Maccalli: «Un giorno saremo tutti fratelli»

Maccalli: «Un giorno saremo tutti fratelli»

SPECIALE «FRATELLI TUTTI»
Il rapimento, il deserto, l’isolamento. Padre Pierluigi Maccalli è stato per oltre due anni prigioniero dei terroristi nell’estremo Nord del Mali. Ma oggi parla soprattutto di fede, preghiera, umanità. E di relazioni

 

«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, tutti fratelli!» (Fratelli tutti, 8)

Ascolta “Ep.0 – Padre Maccalli: «Fratelli rapitori»” su Spreaker.

 

«Che Dio ci aiuti a capire un giorno che siamo tutti fratelli». Con queste parole padre Pierluigi Maccalli si è congedato dai suoi sequestratori, dopo più di due anni nel deserto del Mali. Parole non facili, parole vere, meditate nei lunghi spazi di silenzio, che l’enormità del deserto e dell’isolamento – ma anche di quel tempo dilatato della prigionia «così lungo, troppo lungo» – hanno fatto maturare nel suo animo. Parole su cui continua a riflettere ancora oggi, dopo i giorni intensi del rilascio l’8 ottobre, del rientro in Italia, delle tante dimostrazioni di affetto – con le distanze imposte questa volta dal Coronavirus, ma colmate dal calore, dalla gioia e dall’emozione della sua famiglia, della sua comunità di Madignano e di Crema, di tanta gente che ha pregato e sperato per lui.

Ha tagliato la lunga barba e i capelli, che lo facevano sembrare uno shebani, un vecchio, nella lingua tamasheq dei suoi sequestratori, che erano (quasi) tutti ragazzi giovanissimi. Ma il taglio netto è solo esteriore. La mente e il cuore sono in qualche modo ancora lì. Pensieri e immagini che ritornano; riflessioni suscitate da quella «scuola del silenzio e del presente» che sono stati quegli interminabili mesi, in cui si è aggrappato alla fede in un Dio misericordioso e clemente, come spesso ripetevano i suoi rapitori. Un Dio “Figlio dell’uomo” come gli ha insegnato la sua religione cristiana. Un Dio che ci rende davvero fratelli tutti. «Ho sempre creduto e predicato la fratellanza – riflette padre Gigi -. È la grandezza di questa nostra fede. Ed è la bellezza che ho vissuto in 21 anni di missione in Africa, da cui ho ricevuto tanti segni di fede, accoglienza e comunione».

Padre Gigi, le tue ultime parole prima di lasciare i luoghi del sequestro, le prime di Papa Francesco che hai sentito riecheggiare in Italia evocano la fratellanza. Ma come si fa a pensarsi fratelli dopo un’esperienza così lunga e dura di privazione della libertà?
«Come missionario, che ha sempre creduto e predicato la fratellanza, mi intristiva vedere come, in nome di una visione distorta di Dio, questa fratellanza non venisse considerata o accolta. Questi giovani che mi tenevano prigioniero avevano dimenticato i valori veri dell’Africa, quelli di rispetto e attenzione verso l’altro. Di fondo, la religione non ha niente a che vedere con tutto questo. È una questione di soldi e di potere. La religione è solo una copertura per questo islam jihadista che purtroppo imperversa nel Sahel. Ma i fini sono politici, di controllo dei territori e di supremazia. È una situazione molto complessa e confusa. È più facile mettere tutto sotto l’etichetta della religione».

Ma i tuoi sequestratori erano tutti ragazzi indottrinati, che “ci credono” veramente!«Fin troppo! Si credono scelti, mandati, investiti dall’alto per fare qualcosa di grande per Allah. Ma sono manipolati. Alcuni di loro sono giovanissimi. Il più piccolo aveva 13 anni e lo chiamavamo il bocia (“ragazzino”, in dialetto lombardo-veneto), mentre gli altri ne avevano attorno ai venti o poco più. Passano le giornate a guardare video di propaganda sul loro cellulare, che fa parte del “kit del mujaheddin”, insieme al fucile e alla moto. Per giovani che hanno vissuto in maniera molto povera nel villaggio o accudendo gli animali, ritrovarsi in mano cose che hanno sempre sognato e in più con la prospettiva di fare un’azione grande per la loro religione rappresenta qualcosa di affascinante».

Sapevano che sei un religioso cristiano?
«I più giovani non credo. I capi sì, ma non sapevano esattamente cosa volesse dire. Penso che immaginassero qualcosa di simile a un imam o a un marabutto. Qualcuno pensava che fossi in qualche modo “dipendente” dal Vaticano e nel primo video mi hanno detto di rivolgermi al Papa. L’unica cosa che ho detto è stata: “Papa Francesco, ricordati di pregare per me”. Ma questo video probabilmente è finito nei loro archivi di propaganda».

Vivendo a Bomoanga da 11 anni avevi notato un peggioramento della situazione, una radicalizzazione dell’islam o atteggiamenti di ostilità?
«Mi sentivo a casa, in sicurezza. Negli ultimi anni si era diffusa una certa delinquenza locale, piccoli criminali chiamati coupeurs de route, che assalivano soprattutto i commercianti. Alla missione, sia io che i miei collaboratori, non abbiamo mai avuto problemi. Tanto è vero che quando sono venuti a prendermi, pensavo fossero dei ladri».

Chi erano?
«Erano tutti di etnia peul. Venivano da fuori, non mi conoscevano. Sapevano solo che c’era un bianco. Mi ha fatto male sapere che qualcuno ha accusato la gente di Bomoanga di non avermi difeso. Nessuno poteva immaginare un rapimento».

Come erano i rapporti con i musulmani della zona?«Ottimi. Eravamo molto ben visti e apprezzati per le attività che facevamo anche nei villaggi».

Però anche l’islam tradizionale del Sahel è “assediato” dal fondamentalismo islamico…
«Dopo che nel 2015 vennero bruciate 45 chiese in Niger (in seguito alla pubblicazione di vignette satiriche su Maometto su Charlie Hebdo – ndr), noi, come agenti pastorali, ci siamo interrogati su quale islam avessimo di fronte. Non era più quello delle confraternite sufi, ma sempre più quello degli izala della Nigeria, un gruppo salafita che ha aperto scuole coraniche ovunque e mandato in giro predicatori, imponendo regole e restrizioni che non esistevano prima. In questi ultimi anni si è maggiormente sentita anche l’infiltrazione dell’islam wahabita. E in questo tempo di crisi, è facile passare dalla parola infuocata al dare fuoco a realtà considerate “nemiche”».

Quelli che ti hanno rapito, tuttavia, appartengono ancora a un’altra “corrente”, quella qaedista…
«Secondo quanto ci dicevano fanno parte del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), appartenente alla galassia di Al Qaeda. Quando ho chiesto che cosa centrasse l’Italia, mi hanno ricordato che eravamo stati in Afghanistan. Si sentono in comunione con tutte queste realtà».

È un’Africa che non avevi mai conosciuto…
«Ho avuto l’impressione di entrare nel dark web. Non più l’Africa verde e colorata che ho sempre conosciuto e testimoniato. Ma un’Africa nera non per il colore della pelle, ma per questa prospettiva della notte. Ci si muove di notte, si fanno attacchi, ci si nasconde nel buio per promuovere la violenza. È stato come entrare in una nube oscura in cui sono stato risucchiato. Una nube molto reale. L’avevo sentita molto lontana. Si diceva che il Niger era stretto tra la morsa di Boko Haram nella zona del lago Ciad e quella dei gruppi jihadisti che operano nel Nord, in Libia e Mali. Mai avrei pensato che era già alle porte. Il Burkina Faso prima e adesso il Niger sono invasi da quest’ondata di violenza che purtroppo si sta sempre più diffondendo».

Hanno cercato di convertirti all’islam?
«È un obbligo per loro. Sino all’ultimo giorno. Anche la persona che è venuta a liberarci ce lo ha proposto.
“È nostro dovere farlo – ci ha detto – perché quando saremo davanti ad Allah ci chiederà conto del perché abbiamo preso un miscredente e non gli abbiamo proposto di diventare musulmano”. Pensano di proporti la cosa migliore, perché ritengono che non ci sia posto in paradiso se non per i musulmani. Io credo che il Signore è davvero buono e misericordioso e nella mia visione di paradiso c’è posto per tutti. Perché Dio ha vedute molto più ampie rispetto al nostro piccolo sguardo. Per loro però è inconcepibile, specialmente se hanno un’impronta radicale».

È stata una pressione psicologica forte?
«Si, perché hanno insistito molte volte. Io dicevo che tutto è scritto nel Corano e che è Dio che apre i cuori. Avverrà quello che Dio vorrà. Volevano che recitassi il loro credo. Avrei potuto ripeterlo con le labbra, non con il cuore. “Non è ripetere una cosa a memoria che fa di me un musulmano, ” dicevo. Credo che Dio è unico e questo lo dico. E che Maometto sia un profeta per l’islam. Ma resto fedele al Vangelo e alla mia fede cristiana».

L’esperienza del deserto ti ha spinto a uno sguardo interiore?
«Nel deserto ci si spoglia di tutto e si va all’essenziale, che è l’amore, il perdono, la pace. Non vale la pena insistere sui binari della guerra e della violenza. Quello che conta è l’umanità. E questo è sempre stato il mio credo missionario: non siamo chiamati a fare miracoli, ma a umanizzare le relazioni. Il mio maestro François Varillon usava questa bella espressione: “Ciò che l’uomo umanizza, Dio divinizza”. L’attenzione alla persona, il dialogo nel quotidiano – non la teologia, non la dottrina – sono quello che fa la relazione. Anche con i mujaheddin ho cercato di creare relazioni, con piccoli gesti di cura per un mal di testa o una ferita. Queste attenzioni alla persona sono per me fondamentali. Credo che Gesù si è fatto uomo perché anche lui ha visto la bellezza di questa umanità. E continua a ispirarmi nella mia umanità».

Durante la prigionia hai letto il Corano?
«Due volte, in francese. Era l’unico libro che ho avuto a disposizione in due anni. Ho chiesto la Bibbia, ma non me l’hanno data, non tanto per ragioni di principio, ma perché non l’avevano. Ma questa lettura non ha fatto che confermarmi nella mia fede e mi ha spinto a ripensare alle parole di Gesù, in particolare quando dice di amare il tuo nemico, di pregare per i tuoi persecutori, di perdonare».

Hai studiato anche un po’ l’arabo?
«All’inizio avevo una sorta di rigetto. Poi con l’aiuto degli altri due italiani con cui abbiamo condiviso alcuni mesi di prigionia, Luca Tacchetto e Nicola Chiacchio, lo abbiamo studiato un po’. Nicola in particolare lo conosceva abbastanza bene. È una lingua interessante, ma a parte il Corano avevamo solo le etichette delle scatole di sardine o di verdure da leggere!».

Il fatto di essere insieme è stato importante?
«Sicuramente! Ho detto loro grazie per la presenza, lo scambio, la fraternità che si è creata. Anche se, come in tutte le fraternità, ci sono stati anche motivi di contrasto. Ma è stato davvero importante essere insieme, parlare, confrontarsi. Penso spesso a chi è ancora nelle mani dei sequestratori, in particolare suor Gloria, colombiana, rapita nel febbraio del 2017 e con problemi di salute».

Anche per te è stato un tempo molto lungo…
«Troppo! Non ci sapevamo spiegare questo tempo così infinitamente dilatato. Per me è stato più lungo che difficile. L’Africa la conoscevo meglio degli altri due; ero preparato sotto tanti aspetti. Però le giornate erano lunghe, molto lunghe».

La preghiera ti ha accompagnato e sostenuto?
«Era il mio punto di riferimento quotidiano. Mi dava forza e aiuto, anche se talvolta era una preghiera tra le lacrime, una preghiera a cui mi aggrappavo con le unghie. Specialmente quando non sentivo quell’aiuto che invocavo dall’alto, quando chiedevo un segno e una parola e mi pareva di non riceverli. Allora mi lamentavo. Ma lo facevo alla maniera dei salmi, rivolgendomi a qualcuno che sapevo che c’era. Oggi, rileggendo i salmi, tante volte mi fermo perché certe parole sembrano proprio rivolte a me, quando si parla di libertà, di prigionia, di Dio che è la mia forza. Hanno un sapore e uno spessore diversi».

Questa esperienza ha cambiato anche la tua visione di missione?
«Da missionario sono convinto che la preghiera ha aperto le porte della mia libertà. E la croce è la chiave di lettura di questi due anni. Mi ha aiutato a capire che la missione è di Dio. È lui che la conduce ed è molto più grande e feconda di quanto noi piccoli missionari possiamo fare nei nostri piccoli angoli di mondo o di Africa. Luoghi in cui andiamo a testimoniare la nostra fede ma anche ad accogliere le lezioni di fede che i cristiani ci danno».

Come è stato il rilascio?
«L’ultimo giorno, uno dei capi mi ha chiesto se volevo dire qualcosa alla persona che ci portava i rifornimenti, con cui si era creato un buon legame. Quando sembrava che ci avrebbero liberati in febbraio, mi aveva fatto sapere che si scusava se qualche parola o gesto suo o del gruppo mi avevano offeso. Ho accolto con stupore e benevolenza queste parole. Dunque ho chiesto di dirgli di continuare ad avere rispetto per i vecchi e per ogni persona. E a lui ho augurato che Dio ci aiuti un giorno a capire che siamo tutti fratelli. Lui, però, ha detto che suo fratello è solo chi è musulmano. Non ho insistito. Alla fine, però, ci ha dato la mano e ha chiesto scusa per un gesto di stizza che aveva avuto la mattina. Vale più di tante teorie e dottrine sul dialogo interreligioso».

Il rientro?
«Un po’ spaesante. Avevo tanto atteso e sperato di abbracciare la famiglia e sono stato sorpreso da tutte le precauzioni imposte dal Coronavirus. Soprattutto, però, sono rimasto impressionato dalle tante testimonianze di persone che hanno pregato e sperato per me».

E l’Africa?
«È nel cuore. Continuo a vivere anche a distanza il senso di comunione con i fratelli africani da cui sono stato strappato. Poi sarà come Dio vorrà».

 

UNA VITA IN AFRICA

«Piccola parrocchia, grande estensione: 12 cappelle e 3 in divenire, più una ventina di villaggi della “pastorale della stuoia”: conversare, prendere il tè, tessere legami». Così padre Maccalli, 60 anni – 21 dei quali vissuti in Africa – racconta la sua comunità di Bomoanga in Niger, da cui è stato strappato il 17 settembre 2018. Padre Gigi continua a mantenere legami con la sua gente anche se della sua équipe pastorale in Niger è rimasta solo una donna al centro nutrizionale.