Il Pime a San Paolo nelle favelas lasciate sole nell’epidemia

Il Pime a San Paolo nelle favelas lasciate sole nell’epidemia

Una giornata con padre Bosco e padre Raju a distribuire nelle periferie della metropoli brasiliana più colpita dal Covid19 gli aiuti raccolti grazie al «Fondo S140 Emergenza Coronavirus nel mondo» della Fondazione Pime. «La povertà qui è estrema. E la gente che ha bisogno continua ad aumentare»

 

 

Nella periferia di San Paolo, la città più colpita di tutto il Brasile dal coronavirus, i sacerdoti del Pime sono in prima linea per fare fronte alle continue richieste di aiuto che vengono dalle famiglie che hanno perso il lavoro a causa della quarantena e che stanno soffrendo la fame. Il Covid-19 infatti ha per certi versi esasperato situazioni già al limite: in favela, dopo vivono i missionari del Pime, il virus si è sommato alle difficoltà che le famiglie erano già chiamate ad affrontare quotidianamente. Due parrocchie della zona Sud della capitale dell’omonimo Stato hanno beneficiato dei fondi del progetto S140 Emergenza Coronavirus nel mondo, lanciato da Fondazione Pime per supportare il lavoro nelle missioni durante la pandemia. Vediamo nel dettaglio come questi fondi sono stati usati.

Padre Bosco, parroco della parrocchia di San Francesco e Santa Chiara, nella favela di Americanopolis, si è organizzato per l’acquisto e la distribuzione di generi di prima necessità. Fino ad oggi, grazie ai fondi del Pime e ad alcune donazioni locali, è riuscito a distribuire ceste basiche a ben 500 famiglie. Riso, fagioli, latte in polvere, olio, scatolame, carta igienica: le ceste basiche preparate da padre Bosco e dai suoi parrocchiani aiutano una famiglia di quattro o cinque persone per circa 2 settimane. «Qui la situazione è molto difficile. Migliaia di persone si sono ritrovate senza lavoro e con ancora più bocche da sfamare, dato che anche le scuole sono chiuse: la maggior parte degli adulti lavorava a giornata, le donne sono impiegate domestiche che lavoravano nelle case dei ricchi, del centro o di Morumbi. Sono state lasciate a casa, perché ovviamente chi gli dava lavoro ha paura che trasmettano il virus, dato che vengono dalla favela», racconta padre Bosco. «A soffrire sono soprattutto i bambini. Noi stiamo cercando di rispondere a tutte le richieste, ma continuano ad aumentare», aggiunge. Solo nella penultima settimana di maggio la parrocchia è riuscita a preparare circa 60 ceste basiche: ma nel giorno della consegna fuori dal cancello di San Francesco e Santa Chiara si sono presentati quasi il doppio delle persone, tutti in coda a chiedere aiuto.

I fondi sono arrivati anche a padre Raju Koppula, altro sacerdote indiano del Pime che vive nella periferia Sud di San Paolo ed è parroco della parrocchia di Santa Maria degli Angeli (Nossa Senhora dos Anjos). Nel territorio parrocchiale l’ex parroco padre Daniele Belussi, vice superiore regionale del Pime in Brasile, ha aperto una cappella all’interno di una baraccopoli sorta da poco: in un terreno invaso e occupato ci sono centinaia di baracche di cartone e plastica dove vivono 5mila persone e circa mille bambini. La cappella è diventata un segno di speranza e la parrocchia organizza attività liturgiche e sociali. Una buona parte dei fondi sono stati usati proprio per acquistare generi alimentari di base da distribuire alle famiglie. «Qui vivono gli ultimi degli ultimi. Si vedono situazioni di povertà estrema», racconta padre Raju. Che la scorsa domenica ha organizzato, insieme ai volontari della parrocchia, una consegna di latte alle famiglie: «Abbiamo acquistato e consegnato 2400 litri di latte. Ogni famiglia ha ricevuto 6 litri. C’era una coda lunghissima, quasi 500 persone».

Questa è solo una delle ultime azioni messe in atto nella comunità di São José de Anchieta da padre Raju, coadiuvato da padre Daniele. «Abbiamo già consegnato oltre 200 kit per la colazione, abbiamo ricevuto una donazione di colombe pasquali. Poi abbiamo comprato carne di pollo per le famiglie con bambini e per gli anziani, perché mangiare carne è importante in questo periodo», spiega il parroco. «Grazie all’aiuto di Fondazione Pime riusciamo anche a fare interventi mirati: qualcuno ci chiede di comprare una bombola di gas per cucinare, qualcuno ha bisogno di una visita in ospedale, di un frigorifero da mettere in casa, oppure di un abbonamento ai mezzi pubblici per poter andare a lavorare».