Studiare nel Triangolo d’oro

Studiare nel Triangolo d’oro

Anche se nascoste dietro la facciata luccicante da mostrare ai turisti, nel Nord della Thailandia le difficoltà non mancano. E i giovani sono quelli che fanno più fatica a costruirsi un futuro

 

È una delle mete turistiche più famose e frequentate dell’Asia. La Thailandia: un Paese in cui l’anno scorso sono atterrati quasi quaranta milioni di turisti, generando cinquantasette miliardi di dollari di introiti. Più che in ogni altro Paese asiatico. Un vero successo per il governo di Bangkok, che da anni sta puntando a rafforzare a livello internazionale la sua immagine di meta turistica, anche spendendo un po’ più del dovuto. Gli investimenti si sono concentrati soprattutto nelle infrastrutture, per favorire proprio i turisti che dalla capitale dovevano spostarsi nelle aree rurali a Nord del Paese, ricche di bellezze naturali. Come ad esempio il cosiddetto Triangolo d’oro, un’area montuosa di quasi 390 mila chilometri quadrati a cavallo dei confini di Thailandia, Myanmar e Laos.

Sebbene gli investimenti abbiano aiutato la crescita delle piccole città come Chiang Mai, nel Nord della Thailandia i problemi non mancano. Anche se forse non molti di quei quaranta milioni di turisti se ne sono resi conto. Il Triangolo d’oro è abitato infatti da diverse etnie seminomadi, ciascuna con una sua lingua e con tradizioni proprie. Il disboscamento a cui facevano ricorso per procurarsi nuovi terreni da coltivare non è più permesso per ragioni di tutela ambientale, e ora molte tribù si trovano costrette a spremere al massimo la poca terra che hanno a disposizione sulle colline. I villaggi sono isolati, distanti diversi chilometri l’uno dall’altro e mal collegati. L’oppio non si coltiva né si fuma più, ma in compenso dal Myanmar arrivano di contrabbando l’ecstasy e l’eroina. Oltre a queste, a rovinare ulteriormente la vita di giovani e adulti, si unisce anche la birra, che scorre a fiumi nonostante il proibizionismo. E circolano stime, non ufficiali ma ugualmente allarmanti, secondo le quali i malati di Aids in Thailandia sono dieci milioni: oltre il 15% della popolazione totale del Paese.

Ma la peggiore malattia, e la più difficile da debellare, è ancora una volta la povertà dell’istruzione. Padre Valerio Sala, missionario del Pime tra le montagne del Nord dal 2008, ci racconta di un’ignoranza diffusa, dovuta all’isolamento delle comunità più che all’assenza di scuole. Nella zona intorno alla parrocchia di Mae Suay il Pime gestisce quattro ostelli per ospitare bambini e adolescenti. Sono serviti a permettere anche agli studenti dei villaggi più isolati di avere accesso all’istruzione. «Prima i bambini venivano
da diciassette villaggi – racconta padre Valerio – ora solo da dieci, perché negli altri il governo ha costruito una scuola elementare». Ma poi è sorto un altro problema: le famiglie che affidavano i figli agli ostelli erano fin troppo contente di dimenticarsene. «Alcuni genitori mi hanno chiesto perché non tenevamo i bambini anche durante le festività – racconta padre Valerio -. Ed è sempre difficile convincerli a fare dei colloqui. Si dimenticano dei loro figli fino a che non raggiungono l’età per lavorare. Può sembrare strano, ma questa è una cosa abbastanza normale per la cultura dei tribali, dove i matrimoni spesso sono ancora combinati e i figli servono ad assicurare la discendenza e a portare qualche soldo». Le conseguenze psicologiche per i bambini sono facili da immaginare: la loro più grande paura è quella di essere abbandonati.

Ma c’è una semplice soluzione a questo problema educativo: lo scuolabus. O qualcosa di simile… L’idea dei missionari del Pime è stata quella di istituire un servizio di trasporto usando i pick-up dei villaggi. «Non avevo i soldi per comprare un pulmino – racconta padre Valerio -. Ma avevo conosciuto un thailandese che me ne avrebbe regalato uno. “È quasi nuovo! – mi ha detto – ha solo diciotto anni”. Allora ho capito che dovevo trovare un altro modo». Gli autisti dei villaggi si sono messi a disposizione per accompagnare i bambini a scuola ogni mattina e per riportarli ai loro genitori ogni pomeriggio. In questo modo i figli rimangono vicini alle loro famiglie, che devono per forza di cose partecipare alla loro crescita e alla loro formazione. «Spero che questo progetto possa concludersi presto, quando ogni villaggio avrà la sua scuola – dice padre Valerio -. Per ora, però, è ancora il miglior modo per garantire a questi bambini sia l’istruzione, sia l’affetto che solo una famiglia può dare». Anche se non è sufficiente: «Il mio sogno è che qualcuno di loro decida di andare all’università e diventare professore. Ne abbiamo davvero bisogno perché non c’è personale educativo formato adeguatamente e per noi missionari la lingua è un grande ostacolo. Per questo continuiamo a promuovere le adozioni a distanza per i giovani: finanziare il loro studio darà davvero un futuro alle tribù dei monti e a tutta la Thailandia».