Malaysia, divieto di conversione

Malaysia, divieto di conversione

L’Alta corte dello Stato di Sarawak ha sentenziato che cittadini di fede islamica non si possono convertire a un’altra religione senza il consenso di un tribunale islamico. Un segnale preoccupante in un Paese considerato per molti aspetti un modello di convivenza

 

Il riconoscimento della piena cittadinanza per le minoranze religiose è spesso difficile in Malaysia. E lo diventa ancora di più se si tratta di donne separate o divorziate da consorti musulmani o figli nati da questi rapporti. A fianco di questa problematica, resta ancora impossibile vedersi riconosciuta una nuova identità religiosa per chi sceglie di convertirsi dall’islam tra una popolazione di 27 milioni, musulmana al 61,3 per cento. E tutto questo accade in un Paese il cui governo gioca da tempo la carta dell’identità malese e musulmana per cercare di non perdere il potere che detiene dall’indipendenza.

Questo – in un paese tra i più stabili e evoluti del Sud-Est asiatico e considerato per molti aspetti un modello di convivenza – sta creando effetti che ne stanno minando l’immagine all’esterno e creano tensioni sempre crescenti anche all’interno.

Non a caso, ormai, la situazione politica è polarizzata tra un partito-Stato (Umno, United Malays National Organization) che esprime anzitutto – anche se non univocamente – gli interessi dei malesi di fede islamica, e una coalizione di opposizione polarizzata sulla tutela delle minoranze, pur se con una leadership in parte malese e musulmana.

Qualche settimana fa l’Alta corte dello Stato di Sarawak ha sentenziato che cittadini di fede islamica non si possono convertire a un’altra religione senza il consenso di un tribunale islamico. Una decisione arrivata alla fine di un dibattito processuale che ha sollevato molto interesse nel Paese e che ha anche acceso gli animi, al punto che la polizia è dovuta intervenire in forze all’esterno del tribunale di Kuching per garantire la sicurezza durante la lettura del giudizio.

Quattro persone – una nata in una famiglia islamica, altre tre convertite in passato a questa fede chiedevano di vedersi riconosciuta legalmente la volontà di passare al cristianesimo e modificare sui documenti d’identità la religione di appartenenza.

Non una questione di poco conto, anche per gli effetti sulla realtà quotidiana, in quanto automaticamente le carte d’identità malaysiane riportano l’indicazione “islam” per i cittadini, a meno che non siano nati in una famiglia di fede diversa. Un elemento questo che pone automaticamente i possessori sotto la giurisdizione delle corti islamiche e della legge coranica, la Sharia, a sua volta diversamente interpretata e applicata in ciascuno degli Stati federati.

Sicuramente la decisione dei giudici lascerà più di altre uno strascico e non metterà fine al dibattito che è estensione della definizione ambigua dello Stato malese, in bilico tra laicità e islamizzazione, tra apertura globale e tendenze localiste, tra dirigismo sovente venato di illiberalità e riconoscimento di pieni diritti e libertà per i cittadini.

Non a caso, dopo la sentenza, Joshua Baru, attivista per le libertà civili, ha ricordato che «se la decisione non è stata quella sperata», il dibattito che ha portato al giudizio «ha rotto lo status quo o il limbo in cui i cittadini vengono a trovarsi» riguardo all’apostasia. A confermare una situazione in qualche modo “schizofrenica” del sistema, va sottolineato che proprio a gennaio, la stessa Alta corte aveva dichiarato “limitati” i poteri dei tribunali islamici e che anche per i musulmani la parola finale per la materia competente deve essere dei tribunali civili.