Missione Tunisi servizio e amicizia

Missione Tunisi servizio e amicizia

In una cittadina alla periferia della capitale, l’impegno delle Missionarie dell’Immacolata suor Rosangela Ratti, suor Rekha Garwal e suor Jessy Rymond

Ogni mattina, poco lontano dal centro di Hammam Lif, con la sua piazza circolare bordata di palme, la via del mercato è occupata da una miriade di bancarelle colme di merci di ogni tipo, tra cui signore cariche di borse si fanno strada con una certa difficoltà. Su scatoloni appoggiati direttamente a terra campeggiano stoviglie di rame e plastica, accessori elettronici, biancheria prodotta in Cina.
Suor Rosangela li aggira con naturalezza e imbocca una stradina laterale, su cui si affacciano uffici e palazzi piuttosto anonimi. Spicca, però, un basso tetto di tegole rosse, dietro a un muricciolo bianco da cui spunta una pianta di bougainville. «La nostra casetta è facile da riconoscere!», sorride la religiosa, avvicinandosi al cancello dove un gatto bianco e nero la stava aspettando. «L’hanno lasciato le suore che vivevano qui prima di noi, poi partite per mancanza di vocazioni, così l’abbiamo adottato», spiega mentre il micio scivola rapido nel cortile.
Suor Rosangela Ratti, classe 1948, una presenza di otto anni in Guinea-Bissau e poi numerosi servizi per il suo Istituto in Italia, fa parte della comunità delle Missionarie dell’Immacolata nata ufficialmente nel 2020 in questa cittadina adagiata sul mare una manciata di chilometri a sud di Tunisi dove, durante la dominazione ottomana, il bey veniva dalla capitale a trascorrere l’inverno per approfittare delle locali fonti termali.

Oggi, del sontuoso palazzo del governatore è rimasto un edificio cadente in cui negli anni scorsi hanno trovato un rifugio abusivo un’ottantina di famiglie arrivate da altre aree del Paese in cerca di opportunità. Proprio alcune di loro, poi sfrattate dall’amministrazione comunale, sono state tra le prime persone bisognose incontrate dalle suore appena giunte in città.
«Io e Rekha, la prima consorella con cui ho vissuto qui, stavamo cominciando a conoscere il contesto della nostra nuova missione, e qualcuno ci indicò quella realtà di degrado. Altre, meno appariscenti, le abbiamo scoperte col tempo e oggi abbiamo iniziato a operare per intervenire, nel nostro piccolo, soprattutto sul fronte educativo e sanitario». Ma, a giudicare dalla frequenza con cui il campanello annuncia la visita di qualche vicina di casa, che passa a salutare e se ne va sempre con un po’ di frutta o ortaggi offerti dalle suore, la comunità è già riuscita a creare legami e ad aprire le sue porte al quartiere.
La missione ad Hammam Lif, 40 mila abitanti buona parte dei quali appartenenti a una fascia sociale medio-bassa, è oggi rappresentata dalla religiosa di Agrate Brianza e dalle indiane suor Rekha Garwal, arrivata in Tunisia nel 2017, e suor Jessy Rymond, unitasi al gruppo due anni fa e oggi amministratrice della Caritas. Come nel caso del Pime, tutto ha avuto inizio da un mancato visto per l’Algeria: ad attenderlo era suor Rekha, 38 anni, che alla fine è rimasta e ora è la responsabile del settore Migranti della Caritas. Un ruolo chiave, in un Paese che accoglie grandi flussi di subsahariani e da cui partono i barconi carichi di migliaia di disperati con il miraggio dell’Europa.

Suor Jessy è referente della Sanità per la Caritas, suor Rosangela visita gli anziani in una casa di riposo: «Ma soprattutto coltivo relazioni»

Nei giorni scorsi avevo già incontrato la dinamica religiosa nel Centro di accoglienza per donne africane che sorge nella popolare rue de Russie, poco lontano dalla stazione ferroviaria di Tunisi. Nello stabile attiguo a un hotel dall’aria decadente, ogni giorno suor Rekha si occupa delle necessità delle giovani immigrate, ospitate con i loro bimbi piccoli.
Da qui fa la spola con La Goulette, cittadina portuale un tempo popolata da migliaia di pescatori siciliani, dove un appartamento confinante con la chiesa accoglie alcuni migranti che hanno aderito a progetti di rientro volontario nei Paesi d’origine. Come Hervé, ivoriano di 21 anni, arrivato in Tunisia nel 2019 con la promessa di un posto da titolare in una squadra di calcio e finito a raccogliere olive per quattro soldi (che spesso non arrivavano). «Ora sono in attesa di tornare a casa: vorrei fare il taxista, oppure lavorare nella ristorazione», racconta. Intanto frequenta le proposte formative della Caritas per gli abitanti del quartiere. Tra queste, «un atelier di bricolage che valorizza la pratica del riciclo e un gruppo di condivisione guidato da una psicologa, che permette ai partecipanti di affrontare i propri disagi», spiega suor Rekha prima di mostrarmi la piccola biblioteca aperta al vicinato: adulti ma anche bambini, spesso privi di altre opportunità educative fuori dall’orario scolastico.

Proprio i più giovani rappresentano i beneficiari dei primi progetti avviati dalle Missionarie dell’Immacolata ad Hammam Lif. «Abbiamo cominciato a tenere corsi di francese per ragazzi di alcune famiglie povere, del quartiere ma anche di alcune zone periferiche particolarmente degradate – racconta suor Rosangela -. Dopo lo stop forzato a causa della pandemia, ora stiamo ripartendo in una forma più ufficiale». Anche perché fare capire alla gente chi sono e che cosa fanno qui queste tre donne di età e provenienza differenti, sempre gentili con tutti, lontane da casa e senza mariti né figli non è affatto semplice!
«Noi ci presentiamo con un’espressione araba che significa “persone consacrate a Dio” – raccontano – ma la cultura musulmana non contempla la scelta del nubilato e soprattutto della mancata maternità… Ci vuole tempo e la testimonianza della vita quotidiana per fare intuire il senso della nostra presenza». Che è caratterizzata prima di tutto dal servizio. Se suor Jessy, 39enne del Tamil Nadu, infermiera, da poco ha in carico anche il settore Salute della Caritas, che fornisce tra l’altro visite specialistiche grazie a una rete di medici volontari, suor Rosangela due volte alla settimana visita la casa di riposo di Radès, che ospita gli ultimi francesi e italiani nati in Tunisia durante l’epoca coloniale.
«Ma la parte che preferisco della missione qui è quella dei rapporti umani spontanei», confida la religiosa. «Quando sono arrivata, nonostante il contesto per me del tutto nuovo, mi sono sentita subito a casa. Ho cominciato a frequentare il mercato, a scambiare qualche parola con i venditori, e pian piano ho creato dei legami. Ora le persone si fidano, spesso condividono con me i loro dolori e io le ascolto, cercando di fare sentire loro la consolazione di Gesù. Anche senza nominarlo».