Fukushima, la ferita dimenticata

Fukushima, la ferita dimenticata

A dieci anni di distanza migliaia di persone continuano a soffrire le conseguenze del terremoto e dello tsunami che ne seguì: un’onda alta decine di metri che portò all’esplosione di un reattore nucleare

 

La fiamma olimpica che il 25 marzo inizia il suo itinerario dallo stadio riaperto proprio lì dove dieci anni fa c’era la grande base operativa delle squadre di soccorso. Avrebbe dovuto essere la grande vetrina internazionale per mostrare come la prefettura di Fukushima si era rialzata dalla grande catastrofe. Seguita poi dalle partite di baseball e di softball, che a luglio dovrebbero essere disputate in questo stesso impianto. Invece – complice anche il Covid-19 – proprio i Giochi di Tokyo, che i superstiti non hanno mai voluto, stanno diventando il simbolo della volontà di dimenticare le ferite mai rimarginate davvero. Tra pochi giorni ricorreranno i dieci anni dal “triplice disastro”: era infatti l’11 marzo 2011 quando un terribile terremoto del nono grado della scala Richter con epicentro in mare scatenò uno tsunami di intensità mai vista nemmeno in un Paese abituato agli eventi sismici come il Giappone. Un’onda alta 32 metri travolse tutto quanto incontrava e giunse anche là dove era stato assicurato che non sarebbe mai potuta arrivare: dentro la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi. E provocò quello che inizialmente i vertici della Tepco, l’azienda elettrica giapponese responsabile dell’impianto, cercarono in ogni modo di minimizzare: un’esplosione in uno dei tre reattori con la dispersione nell’atmosfera di sostanze radioattive. In quelle ore frenetiche l’allerta venne progressivamente innalzata fino al livello 7 – lo stesso dell’incidente di Chernobyl – che fece scattare l’evacuazione di decine di migliaia di persone nel territorio circostante. Molte delle quali mai più tornate nelle loro case.

«Una settimana dopo arrivai a Iwaki, una parrocchia a una quarantina di chilometri dalla centrale di Fukushima Dai-ichi – ricorda padre Marco Villa, oggi segretario generale del Pime, allora missionario nella diocesi di Saitama, confinante con quella di Sendai, dove si trova la prefettura di Fukushima -. La Chiesa giapponese si stava mobilitando per aprire centri tra gli sfollati del terremoto, dello tsunami e dell’esplosione. Insieme a due suore ci stabilimmo a Iwaki dove era stata indirizzata tanta gente perché si trovava a Sud, mentre i venti spostavano la nube radioattiva verso Nord. Ricordo ancora l’odore di morte che respirammo appena giunti là». Le scosse di assestamento andarono avanti per anni. E poi c’erano le vittime dello tsunami che man mano riemergevano: «La radio cittadina diceva: è stato ritrovato un corpo in questa zona – racconta ancora padre Villa – e tutti andavano la nella speranza di riconoscere un proprio caro. Ci occupavamo della distribuzione degli aiuti che arrivavano dalle altre zone del Giappone; persino la verdura nella prefettura di Fukushima non si poteva raccogliere per il timore della contaminazione. Soprattutto, però, ascoltavamo e facevamo nostro il dolore di questa gente. Un impegno che le diocesi giapponesi, inviando a turno religiosi e volontari, hanno portato avanti fino ad oggi».

Secondo i dati ufficiali, il bilancio del “triplice disastro” fu di 19.689 vittime e 2.563 dispersi. Ma sono numeri che non dicono tutto: non parlano delle morti avvenute nei centri per gli sfollati, non parlano dei tanti suicidi verificatisi in questa zona, non parlano dei dubbi sui reali effetti dell’esposizione prolungata alla radioattività, argomento su cui non esistono tuttora dati certi. Intanto nei tre reattori danneggiati della centrale rimangono ammassate circa 880 tonnellate di materiale ad alta radioattività. A dieci anni di distanza la delicatissima operazione di smantellamento procede con estrema lentezza: siamo ancora ai collaudi dei mezzi robotici necessari, ad oggi il governo giapponese e la Tepco prevedono che ci vorranno tra i venti e i trent’anni per la conclusione. Mentre appena qualche settimana fa il quotidiano Ashai Shimbun riferiva che una nuova rilevazione effettuata nell’area dei reattori ha registrato livelli di radioattività molto superiori rispetto a quelli previsti.

Ancora più delicata (e urgente) è la questione dell’acqua del sistema di raffreddamento: per mantenere sotto controllo i reattori in crisi vengono riversate enormi quantità di acqua, essa stessa a forte rischio di contaminazione. Si è cercato di immagazzinarla con un complesso sistema di serbatoi, ma queste acque aumentano di circa 100 tonnellate al giorno e si prevede che per metà 2022 la capienza sarà esaurita. Che succederà a quel punto? Il governo giapponese vuole riversarle in mare, sostenendo che il filtraggio avrebbe già ridotto la pericolosità delle sostanze radioattive. Ma i dubbi restano forti. E a non essere tranquilli sono soprattutto i pescatori di questo tratto di mare un tempo famoso per i suoi molluschi e le sue ostriche.

Se questa è la situazione nel sito della centrale, anche nell’area entro il raggio di 20 chilometri fatta sgomberare la situazione resta difficile. Alcune zone sono state riaperte alla popolazione, ma rimangono semideserte: «Per l’International Commission on Radiological Protection – spiega Stefano Vecchia, giornalista esperto di Asia autore con Susanna Marino del libro “Da Hiroshima a Fukushima” (vedi box pag. 9) – il limite di esposizione di una persona alla radioattività nell’arco della propria vita non dovrebbe superare i 100 millisievert. Nella prefettura di Fukushima il limite massimo è stato elevato a 20 millisievert per anno, la media consentita per i lavoratori delle centrali nucleari. Al di là della valutazione del rischio reale sulla salute, la riapertura delle aree di esclusione è stata resa possibile solo dalla discesa del limite».

Furono 164 mila le persone costrette a lasciare le proprie case nel 2011; secondo i dati della prefettura di Fukushima, nello scorso mese di ottobre gli sfollati risultavano essere ancora 36.900. Un numero che – come più volte la Caritas locale ha ricordato – è ampiamente sottostimato, dal momento che chi per l’esasperazione ha scelto di trasferirsi in altre zone del Giappone sfugge alle statistiche ufficiali. Molti, poi, non hanno più intenzione di tornare alle proprie case: secondo un’indagine condotta dall’Università Kwansei Gakuin, il 65% degli sfollati o ha paura della contaminazione oppure ha ormai messo radici nelle aree in cui si trova da anni. Un ruolo poi lo gioca anche lo stigma di cui gli abitanti di Fukushima finiscono per essere vittima, in modo simile a quanto sperimentato nel 1945 dalle vittime di Hiroshima e Nagasaki. «Qui a Tokyo – racconta padre Andrea Lembo, superiore regionale del Pime in Giappone – mi capita di incontrare ragazze e ragazzi che nascondono di essere originari di quella regione. Lo vediamo anche tra i cristiani quando vengono a registrarsi nelle parrocchie. Sono un po’ restii, hanno paura di incontrare diffidenze, di non riuscire un giorno a sposarsi se si viene a sapere che provengono dall’area dell’incidente alla centrale nucleare».

Sono state proprio la vicinanza a questa gente e la consapevolezza delle tante contraddizioni a portare la Conferenza episcopale del Giappone a prendere una posizione molto netta per la messa al bando a livello globale delle centrali nucleari. «Potrà sembrare non comune il fatto che una Conferen­za episcopale rivolga un messaggio a tutto il mondo. Ma noi vescovi – hanno scritto in un documento pubblicato nel 2016, a cinque anni dalla tragedia di Fukushima -, data la situazione in cui si è venuto a trovare il Giappone, ci siamo resi conto della necessità di far conoscere a tutti l’enorme pericolo delle centrali elettronucleari ed insieme lanciare un appello per la loro eliminazione».

«Pur tenendo conto del fabbisogno di energia e della necessità di diminuire l’emanazione del biossido di carbonio – argomentavano ancora i vescovi giapponesi in quel testo -, non possiamo pensare solo al progresso economico e dare priorità ai profitti e all’efficienza. Le centrali producono una grande quantità di scorie nucleari, primo tra tutti il plutonio. Dobbiamo considerare un problema etico il fatto di lasciare alle generazioni future l’onere di prendersi cura di questi pericolosi rifiuti nucleari». Di qui l’insistenza sulla necessità «tanto di reperire nuove fonti di energia riciclabile in sostituzione di quella nucleare quanto di diminuire l’uso dell’energia stessa. Fedeli allo spirito del Vangelo dobbiamo scegliere uno stile di vita più semplice e cercare un modo nuovo di vivere la povertà».

Il Giappone stesso, però, ha scelto di non seguire questa strada. Nel 2011, le 54 centrali nucleari da cui il Paese ricavava il 30% della propria energia elettrica erano state gradualmente disattivate. Ma dal 2015 Tokyo ha ricominciato a invertire la rotta: oggi sono 9 i reattori pienamente attivi, che contribuiscono per il 7,5% alla produzione elettrica nazionale. Emblematico è stato qualche settimana fa l’annuncio dello smantellamento di due grandi turbine eoliche installate nel 2012 in mare a venti chilometri da Nahara, come segno di una ricostruzione del distretto di Fukushima all’insegna delle energie rinnovabili. Secondo l’esecutivo guidato da Yoshihide Suga oggi l’impianto non rende a sufficienza e dunque nell’arco dei primi mesi di quest’anno sparirà.

Più che ricordare c’è, dunque, tanta voglia di voltare pagina in Giappone. Ed è per questo che diventa fondamentale non dimenticare chi soffre a Fukushima. Un impegno che le diocesi del Giappone continuano a portare avanti nei centri di assistenza, come quello della Caritas a Minamisoma, una cittadina ad appena 25 chilometri dalla centrale. Un luogo di ritrovo, dove provare a ricostruire insieme un tessuto sociale con chi si sente abbandonato. Anima di questo impegno è diventato monsignor James Kazuo Koda, già vescovo ausiliare di Tokyo: «Sono stato testimone di molti incontri profondi tra la gente e i volontari, sia cattolici che non cattolici, che sono venuti qui in questi anni – ha raccontato qualche mese fa monsignor Koda alla rivista dei missionari di Maryknoll -. È diventato un luogo dove testimoniare la misericordia di Dio nei confronti di tutti». Un cammino nel quale anche Papa Francesco ha voluto inserirsi con un incontro speciale con le vittime del “triplice disastro” durante il suo viaggio apostolico in Giappone, nel novembre 2019. «I pic­coli con i quali giocavo dopo il terremoto – ha scritto Michio Chiba, un volontario, in una testimonianza pubblicata nel bollettino della diocesi di Sendai – sono cresciuti e adesso partecipano attivamente alle attività scolastiche e ai giochi. I nipoti degli anziani che venivano alla sala da tè nelle residenze temporanee adesso guidano i visitatori raccontando le proprie esperienze sullo tsunami. Noi arrivammo cercando di portare il nostro sorriso. E mi chiedevo spesso se a chi era stato colpito dal disastro questo non apparisse sconveniente dopo una tragedia. Ma col tempo ho capito il senso di una frase della Scrittura che non avevo mai compreso fino in fondo: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia e piangete con coloro che sono nel pianto (Romani 12,15)”».

La forza di accogliersi a vicenda condividendo gioie e dolori è il ricordo che è rimasto impresso anche ad alcuni ragazzi di Giovani e Missione – il cammino proposto dal Pime ai giovani italiani – che alcuni anni fa in Giappone hanno avuto l’occasione di passare qualche giorno con gli sfollati di Fukushima a Iwaki (foto a pag. 8). «Io ci andai nell’estate del 2014 – racconta uno di loro, Andrea Grassi -. Mi è rimasto in mente il contrasto tra l’area intorno, dove tutto era normale, e le zone abbandonate. Ma soprattutto mi colpì la dignità di queste persone, che non si piangevano addosso. Eravamo andati lì con i missionari del Pime e un gruppo di ragazzi giapponesi per animare una festa. Ma in quei giorni fecero sentire noi i veri ospiti e protagonisti».

Non dimenticare, però, oggi diventa ancora più difficile: anche in Giappone il Coronavirus rischia di fare piazza pulita di tutto. Con il distanziamento e la paura del contagio è diventato difficile recarsi nei centri dove si sono reinsediati i sopravvissuti alla catastrofe. E allora anche i gesti semplici diventano preziosi. «Ogni Capodanno in parrocchia facciamo un brindisi con il saké – racconta padre Lembo -. In questi anni ho sempre voluto che questa bevanda arrivasse da Fukushima, per mantenere viva l’attenzione verso questi fratelli. Quest’anno non abbiamo potuto brindare insieme, ma il saké da Fukushima l’ho fatto arrivare lo stesso per le persone della mia comunità».

Piccoli segni per tener viva la speranza. Come quello di Takano Sachiko della comunità di Iwaki: «Sono stata costretta a lasciare casa e a muovermi di rifugio in rifugio – ha scritto in una testimonianza -. Molti amici e parenti si sono ammalati e sono morti. Ma ogni anno ritorno a casa mia per qualche ora, indossando la tuta protettiva, e pianto un albero di ulivo. Nel mio giardino ora ci sono quattro alberi rigogliosi. Nella Bibbia, al tempo del diluvio, fu un albero d’ulivo a diventare il simbolo della speranza per Noè. Ora lo è anche per me».

IL LIBRO

L’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi è avvenuto nel Paese delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki: intorno a questo filo rosso si muove il volume Da Hiroshima a Fukushima. Il Giappone e l’incubo nucleare (Ed. Stilnovo, pagg 226, euro 18), scritto in questo decimo anniversario da Susanna Marino, docente all’Università Bicocca di Milano, e dal giornalista Stefano Vecchia. Marino ripercorre l’esperienza degli hibakusha, i sopravvissuti alle atomiche sganciate dagli Stati Uniti nel 1945, mostrando come si tratti di una ferita ancora aperta. Vecchia invece analizza le contraddizioni portate alla luce dal “triplice disastro” del 2011.