusa di non essere in grado di tutelare la sicurezza nazionale; ma una risposta forte, militare, potrebbe portare a una escalation armata e all’accusa di avere mal gestito la situazione del Kashmir». Sicuramente, sul premier vi sarà ora una forte pressione per un’azione dimostrativa contro gli estremisti che hanno alzato il tiro, con un’azione mai così audace. Basti pensare che l’ultima azione è stata portata contro un convoglio che contava 78 automezzi e 2.500 militari. Un’azione che anche il ministro delle Finanze indiano, Arun Jaitley, ha condannato con fermezza, segnalando in un tweet che ai responsabili «sarà data una lezione indimenticabile per il loro azione atroce».

Il governo pachistano, contrariamente ad altre volte, non si è affrettato a negare il proprio coinvolgimento nel massacro, anche se ha sempre negato di offrire sostegno ai gruppi che operano in Kashmir sovente partendo da basi pachistane. L’esecutivo di Imran Khan – uscito dalle elezioni dello scorso luglio – ha mostrato di volere puntare a un rilancio dell’economia, dello sviluppo e della stabilità, sia a beneficio dei troppi poveri, sia per fare rientrare a pieno titolo il Paese nel consesso internazionale che da tanto tempo lo vede come rifugio di terroristi e fallito sul piano della democrazia e dei diritti umani, sempre sotto il ricatto dell’estremismo religioso. Pesano anche il potente apparato militare e i continui investimenti sulla tecnologia missilistica e nucleare bellica. Se un risultato certo vi sarà dopo l’attentato di Pulwama sarà il blocco di ogni trattativa tra i due Paesi almeno fino a dopo le elezioni, lasciando così aperti spazi al terrorismo e alla possibile risposta militare. 

Jolo, subito sangue sul Bangsamoro

La strage di oggi alle cattedrale giunge a due giorni dalla proclamazione ufficiale del risultato del referendum sulla regione autonoma del sud delle Filippine, a maggioranza musulmana, che doveva porre fine a un lungo conflitto. Padre Mollick, missionario del Pime a Zamboanga: «Preghiamo per la giustizia e una pace duratura nella quale la gente possa vivere nell’armonia e nel rispetto delle diversità»
 

Cristiani in fuga dal Pakistan, pugno di ferro della Thailandia

Il regno thai – che non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951 – sta attuando una stretta nei confronti dei richiedenti asilo giunti nel Paese. Tra loro si calcola che almeno 2500 siano cristiani pachistani, molti dei quali giunti nel Paese dopo le strage della Pasqua 2016 a Lahore
 

Rohingya, un anno dopo

Il 25 agosto 2017 si apriva la crisi al confine tra Myanmar e Bangladesh. Dodici mesi dopo la metà dell’intera popolazione rohingya vive tuttora in condizioni assai precarie la vita del profugo, con un sostegno internazionale che integra le scarse risorse e la buona volontà del governo di Dacca
 
1 2 3 4 8