Skip to main content

Mali: mistero dogon

FUORI ROTTA
Da questo mese una nuova rubrica con una guida d’eccezione che presente una meta per itinerari nel Sud del mondo alla scoperta di popoli e culture. Inizamo con Marco Aime sui villaggi dei dogon in Mali 
Un popolo capace di studiare i movimenti degli astri celesti ed elaborare una cosmologia complessa e raffinata, in profonda e quasi mistica armonia con la natura. Così, negli anni Quaranta del secolo scorso l’antropologo francese Marcel Griaule descriveva i dogon del Mali, e ancora oggi questo è l’immaginario al quale attinge chi si reca nella loro bellissima terra nel cuore dell’Africa. Lo scenario naturale, da solo, varrebbe il viaggio: la popolazione dei dogon, che oggi conta 240 mila persone, vive sulla falesia di Bandiagara, una parete rocciosa a picco composta di roccia sedimentaria che rappresenta uno dei maggiori siti di importanza archeologica, etnologica e geologica del mondo. Il punto di partenza per qualsiasi itinerario è la città di Bandiagara, cento chilometri a est di Moptì, per poi inevitabilmente passare per Sangha. Per sfuggire alle rappresentazioni fatte apposta per i turisti, consiglio di non fermarsi ai primi villaggi dopo Sangha, ma di proseguire fino a quelli più remoti e più vicini al confine con il Burkina Faso. Bisogna andarci a piedi nel paese dei dogon, perché arrivandoci in un altro modo, come diceva Cesare Pavese, «c’è la stessa differenza che guardare l’acqua e saltarci dentro». Visti dalla piana arida, che un tempo era savana verdissima, gli insediamenti di capanne con il tetto di paglia e i granai a forma di torri sembrano presepi aggrappati alla roccia giallastra. Le danze per i turisti e le maschere vendute sui mercati sono l’ottimo modo che il popolo dogon ha trovato per non fare entrare i visitatori troppo dentro la propria cerchia intima, anche se le danze proposte sono orginali, e rappresentano il rito forse più significativo e antico della loro cultura animista. Accostare, con discrezione, la spiritualità dogon è ancora possibile. La si incontra soprattutto attraverso l’arte, l’attività scultorea per la quale questo popolo è diventato famoso, un’arte totalmente intrisa di religiosità. Le statue lignee rappresentano spesso la dea madre, evocano la fertilità e la sacralità della natura. Le opere più antiche sono state portate via dai collezionisti europei, ma gli artigiani locali le hanno riprodotte e inserite anche nelle abitazioni: non è raro vedere i pali di legno che reggono i tetti delle case scolpite con forme femminili. Non è un viaggio per tutti, quello nella terra dei dogon, e in questo periodo richiede attenzione e precauzioni. Ma è un’esperienza impossibile da dimenticare. LA NOSTRA GUIDA DI QUESTO MESE Marco Aime è un antropologo e scrittore italiano, docente di antropologia culturale presso l’università di Genova. È un esperto del popolo dogon. Sul Mali ha scritto numerosi libri, fra i quali Diario dogon (Bollati Boringhieri, 2000) e Le radici nella sabbia. Viaggio in Mali e Burkina Faso (EDT, 2013).

Articoli correlati

«Urge il coraggio di visioni nuove»

Icona decorativa21 Aprile 2026
Icona decorativaAnna Pozzi
Nell’incontro con il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema, al potere da 47 anni, Papa Leon…

Papa a Saurimo, città dei diamanti: «Non siamo nati per diventare schiavi»

Icona decorativa20 Aprile 2026
Icona decorativaRedazione
Terzo giorno in Angola, Leone XIV, dalla città dei diamanti, parla delle persone «sfruttate dai prepotenti e ingannat…

Da Bamenda al mondo: il messaggio di Leone XIV ai signori della guerra e agli artigiani di pace

Icona decorativa16 Aprile 2026
Icona decorativaAnna Pozzi
«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di …