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Malawi, l’unico ospedale in fiamme mentre avanza il Covid

L’appello dei missionari monfortani da Balaka: «Servono aiuti subito prima che la pandemia diventi una tragedia inarrestabile»
  Una storia dentro la storia. Un’emergenza locale all’interno dello scenario mondiale della pandemia, per «testimoniare la condizione del Malawi, al limite della sopravvivenza». Nella notte del 31 luglio, le fiamme hanno scosso la cittadina di Balaka, meta di missionari e volontari bergamaschi. L’ospedale distrettuale è andato distrutto, «proprio nel momento in cui era necessario che funzionasse al meglio – testimonia il padre monfortano Piergiorgio Gamba -. Ormai invasi dal virus che non siamo riusciti a controllare, e che già supera i 4000 casi di positivi, ci siamo aggrappati all’unica assistenza che poteva venire dalla minima struttura sanitaria del Balaka District Hospital». Poi l’incendio. Un inferno di fiamme, causato da un cortocircuito, che ha polverizzato gran parte della struttura, già lebbrosario, donato dalle suore monfortane alla diocesi e poi passato al Governo negli anni ‘80.«Non ci sono feriti: i 146 pazienti, illesi, sono stati evacuati altrove – prosegue il 68enne bergamasco, in Malawi dal ’76 -. Assieme a tutta la gente di buona volontà, in Italia e in Malawi, abbiamo avviato una raccolta di aiuti per iniziare la ricostruzione e la riapertura dei diversi padiglioni. Deposito delle medicine, cucina, lavanderia, reparto dell’amministrazione, sistema idraulico ed elettrico sono andati persi. Lanciamo un grido di aiuto: un impegno a radunare tutte le forze disponibili, prima che la pandemia diventi una tragedia inarrestabile». Nel frattempo, nella notte tra mercoledì 5 e giovedì 6 agosto, un altro rogo ha colpito Balaka, cuore di un distretto che conta 450.000 persone in 115 km quadrati. A bruciare è stata la casa famiglia Tingawane, nella quale vengono garantiti aiuto e istruzione ad orfani e ragazzi di strada. L’incendio, innescato da un cortocircuito, ha reso inaccessibile gran parte della struttura, da sempre «in prima linea nell’accompagnare gli ultimi e i più emarginati». I 10 giovani ospiti, di età compresa tra i 5 e i 17 anni, sono stati messi in salvo ed evacuati; mentre della casa Tingawane rimangono in piedi soltanto i muri.«Ci è nata spontanea la volontà di fare il possibile, a livello locale, coinvolgendo le chiese e le organizzazioni presenti, per rialzarci ancora una volta. A tutti chiediamo di partecipare alla ricostruzione, prima che il virus porti via la nostra gente».

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