Beati d’Algeria

Beati d’Algeria

Dovrebbe essere reso noto in questo mese di gennaio il decreto di beatificazione dei 19 martiri cristiani che hanno perso la vita negli anni Novanta. Parla il postulatore, padre Thomas Georgeon, trappista

 

«Rendere omaggio ai 19 martiri cristiani significa rendere omaggio alla memoria di tutti coloro che hanno dato la loro vita in Algeria negli anni Novanta». Padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione intitolata a “Monsignor Pierre Claverie e ai suoi compagni”, ovvero i 19 religiosi e religiose uccisi in Algeria, è particolarmente fiducioso e soddisfatto. Sia perché il decreto dovrebbe essere reso noto in questo mese di gennaio, sia soprattutto per il significato che questa causa ha non solo per la piccola Chiesa d’Algeria, ma per tutto il Paese. «è un’occasione – sottolinea padre Georgeon – per ricordare tutti coloro che hanno dato la loro vita in quegli anni bui, ma anche per riscoprire il significato vero del termine “martire”, ovvero “testimone”».

Padre Georgeon, la causa di beatificazione dei 19 martiri cristiani di Algeria, avviata nel 2006, è ormai in via di conclusione. Si è trattato di un processo piuttosto rapido. In genere non avviene così, specialmente per le cause collettive. Come mai?

«Sin dall’inizio, la Congregazione delle Cause dei Santi ha mostrato un atteggiamento molto favorevole. La fase diocesana è durata cinque anni. Il lavoro poi è continuato molto rapidamente, specialmente nella fase romana della causa. E, grazie all’impegno del cardinale Prefetto e, probabilmente, per volontà del Santo Padre, abbiamo beneficiato di termini molto veloci. Mi sembra dunque che la Congregazione per le Cause dei Santi e più in generale la Santa Sede abbiano valutato che questa causa avesse oggi una reale importanza ecclesiale, cosa di cui posso solo rallegrarmi. Vedo molte aspettative per questa beatificazione, in modo particolare nella Chiesa, ma anche al suo esterno, così come nei media».

Chi erano questi 19 martiri? Si tratta di persone molto diverse, dal vescovo Claverie ai monaci di Tibhirine a numerosi religiosi e religiose di varie congregazioni. Che cosa avevano in comune?

«Molte cose. Ognuno di loro è stato un testimone autentico dell’amore di Cristo, del dialogo, dell’apertura agli altri, dell’amicizia e della fedeltà al popolo algerino. Con un’immensa fede in Cristo e nel suo Vangelo, per cui non hanno dato la vita per un’idea, per una causa, ma per Lui. Con un profondo amore per la terra dove il Signore li aveva inviati, l’Algeria. Con un’attenzione e una delicatezza evangelica verso quel popolo, specialmente nei confronti dei piccoli e degli umili, così come dei giovani. Con il rispetto della fede dell’altro e il desiderio di capire l’islam. Con un grande senso di appartenenza alla Chiesa algerina che ha visto la sua presenza completamente trasformata dopo l’indipendenza del Paese: è diventata una Chiesa “ospite”, piccola, umile, serva e amorevole. E questo, ciascuno dei 19 martiri, come tanti altri membri della Chiesa che sono ancora vivi, l’ha vissuto profondamente. La loro vita e la loro morte sono come un’icona dell’identità della Chiesa d’Algeria. Hanno incarnato fino alla fine la sua vocazione a essere sacramento della carità di Cristo per tutto il suo popolo».

E che cosa continuano a dire al tempo di oggi?

«Il messaggio di questi 19 religiosi e religiose è chiaro: occorre approfondire il significato di questa presenza di Chiesa e dimostrare che una coesistenza fraterna e rispettosa è possibile tra le religioni. Nel mondo musulmano, è il Vangelo della pace che viene annunciato e testimoniato, senza che questo necessariamente abbia una presa sull’altro, che può rimanere sordo e cieco di fronte a tale testimonianza. Mi sembra che nel mondo d’oggi essi ci insegnino cosa significano perseveranza e fedeltà. E, in una prospettiva di dialogo interreligioso, ci mostrano la via dell’umiltà. Chi vuole entrare in dialogo deve avere sia il “gusto” dell’altro, sia un grande rispetto per la sua fede. Il priore del monastero di Tibhirine Christian de Chergé ha scritto: “La fede dell’altro è un dono di Dio, misterioso certamente. Quindi richiede rispetto”».

Un messaggio di speranza e una possibilità di vivere insieme…

«Queste 19 persone ci invitano anche alla conversione, non a un cambio di religione, ma a una dinamica interiore. “Prendi apertamente la parte dell’amore, del perdono, della comunione contro l’odio, la vendetta e la violenza”. Alcune frasi di frère Henri Vergès dicono questa speranza condivisa, questo Vangelo della vita che hanno voluto seguire sino al dono supremo».

Si è molto insistito sul fatto che questi uomini e donne cristiani avessero condiviso un tragico destino comune a tutto il popolo algerino in un momento storico di grande sofferenza per tutti. Martiri tra altri martiri…

«Sì, è un martirio nel mezzo di un oceano di violenza che ha travolto l’Algeria negli anni Novanta. Un martirio “con” e non “contro”. È impossibile pensare solo ai “nostri” martiri, ignorando le decine di migliaia di algerini vittime del decennio nero perché anche loro hanno dato la vita per il loro Paese e per la loro fede. Dunque, rendere omaggio ai 19 martiri cristiani significa anche rendere omaggio alla memoria di tutti coloro che hanno dato la vita in Algeria in quegli anni bui».

Che tipo di attesa c’è nella Chiesa d’Algeria?

«Le aspettative sono varie. Ci sono molti che aspettano questo riconoscimento. Mentre per altri è più difficile, non amano il termine “martire” perché temono che ricordare questo doloroso passato sia un esercizio pericoloso. Le sensibilità sono diverse, il che mi sembra logico quando vediamo la situazione di questa piccola Chiesa fragile, povera ma così profetica. Si tratta di guardare al futuro, ricchi di un passato che può fecondare la presenza della Chiesa in Algeria oggi e domani, in modo che possa continuare il suo umile servizio. Frère Henri Vergès diceva: “C’è un disegno misterioso di Dio sul popolo dell’islam”. Lui voleva servire questo misterioso disegno nella reciproca apertura, nel reciproco arricchimento, in un dialogo da promuovere, quello della vita».

In un contesto musulmano come quello algerino, in cui non sono state ancora del tutto cicatrizzate le ferite degli anni bui del terrorismo, come potrà essere accolta questa beatificazione?

«La Chiesa è in una logica di perdono e di misericordia e desidera offrirla all’intera Algeria; essere colei che aiuta a medicare le ferite, rispettando la sofferenza e le cicatrici ancora numerose. Il Santo Padre ha insistito molto su questo punto durante l’udienza che ci ha concesso con i vescovi Paul Desfarges di Algeri e Jean Paul Vesco di Orano. E ha sottolineato il significato di questa causa, parlandoci di Mohammed, il giovane amico del vescovo Claverie assassinato insieme a lui. Il loro sangue si è mescolato nell’amore per quella terra e quel popolo. Questo bisogna spiegarlo. Il significato della parola “martire” è oggi spesso frainteso; sarebbe bello poter fare delle catechesi che restituiscano il giusto significato di questo termine, ovvero “testimone”. E di testimoni in Algeria ce ne sono stati decine di migliaia, persone che hanno combattuto, ognuna a suo modo, per una società giusta e pacifica, rifiutando ogni fondamentalismo».

Papa Francesco sembra essere molto attento a questa causa. È possibile che si rechi in Algeria per la cerimonia di beatificazione? Si farà ad Orano?

«Come ho detto prima, sì, Papa Francesco è molto attento a questa causa perché ha ben capito la posta in gioco e crede che la testimonianza dei nostri 19 fratelli e sorelle sia un meraviglioso invito al dialogo con l’islam, un dialogo del “vivere insieme” nel rispetto dell’alterità e della fede dell’altro. Il desiderio dei vescovi algerini è che la beatificazione possa essere celebrata in Algeria, a Orano, diocesi di cui mons. Claverie era il pastore. Il Papa andrà in Algeria? Tutto è possibile, ma nulla è deciso. Come capo di Stato, anche il Pontefice si reca in un Paese solo su invito delle autorità locali. Immagino anche che ci sia da fare una valutazione sulla opportunità di questo viaggio. Certamente, questo sarebbe sia un grande incoraggiamento per la Chiesa algerina sia, oso crederlo e sperarlo, un forte gesto verso gli algerini che sono, come molti altri, sensibili alla personalità e alle parole di Papa Francesco».