Martiri della fedeltà

Martiri della fedeltà

Si terrà a Orano, l’8 dicembre, la beatificazione dei 19 martiri d’Algeria. Un evento importante per una Chiesa che ha molto sofferto. Come ci ricorda un testimone diretto di quei giorni bui, mons. Henri Teissier

 

È stata e continua a essere una delle voci più profonde e profetiche della Chiesa d’Algeria. Quella di mons. Henri Teissier, arcivescovo emerito di Algeri, è la voce di chi, dal di dentro, ha vissuto gli anni difficilissimi dell’indipendenza del Paese dalla Francia e poi il periodo buio del terrorismo islamista, che ha spezzato le vite di oltre duecentomila algerini e decretato la morte di 19 religiosi e religiose della Chiesa locale. Martiri della fedeltà, li definisce mons. Teissier, «testimoni della nostra vocazione a essere Chiesa in relazione con una popolazione musulmana».

Questi 19 uomini e donne, tra cui mons. Pierre Claverie e i sette monaci di Tibhirine, saranno beatificati l’8 dicembre presso la basilica di Santa Cruz a Orano. Un evento davvero speciale per la piccola Chiesa d’Algeria, che lo vivrà con la consueta umiltà e semplicità. Senza dimenticare, ma anzi facendo memoria anche delle moltissime vittime algerine. Nel segno appunto della fedeltà. Una parola che padre Teissier ripete incessantemente, come se non fosse mai abbastanza ribadire quella scelta: fedeltà al Vangelo e alla fede cristiana e fedeltà al popolo algerino a cui tutti loro erano legati da un rapporto profondo di amore e condivisione. È questo che aveva spinto la larga maggioranza dei preti, religiosi, religiose e laici della Chiesa d’Algeria a rimanere nel Paese nonostante la violenza cieca e devastante che – sapevano bene – avrebbe potuto colpirli in qualsiasi momento.

Padre Teissier, lei era arcivescovo di Algeri negli anni delle stragi. E ha vissuto in prima persona il dramma dell’uccisione dei 19 religiosi e religiose. Era qualcosa che vi aspettavate?

«Per un po’ di tempo, non pensavamo che saremmo stati presi di mira direttamente. Poi ci sono stati alcuni avvertimenti espliciti a partire dall’ottobre del 1993. Comunicati che minacciavano tutti i cristiani e gli ebrei presenti nel Paese. Quindi, dopo l’assassinio dei 12 lavoratori croati il 15 dicembre a Tamesguida, nei pressi di Medea, e l’incursione dei terroristi la vigilia di Natale del 1993 nel monastero di Tibhirine, poco distante, abbiamo capito che eravamo bersagli diretti di ricatti e di possibili attentati. Si trattava di estremisti capaci di qualsiasi cosa. Anche molti amici algerini, con cui collaboravamo e che rappresentavano una posizione liberale nella vita del Paese, erano stati uccisi. Poi l’8 maggio 1994, nella biblioteca diocesana della Casbah di Algeri, sono stati assassinati fratel Henri Vergès, marista, e suor Paul-Hélène Saint-Raymond, delle piccole suore dell’Assunzione. A quel punto abbiamo capito che eravamo tutti in pericolo».

Lei, in particolare, che era l’arcivescovo di Algeri non ha temuto per la sua vita?

«Come dicevo, sapevamo di essere tutti a rischio. Ma non sapevamo chi e come avrebbero colpito. Io scendevo ogni giorno dalla Maison diocesaine dove abitavo all’arcivescovado da solo. Ho avuto la scorta solo a partire dal rapimento dei monaci, nel marzo 1996, sino alle mie dimissioni, il 10 ottobre 2008. Mi hanno minacciato e avrebbero potuto colpirmi in qualsiasi momento. Ma non l’hanno fatto».

Il rapimento e l’uccisione dei monaci hanno segnato anche la società algerina. I funerali sono stati un evento molto sentito, anche perché celebrati in concomitanza con quelli di mons. Duval che molto si era schierato al fianco del popolo algerino. Avete sentito questa vicinanza?

«Non erano tempi facili per gli algerini. Tutti si sentivano minacciati. Quelli che ci conoscevano hanno reagito mandandoci moltissimi messaggi di vicinanza, belli e commoventi. Ma la reazione più forte da parte della popolazione è stata soprattutto a Tizi Ouzou, dopo l’uccisione dei quattro padri bianchi, il 27 dicembre 1994. Loro, così come le suore bianche, erano molto conosciuti e apprezzati nella regione della Cabilia. E il loro omicidio ha suscitato davvero una reazione di popolo».

Non eroi, ma testimoni. È su questo che ha sempre insistito la Chiesa d’Algeria. È anche il senso della causa di beatificazione?

«Il loro assassinio ha messo in evidenza la loro fedeltà alla popolazione algerina presso la quale vivevano. Pochi giorni prima dell’uccisione delle due suore agostiniane, avevo partecipato a un incontro con le loro responsabili internazionali, che avevano discusso della possibilità di farle tornare in Spagna o di trasferirle in una zona meno pericolosa di Bab el Oued, dove vivevano. Ma tutte loro hanno detto che quello era il loro quartiere, quella era la loro gente. I nostri fratelli e sorelle uccisi sono stati vittime delle violenze nei posti in cui vivevano ed erano conosciuti. Gli attentatori volevano dimostrare che quelle relazioni e quella condivisione dovevano avere fine. Ma non è stato così. La grande maggioranza di preti, religiosi, religiose e laici ha deciso di restare. Per noi è importante riconoscere ancora oggi questa scelta di fedeltà anche in un contesto di pesante minaccia. È la stessa che altri cristiani stanno vivendo attualmente in posti come la Libia, la Siria o l’Iraq».

Molti in Algeria non amano definirli martiri in odium fidei, ma martiri dell’amore, dell’amicizia… Perché? Tutti loro – e tutti voi – avete scelto di rimanere innanzitutto in fedeltà al Vangelo.

«Per noi è sempre stato chiaro che siamo rimasti per una scelta di fede oltre che di vicinanza alla nostra gente, che è in gran parte musulmana. Quello che abbiamo presentato alla Congregazione per i Santi è la testimonianza di persone fedeli a una missione ricevuta dalla Chiesa, una missione che faceva parte della loro vocazione missionaria o religiosa. Mons. Pierre Claverie lo ha detto, ripetuto e vissuto in maniera molto chiara: si sentiva minacciato, ma questo non gli faceva paura. Ha sempre parlato, sapendo bene che sarebbe stato colpito».

I 19 martiri sono figure molto diverse tra di loro. Lei li ha conosciuti tutti molto bene. Ci sono dei tratti che li accomunano?

«La prima cosa, come dicevo, è la volontà di restare fedeli alla loro gente. L’altra affonda le radici al  cuore del messaggio cristiano. Tutti celebravano o partecipavano alla Messa ogni giorno, consapevoli che forse sarebbe stata l’ultima volta. Le due religiose agostiniane Esther Paniagua Alonso e Caridad Alvares Martín, sono state uccise mentre si recavano a Messa nella loro cappella. Le due suore di Belcourt, suor Angèle-Marie e suor Bibiane, delle suore di Nostra Signora degli Apostoli, sono state assassinate all’uscita da Messa nel quartiere di Kouba ad Algeri. Ed è andando in chiesa che è stata uccisa suor Odette Prévost, delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore sempre ad Algeri. Sono tutti testimoni del messaggio cristiano che ci dice che si dà la vita non solo nel servizio di tutti i giorni, ma anche nella presenza nelle situazioni più difficili, sino alla morte. Per tutti loro, al fondo, c’era una grande motivazione spirituale. Poi, come diceva spesso suor Odette, c’erano anche la volontà di restare e di far rispettare la nostra differenza e la nostra identità cristiana, il desiderio di fare qualcosa per l’avvenire dell’umanità. Sentivamo di dover fare la nostra parte perché non c’è futuro se non si è capaci di rispettarsi nelle differenze».

Ha un ricordo particolare di qualcuno di loro?

«Ho un ricordo di ciascuno. Erano i miei fratelli e le mie sorelle. Avevo incontrato ciascuno di loro pochi giorni prima che venissero uccisi. Ricordo in particolare Pierre Claverie che era venuto a rimpiazzarmi ad Algeri perché ero andato al monastero di Tibhirine. Rientrando a Orano è stato ucciso».

Mons. Claverie è stato assassinato di fronte all’ingresso della curia con l’amico e autista Mohamed. Questa comunanza anche nella morte continua a rappresentare un segno profondo di prossimità e di condivisione con il popolo algerino?

«Claverie aveva detto che anche solo per un  uomo come Mohamed era importante restare in Algeria. Dal canto suo, Mohamed nel suo diario personale aveva scritto che sentiva di potere essere vittima di un attentato insieme a Pierre. Sono rimasti insieme e sono stati colpiti insieme. Un segno molto forte è venuto dalla famiglia di Mohamed che si è stretta in solidarietà con noi e mai ci ha accusato di aver messo in pericolo il proprio figlio. È stato un gesto importante».

Come sarà vissuta la beatificazione in d’Algeria?

«Vorremmo mettere l’accento sulla fedeltà e non sulla violenza. I vescovi hanno fatto molta attenzione nell’inserire le vittime cristiane nel contesto generale delle altre vittime algerine. Sarà un’occasione per fare memoria di tutte loro e in particolare del centinaio di imam che hanno rifiutato di sostenere le violenze estremiste. Speriamo che l’opinione pubblica possa comprendere che questa fedeltà sarà celebrata come dono di Dio che ci rende ancora più solidali con il popolo algerino e con le altre vittime che hanno subito questa stessa violenza».

E fuori dall’Algeria?

«Sarà un momento importante per tutti coloro che ci sono vicini e ci hanno sempre accompagnato. Ma non solo. È un messaggio forte per tutti i cristiani, anche per chi ci ha conosciuti indirettamente o dopo, attraverso, ad esempio, il film “Uomini di Dio” che ha portato la vita dei monaci a un pubblico più vasto, o a chi ha assistito allo spettacolo “Pierre et Mohamed” che è stato rappresentato almeno duemila volte in Francia».

Dopo quel periodo così difficile e drammatico, come è cambiata la Chiesa d’Algeria?

«La composizione della Chiesa si è rinnovata. Oggi ci sono nuovi preti, religiosi, religiose e laici di diverse nazionalità e che non hanno conosciuto quel periodo di violenza. Siamo in una situazione diversa, anche per la presenza di molti cristiani di origine subsahariana. In alcune città non era rimasto nessun cristiano. Questi giovani africani, che sono in Algeria per studiare o come migranti, portano un grande dinamismo anche all’interno della Chiesa. Ma ci chiedono anche di aprirci a nuovi campi di impegno e a nuove sfide, soprattutto per quanto riguarda i migranti».

Lei non ama che si dica che la Chiesa d’Algeria è una Chiesa perseguitata. Tuttavia, qualche difficoltà la incontra anche oggi. Soprattutto i cristiani algerini sono spesso costretti a vivere nel nascondimento, religiosi e religiose stranieri non ottengono facilmente i visti… Esiste libertà religiosa in Algeria?

«Quello dei visti è un problema serio. Se non si possono rinnovare non c’è futuro. Così come i cattolici d’Algeria continuano ad avere bisogno di un’attenzione e di una cura particolari da parte nostra. Ma non si può parlare di persecuzione. Le autorità algerine, ad esempio, sono state le principali finanziatrici dei restauri di edifici religiosi importanti per noi come Notre Dame d’Afrique ad Algeri, la basilica di Sant’Agostino ad Annaba o Santa Cruz a Orano. E per la beatificazione c’è stata molta collaborazione con il ministro degli Affari religiosi».

Che futuro vede per i cristiani in quel Paese?

«Speriamo che con i nostri amici della società algerina si possa insieme cambiare e migliorare le cose».

 

CHI E’

Un pastore nella tempesta

Mons. Henri Teissier nasce a Lione nel 1929. Si trasferisce in Algeria quando è ancora un giovane seminarista. Ed è qui, nella diocesi di Algeri, che viene ordinato prete dal cardinale Duval, il 25 marzo 1955. Nel 1973, diventa vescovo di Orano, per poi tornare ad Algeri, in veste di coadiutore nel dicembre 1980. Otto anni più tardi, nell’aprile del 1988, prende il posto del cardinale Duval, continuando una tradizione di vicinanza e di servizio al popolo algerino e di dialogo tra le religioni. Dimissionario per raggiunti limiti di età, mons. Teissier è sostituito alla guida dell’arcidiocesi di Algeri da mons. Ghaleb Moussa Abdallah Bader, giordano, del Patriarcato latino di Gerusalemme, dal 2008 al 2015. Dal 24 dicembre 2016, arcivescovo di Algeri è mons. Paul Desfarges, gesuita.