La febbre da Mondiali di calcio vista dal Bangladesh

La febbre da Mondiali di calcio vista dal Bangladesh

Bandiere delle nazionali blasonate lunghe chilometri interi, il dilemma del Parlamento su come non abdicare all’orgoglio nazionale, le risse tra tifosi di Paesi di cui non si conosce davvero nemmeno la posizione geografica: il calcio di Russia 2018 visto da Dhaka

 

Qualche giorno fa l’ambasciatore di Germania presso il Bangladesh è andato a Magura, località quasi sconosciuta del Bangladesh rurale. Voleva vedere di persona una bandiera tedesca lunga cinque chilometri e mezzo, portata in lunga processione da tutto il villaggio ed orgogliosamente esposta nel campo antistante la scuola locale. L’aveva confezionata un agricoltore per esprimere incrollabile fede nella vittora della Germania alla Coppa del Mondo di Calcio.

La Germania non ha vinto la Coppa del Mondo, anzi è stata proprio eleminata; ma la bandiera ha stravinto sulla bandiera argentina portata in processione con canti e inni a Feni pochi giorni prima, lunga solo un chilometro…

La sera in cui la partita Argentina-Islanda si concluse con un sorprendente pareggio, il mio giovane amico Roby, amareggiato e umiliato, ha perso l’appetito ed è andato a letto senza cena. E non ha voluto sapere nulla di questa “Islanda” rompiscatole che non aveva mai sentito nominare fino alla drammatica serata in cui ha osato fermare l’Argentina…
Stramberie isolate?

Centinaia di migliaia di bandiere di tutte le misure garriscono al vento del Bangladesh su tetti, staccionate, pali, alberi, biciclette, barche, negozi, nelle città, nelle campagne o avvolgono, sotto forma di magliette, innumerevoli toraci di bengalesi giovani e anziani. Per numero, stravince l’Argentina, seguita dal Brasile; molto rare le bandiere tedesche, rarissime le spagnole.

L’anno scorso, il Parlamento s’interrogò: esporre bandiere di altre nazioni offende il proprio Paese? “Certo, è alto tradimento – sosteneva qualcuno – e va severamente proibito”. Ma prevalse una linea tollerante: visto che il Bangladesh non è entrato nella Coppa del Mondo, s’innalzino pure bandiere di altri paesi, ma più alta di ciascuna sventoli la nostra. Infatti, qua e là si vedono anche bandierette del Bangladesh che fanno da cappello a bandieroni stranieri.

Le bandiere sventolano, e a terra volano sberle, o peggio. Al 28 giugno erano già 13 i morti per violenze fra tifosi, quanti siano i feriti e ammaccati non lo so.
Qualcuno si chiede: che cosa spinge un bengalese a sostenere la squadra di un Paese che non conosce e non sa dove sia, fino ad azzuffarsi e accoltellarsi con chi sostiene la squadra di un altro Paese che non conosce e non sa dove sia? Basta dire che si tratta di un innocente, un po’ infantile passatempo nazionale?

Le risposte sono numerose e fantasiose quanto la sarabanda di bandiere.
L’agricoltore che ha venduto un campo per realizzare la bandiera superlunga, dice che era stato guarito da medicine omeopatiche tedesche, per questo tifa Germania. Ma qualcuno va indietro nella storia: le prime vittorie di Argentina e Brasile nell’era della comunicazione (anni ’70, mi dicono), con figure di spicco come Pelè e Maradona… fecero diventare simpaticissimi Brasile e Argentina, Paesi lontani e sconosciuti ma capaci di suonarle sonoramente alle orgogliose squadre occidentali. Erano simboli che davano voce al bisogno inespresso di vedere a testa bassa chi di solito mi avvicina guardandomi dall’alto, e si ritiene maestro in tutto…

Ci sono anche risposte geo-socio-psico-ambientali. Il Bangladesh è terra di grandi fiumi, alluvioni, dedali di canali, tigri, cicloni, disastri naturali, poeti. I suoi abitanti sono abituati al rischio, sanno che spesso non ci sono rifugi, e hanno bisogno di simboli positivi rassicuranti, che assicurano successo. Non solo calciatori, certo, anche Muhammad Ali e Madre Teresa, Robindronath Tagore e il “Padre della Patria” Bongobundhu, fino a Zidane, Messi e Neymar. Anzi, non c’è neppur bisogno che il salvatore esista davvero: nel 1990 – quando la TV stava incominciando a diffondersi – una popolare telenovela raccontava le mirabolanti avventure di un personaggio dalle caratteristiche simili a quelle di Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Quando la storia volse al peggio, e il protagonista venne condannato a morte, le masse si mobilitarono in processioni e manifestazioni di protesta perché si cambiasse il racconto, e l’iniqua sentenza venisse cancellata.-

Ovviamente, non può mancare chi pensa che la risposta abbia radici storico-religiose. Il Bengala venne islamizzato sotto il grande impero dei Mogul, ma nella sua fase tarda, quando ormai le glorie originali dei lontani Califfati di Bagdad e di Damasco si erano spente. L’Islam venne portato da predicatori pii ma ignoranti, che convertivano i lavoratori delle loro terre, creando una “religione dell’aratro”. Esperti sentenziano che “atti di devozione irrazionale spesso si sviluppano in ambienti “moribondi” per stagnazione culturale” (Ahmed Sofa, The Mind of the Bengali Muslims, 1976).

Come mai i “dervisci” e i “pir” islamici di tanti secoli fa abbiano posto le premesse per arrivare alle bandiere argentine e brasiliane che sventolano sopra Dhaka, e ad innamorarsi perdutamente di calciatori di squadre sconosciute… non chiedetemelo perché non l’ho capito neppure io.
Più modestamente, l’autore dell’articolo da cui ho rubato queste notizie, verso la fine scrive che una conclusione si può trarre: il Bangladesh sta vivendo una spettacolare crescita economica, ma “la crescita economica non necessariamente si traduce in sviluppi socioculturali”. Insomma, il mondo è complesso, ma le cose semplici, chiare, appassionanti, indiscutibili fanno comodo; dite quello che volete, ma una cosa è certa e chi non la condivide non capisce nulla: il Brasile è onnipotente… la Francia fa schifo… Messi è un santo…
Forse una mentalità che non manca anche in Italia?

 

Questo articolo è tratto dal blog di padre Franco Cagnasso «Schegge di Bengala»