Che cosa è esploso davvero con il porto di Beirut

Che cosa è esploso davvero con il porto di Beirut

La tragedia con cui il Libano si trova a fare i conti in queste ore è inseparabile dall’appello lanciato nel mezzo della crisi del patriarca maronita Bechara Rai a salvaguardare la neutralità del Paese. Unica garanzia per il volto plurale di Beirut, sfregiato negli anni dai potentati locali che l’hanno trasformata nel retrobottega dei propri progetti egemonici

 

La distruzione del porto di Beirut ha un valore simbolico e culturale che va capito fino in fondo se si vuole cogliere la valenza dello scontro che ha spaccato il Libano alla vigilia della tremenda esplosione beirutina: quello tra il patriarca maronita, Bechara Rai e il presidente della repubblica libanese, il maronita Michel Aoun.

Nei giorni quasi disperati di luglio, quando il Paese stava affogando in un mare di debiti, il patriarca ha dichiarato che solo una solenne dichiarazione di neutralità avrebbe salvato il Libano. Il cardinale Bechara Rai sa bene che le dichiarazioni di neutralità non si depositano in banca, non hanno valore contabile. Ma sa anche che solo estraendo il Libano dal conflitto miliziano per la conquista militare dell’Islam e del suo spazio cruciale, quello che va dalla Mesopotamia al Mediterraneo, il Paese della comune cittadinanza tra sunniti, sciiti, drusi, cristiani, avrebbe potuto non prendere le parti di un’eresia in lotta con altre eresie, ma porsi fuori dai tragitti eretici e unire tutte le energie altrove confliggenti e quindi ritrovare le forze anche materiali per salvarsi. Questa storia non è immaginaria. E’ la storia di Beirut, soprattutto del porto dei Beirut, quello che il 4 agosto è stato raso al suolo.

Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, il Monte Libano era devastato da un conflitto comunitario o confessionale. Di quella storia si ricorda in particolare lo scontro tra cristiani e drusi. Molti fuggirono, e tra le destinazioni prescelte ci fu la nuova città costiera, Beirut. Se le altre città erano più distanti, erano anche più confessionali. Beirut invece non aveva una storia antica, come Tiro o Sindone, importanti scali da lungo tempo. A Beirut una nuova imprenditorialità animata in particolare dall’arrivo di missionari cristiani stava facendo di quella piccola fortificazione sul mare una città viva, ricca di attività, università e attività commerciali. Così Beirut divenne l’altro volto di un territorio in urto e comunità a poche chilometri di distanza in conflitto lì si ritrovarono insieme: un incontro che però –  per il carattere arabo, europeo e mediterraneo della nuova impresa urbana – unì le persone, oltre alle comunità. Le riforme ottomane consentirono questa visione e la mancanza urbana di antichità o presunte primazie consentì a molti a Beirut di sentirsi co-protagonisti di un cammino comune. Lo sviluppo portuale e ferroviario fece di Beirut un nodo regionale capace di collegare tutta quell’area con l’Europa. I mercanti beirutini cristiani servivano tutti i mercanti della Grande Siria del tempo, garantendo una migliore comprensione con i loro correligionari europei; e i mercanti beirutini musulmani garantivano a tutti una migliore comprensione con i mercanti loro correligionari della grande e fiera Damasco, antica sede califfale e cuore pulsante delle locali vie carovaniere.

In pochi decenni i fuggiaschi dai conflitti tenebrosi delle montagne fecero di Beirut una città proiettata nell’auspicato mondo della modernizzazione ottomana. Il porto di Beirut dunque è il simbolo di un mondo che ha inventato sindacati, quotidiani, uno stile architettonico euro-arabo: insomma Beirut è il prodotto di vapore, telegrafo, spirito missionario, imprenditorialità e quindi la cittadinanza riguardava chiunque scegliesse quel progetto comune. L’esplosione demografica di Beirut, passata in un arco incredibilmente breve di tempo da poche migliaia di persone a quasi un milione di abitanti, testimonia che questo è un fatto storico. Anche se va aggiunto che questa forza fu contenuta dalla discriminazione evidente che patirono gli sciiti, costretti in gran parte nella cintura della miseria che cinse la grande Beirut perché la loro discriminazione ottomana aveva impedito il formarsi di una loro vera borghesia.

Quando si pose il problema di come gestire i territori arabi del morente impero ottomano le grandi potenze europee scelsero la via coloniale, dividendoli in zone di influenza. In quella francese si pensò a una divisione e alla creazione di una stato per i cristiani, il Libano. Privo di posti doganali con la vicina Siria, il Libano testimoniava lo speciale rapporto tra Francia e comunità maronita, vera beneficiaria dell’opzione libanese, anche finalizzata a consolidare un contrasto comunitario islamo-cristiano utile a garantire la fedeltà ai colonizzatori. Questa scelta fu rifiutata dalla maggioranza della comunità maronita, che con gli altri cristiani e la leadership musulmana in particolare sunnita scelse lo stato sovrano, unitario, interconfessionale. Uno Stato a trazione maronita, ovviamente, ma interconfessionale e unitario. E’ così che il Libano divenne il vero king maker della futura Lega Araba senza prendere parte a nessun disegno di assimilazione o contrasto, di sottomissione o egemonia.

La neutralità libanese nacque così, e fece del Libano il Paese della libertà di pensiero e della libera impresa nell’epoca della nazionalizzazione forzata o della confessionalizzazione totale. I capitali in fuga da tutti i Paesi della statalizzazione forzata e asfissiante, fecero di Beirut la Svizzera del Medio Oriente. Banche, imprese, commerci, stamperie, fiorivano per tutti. Quando la questione palestinese spezzò l’equilibrio, i timori confessionali cominciarono a dividere, la speranza diventò egemonia, il timore discriminazione. Beirut cominciava a fare paura agli opposti estremismi proprio per la sua caratteristica di città archiettonicamente e culturalmente aperta e promiscua: Beirut non era né Oriente né Occidente, ma entrambi. Gli opposti estremisti non lo accettavano, lo temevano e sognavano di fare del Libano un’altra Svizzera, la Svizzera dei cantoni: qui i sunniti, qui i cristiani, qui gli sciiti e così via. Non a caso la guerra civile ha distrutto soprattutto Beirut, perché i cantoni sembravano a portata di mano senza la capitale libera e promiscua, la città nata dal rifiuto dei conflitti comunitari.

Quando Hariri riuscì a ricostruire Beirut non fece un miracolo architettonico; la sua impresa non va valutata in termini di urbanistica. La sua impresa fu politica. Lui e la sua impresa salvarono lo spirito dei padri del Libano unitario, plurale e neutrale perché ridiedero a tutti la città di tutti e di nessuno. La cantonizzazione ha perso quando Hariri riuscì nel suo disegno.

Questo disegno però confliggeva con quello di chi intendeva il Libano come il retrobottega di un nuovo progetto egemonico. La rivoluzione khomeinista, in Iran, sognava l’esportazione di sé stessa fino alle coste del Mediterraneo e il conservatorismo ideologico dei wahhabiti doveva imporre il suo modello sociale per garantirsi il controllo di un territorio su cui voleva conservare l’egemonia. Il Libano riuscì a restare neutrale pur offrendo lealtà finanziaria a Riad, ma mai adesione al suo progetto culturale. In questo l’alleanza con Hariri di importanti segmenti delle comunità cristiane fu decisiva, pur con tutti i suoi difetti tribali. La partecipazione dell’Islam libanese al grande sinodo per il Libano voluto da Giovanni Paolo II negli anni Novanta lo dimostra. Chi può definire lo sforzo di Hariri di far partecipare gli ospiti musulmani a quell’evento sinodale “wahhabita”?

Quando il presidente Michel Aoun ha respinto l’idea del patriarca Bechara Rai di ufficializzare la neutralità del Libano, ha respinto questa visione. La sfiducia lo ha indotto a scegliere una parte: i cristiani devono prendere parte nella guerra finalizzata alla conquista militare dell’Islam. Una conquista che passa dal controllo delle due grandi sedi califfali, Damasco e Baghdad, e dello sbocco a mare. Lo sbocco a mare che ha rappresentato con il Libano l’apertura dello spazio arabo al Mediterraneo, rappresenta nel progetto khomeinista la vendetta contro Alessandro Magno e la conquista dello sbocco, l’ultimo, dunque il sigillo territoriale. Il coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto siriano ha dunque imposto la scelta: neutralità o alleanza delle minoranze?

La neutralità invocata dal patriarca Bechara Rahi era l’ultima occasione per salvare il Libano, quello spirito libanese che è il prodotto di una storia, non di un’idea. Una storia che ha avuto mille nemici, mille sconfitte, mille difetti, mille distorsioni e poi raggiri, tribalità: l’importante è avere capito cosa gli si oppone. La distruzione del porto di Beirut, quella terribile esplosione , lo dimostra. Il destino del cristianesimo nel Levante è davanti a due strade: quella di finestra, apertura al resto del mondo di una realtà che non rimane chiuso, autoreferente; oppure quella di una saracinesca calata anche sul proprio orizzonte. Nulla meglio dell’esplosione dell’altro giorno del porto di Beirut poteva simbolizzare questa saracinesca che cascando porta il buio e la chiusura.