Impure, intoccabili e sporche

Impure, intoccabili e sporche

La religione induista in India e in Nepal allontana le donne dalla vita sociale nei giorni del ciclo. I rigidi tabù ancora in vigore hanno spinto di recente una ragazzina al suicidio.

«Amma (mamma), perdonami». Sono le parole che una studentessa di 12 anni di Tiruneveli, nello stato indiano del Tamil Nadu, ha scritto a sua madre prima di uccidersi, alcuni giorni fa. La ragazzina sembra non aver ha retto l’umiliazione inflittale da un’insegnante. Aveva avuto il primo ciclo mestruale e la sua divisa scolastica si era macchiata di sangue. Anziché aiutarla, la donna l’aveva sgridata platealmente davanti ai compagni.

L’episodio è sintomatico di un pregiudizio culturale che da sempre affligge il sesso femminile in India, Nepal e Bangladesh, soprattutto in ambito induista, difficile da sradicare. Le mestruazioni sono un tabù In quei giorni del mese, la società considera le donne impure, intoccabili, sporche. Non possono entrare in cucina e toccare il cibo. Non possono sedersi in compagnia con gli altri. E tanto meno entrare a pregare in un tempio indù. Un’indagine di tre anni fa aveva rilevato che persino nelle grandi città le donne indiane più benestanti acquistavano gli assorbenti nascondendoli in un sacchetto o in un foglio di giornale. E che non avrebbero mai delegato a un membro maschio della famiglia quest’incombenza. Il motivo si riassume in una sola parola: vergogna.

Molte organizzazioni stanno lavorando per cambiare una mentalità che non solo è discriminatoria, ma è anche deleteria per la salute femminile. Goonj (www.goonj.org) da oltre dieci anni si batte per l’igiene durante il ciclo. Milioni di donne indiane nei villaggi o negli slum delle metropoli usano stracci sporchi come assorbenti, li condividono con altre donne della famiglia, rischiando infezioni e tumori. E chi non ha neppure un brandello di tessuto, per pulirsi usa sabbia o cenere. Goonj si batte per consentire che le più povere abbiano almeno delle pezze di cotone nuove e pulite.

Qualcosa si muove, però. Un’azienda informatica di Mumbai a luglio scorso ha lanciato una proposta d’avanguardia: ha riconosciuto alle sue dipendenti il diritto di chiedere e fruire, se lo desiderano, di un giorno di permesso dal lavoro durante il primo giorno del ciclo mestruale, per non sentirsi a disagio in ufficio.

Chissà cosa ne pensa di tanta premura la dea Saraswati, divinità induista della conoscenza, che in tanti luoghi dell’India e del Nepal viene evocata dai più retrogradi sostenitori dell’impurità femminile per allontanare le ragazzine da scuola durante il ciclo. La dea, infatti, si offenderebbe se una studentessa toccasse un libro, perché lo sporcherebbe.

Questo è solo uno dei tanti pregiudizi del chhaupadi, un termine che significa “essere intoccabile”. Le regole di questa consuetudine sono una collezione di assurdità. Se una donna col ciclo tocca una pianta, questa non fruttificherà mai più. Se beve il latte, la mucca non lo produrrà più. Se tocca un uomo, quest’ultimo si ammalerà. L’applicazione più rigida dal chhaupadi prevede l’allontanamento della donna da casa durante le mestruazioni per 4-7 giorni al mese, impone un’alimentazione scarna solo a base di riso e pane (vietati tutti i derivati del latte e la carne) e impedisce persino di lavarsi. Anche il parto, secondo questa visione, è impuro: madre e bambino devono stare lontano da casa per almeno 10-11 giorni.

Il governo del Nepal sta combattendo da decenni contro questa pratica retrograda, senza riuscire a sradicarla. Nel 2005 la Corte Suprema l’aveva dichiarata illegale, ma nelle regioni occidentali e centrali del Paese è sopravvissuta. Cinque anni dopo, un’indagine governativa attestava che il 50 per cento delle donne in questa regione continuavano a sottostare alle sue regole. Ad agosto scorso, le autorità nepalesi hanno approvato una nuova legge che prevede fino a tre anni di carcere e una multa di 3000 rupie (40 euro circa) per chi costringe le donne a stare in una capanna isolata durante il ciclo mestruale o il parto.

Oltre alla lunga serie di divieti sociali e alimentari, il vero incubo per le donne è proprio il confino in una capanna o nella stalla, con gli animali. La lunga catena di vittime annovera fra le ultime, a luglio scorso, una ragazza di 19 anni nel Nepal occidentale morsa da un serpente nel luogo in cui era esiliata dalla famiglia. Nelle stalle, le donne si trovano a dover affrontare puzza, sporcizia, insetti e soprattutto il freddo invernale, perché il chhaupadi vieta l’uso di coperte. Per non parlare delle molestie e degli stupri: una ragazza lasciata sola è spesso vittima di ubriachi e malintenzionati. Le puerpere non se la passano meglio. «Il mio bambino è morto d’influenza, a causa del freddo che c’era nella stalla, dove siamo dovuti restare 18 giorni dopo il parto», ha raccontato una donna in un’intervista al quotidiano inglese Guardian.

Disobbedire non è facile. La condanna sociale ricade sulla donna e sulla sua famiglia, e la religione induista minaccia morte e distruzione da parte degli dei. Non resta che sperare che la nuova legge, con la minaccia concreta di sanzioni, riesca a imporre una nuova mentalità. Magari anche grazie a Bidhya Devi Bhandari, dal 2015 prima presidente donna nella storia del Nepal, che sicuramente non andrà a dormire in una stalla in quei giorni del mese.