Thailandia: storie di resurrezione al Centro san Giuseppe

Thailandia: storie di resurrezione al Centro san Giuseppe

Nung, che grazie alla fisioterapia ha lasciato la carrozzella; Job, autistico, che oggi sorride e comunica; Wawa, quasi cieca, che andrà all’università… A Phrae, in Thailandia, l’incontro con il Pime ha cambiato molte vite

«Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv. 9: 3) Questa domanda dei discepoli a Gesù descrive molto bene l’atteggiamento dei thailandesi (sia buddhisti sia animisti) di fronte alla disabilità. Essa infatti è vista dai thai buddhisti come una sorta di punizione per scontare il karma negativo accumulato nelle vite precedenti o generato in quella presente. Per i tribali animisti, invece, è una sorta di maledizione degli spiriti, conseguenza di a- zioni compiute dai genitori o da un membro della famiglia. In passato, in alcune tribù dei monti i bambini con disabilità dovevano essere eliminati fisicamente, e la famiglia al- lontanata dal villaggio per un periodo di purificazione. Per questo le persone con disabilità qui, come in altre aree del mondo, non hanno vita facile. Molti ragazzi sono abbandonati a sé stessi, chiusi in casa a causa della vergogna della famiglia. Spesso i genitori affidano il figlio ai nonni, e quando questi muoiono o non ce la fanno più, il ragazzo è affidato a strutture statali. Altre volte è un genitore single che si prende cura del figlio. Generalmente il padre ha difficoltà ad assumersi la responsabilità e quindi abbandona la famiglia. In rarissimi casi è la madre ad andarsene.

La povertà rende difficile raggiungere le strutture ospedaliere o scolastiche, così anche chi ha solo limitazioni fisiche, e potrebbe apprendere se avesse l’opportunità di seguire le lezioni, non riesce ad andare a scuola: a volte i nonni o il genitore non hanno i mezzi (o il tempo, se lavorano) per portarlo, mentre la politica sociale del governo manca di attenzione e coraggio. Alcune scuole poi non sono disponibili ad accogliere studenti affetti da disabilità, anche se la legge afferma il diritto di ogni bambino ad accedere all’educazione; altri istituti non sono adatti, per la presenza di barriere architettoniche e la mancanza di servizi igienici adeguati. Molte persone con disabilità, fisiche o mentali, avrebbero bisogno di fisioterapia giornaliera, ma chi si prende cura di loro non ha la possibilità di raggiungere l’ospedale.

Il Centro San Giuseppe per bambini e giovani con disabilità fisiche nasce nel 1996 dall’ispirazione di Claudio Vezzaro (egli stesso diversamente abile ed ex missionario laico dell’Associazione Laici Pime – Alp), in dialogo con padre Angelo Campagnoli, missionario del Pime coraggioso e generoso. Il Centro, nel cuore della città di Phrae, nel Nord del Paese, ospita 30 ragazzi in età scolare, dai 6 ai 18 anni, affetti da disabilità fisiche o leggero autismo, che sono in grado di frequentare la scuola insieme ai loro coetanei. Altri 15 sono raggiunti dal nostro staff a casa loro per la fisioterapia, mentre dieci giovani sono sostenuti negli studi di avvia- mento professionale, al termine della scuola dell’obbligo.

Il Centro vuole essere una famiglia che si prende cura di questi ragazzi svantaggiati, un ostello che li ospiti nel periodo scolastico (con il servizio di accompagnamento alle lezioni), un centro di apprendi- mento olistico che nel doposcuola li aiuti a crescere nel corpo, nella mente e nell’anima. Disponiamo di insegnanti di sostegno, fisioterapisti, educatori 24 ore su 24, che trasformano ogni giorno in realtà il sogno di Claudio Vezzaro. Mi colpiscono e commuovono la cura, la professionalità e l’amore con cui ciascuno dei nostri piccoli ospiti viene trattato dai 18 membri dello staff, che condividono – buddhisti e cristiani – lo stesso scopo: aiutare questi ragazzi speciali a vivere la loro disabilità con dignità, con l’obiettivo di inserirli nella società.

Ognuno dei nostri ospiti ha la sua piccola storia di resurrezione. C’è Nung, che dopo anni di fisioterapia e tanta forza di volontà, dalla carrozzella è riuscita a mettersi in pie- di, ora cammina con l’uso delle stampelle e probabilmente potrà abbandonarle. C’è Big Bite, che affetto da autismo non poteva dire una sola parola e non riusciva a guardare negli occhi nessuno, e ora sorride e gioca sereno con i suoi amici del Centro. C’è Job, che urlava soltanto e non riusciva a comporre una frase di senso compiuto e ora è il primo ad accogliere gli ospiti con una raffica di domande, ed è capace di raccontare ciò che sente. E poi Wawa, che pur essendo quasi cieca è la prima della classe e grazie all’aiuto del Centro frequenterà l’università; Kla, affetto da distrofia muscolare, che si è laureato in Lingua inglese e ha già trovato un lavoro; Kong, che bloccato su una carrozzella a causa di una pallottola vagante ha vinto le gare provinciali di pallacanestro per persone con disabilità, ha ottenuto la patente di guida e ha la sua piccola attività.

«Giovinetto, dico a te, alzati!» (Lc 7, 13); «Talità kum, fanciulla, io ti dico, alzati!» (Mc 5: 41), afferma il Vangelo. Con il loro sorriso, l’allegria, la caparbietà nel combattere piccole battaglie per fare anche le cose più semplici – vestirsi da soli, camminare, parlare e andare a scuola – i nostri ragazzi ci fanno dire che vale la pena dare il massimo per loro, per aiutarli a risorgere.

Il nostro Centro, che dopo anni di impegno lo scorso gennaio ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte del governo, racconta la Buona Notizia del Vangelo mostrando come anche nella sofferenza siano presenti doni speciali, co- me ogni vita sia una benedizione e abbia uno scopo, e come Gesù ci aiuti a conoscere i nostri doni e a vivere la nostra condizione, per quanto grave essa sia, con occhi diversi. È la prova concreta della verità della risposta di Gesù alla domanda dei discepoli – che è anche la nostra – sul significato della sofferenza: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui» (Gv. 9, 4).

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