AL DI LA’ DEL MEKONG
Il mio caso non è (per niente) chiuso

Il mio caso non è (per niente) chiuso

La pubblicazione delle «Conversazioni con Jacques Dupuis» riapre il dibattito sulla teologia delle religioni. Ammettere che il Logos è più grande di Gesù era comprensibile nelle mani e nella storia di padre Dupuis, ma in altri contesti e con altra intenzionalità potrebbe costituire l’inizio di un percorso che vanificherebbe tutto il mistero cristiano

 

La pubblicazione di Il mio caso non è chiuso”. Conversazioni con Jacques Dupuis, (EMI, 2019) mi offre l’occasione per riprendere la riflessione attorno al “caso Dupuis”. Non per soffermarmi sul profilo biografico, pur decisivo, di J. Dupuis e nemmeno sulle modalità dell’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede (1), quanto piuttosto per considerare la questione che ritengo centrale: quella del rapporto tra il Verbo eterno di Dio, il Logos ásarkos, il Verbo presso Dio (Gv 1,1-18) e l’evento storico di Gesù di Nazareth, il Logos énsarkos, così come argomentato in Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso.

Certamente la pubblicazione della Notificazione ha contribuito a creare “il caso”, ma quello che qui mi sta a cuore è considerare il rapporto tra l’autocomunicazione libera di Dio e l’evento storico che è Gesù di Nazarteh, la sua vita, la sua morte, la sua resurrezione. Per Dupuis, questa vicenda storica non esaurisce l’azione e il contenuto ben più ampio del Logos-Verbo che è presso Dio.

Pur riconoscendo Gesù Cristo come la pienezza della rivelazione perché Egli è realmente Figlio di Dio – «nessuna rivelazione del mistero di Dio può eguagliare la profondità di ciò che avvenne allorché il Figlio divino incarnato visse in chiave umana, in una coscienza umana, la sua propria identità di Figlio di Dio» (2) – questa rivelazione, per Dupuis «non è assoluta». «Essa rimane relativa» dal momento che «nessuna coscienza umana, neppure la coscienza umana del Figlio di Dio, può esaurire il mistero divino» (3).

Se da una parte, dunque, Dupuis ribadisce che nessuna rivelazione, prima o dopo Cristo, può eguagliare qualla accordataci in Gesù Figlio di Dio incarnato, dall’altra ribadisce che questa rivelazione non può esaurire, contenere, comprendere l’intero mistero divino. Nel libro, l’Autore evita costantemente l’aggettivo “assoluto” sia in riferimento a Cristo, sia in riferimento al cristianesimo. Nel contesto del pluralismo religioso – scrive – «è necessario smettere di parlare delle “pretese assolute” del cristianesimo a proposito di Gesù Cristo» (4). Dupuis parla infatti di una unicità e universalità di Gesù Cristo in ordine alla salvezza che non è assoluta, né relativa, ma «costitutiva». Rimando ai testi citati in nota per l’approfondimento, impossibile in questa sede.

La rinuncia all’assolutezza, dunque, è da Dupuis motivata dal fatto che l’evento-Cristo, in quanto storico, è limitato. «La particolarità storica di Gesù conferisce inevitabili limitazioni all’evento-Cristo. […] La coscienza umana di Gesù in quanto Figlio non poteva, per sua natura, esaurire il mistero divino, e perciò… L’azione salvifica di Dio per mezzo del Logos non incarnato… persiste anche dopo l’incarnazione. […] Per quanto inseparabili, il Verbo divino e l’esistenza umana di Gesù rimangono tuttavia distinti. Se dunque l’azione umana del Verbo énsarkos è il sacramento universale dell’azione salvifica di Dio, essa non esaurisce l’azione del Logos. Continua ad esservi un’azione distinta del Logos asarkos» (5), attraverso le molteplici religioni dell’umanità, nessuna delle quali può vantare la pretesa di essere assoluta, ma tutte sono comprese de iure nel progetto di salvezza di Dio.

Ora, prima ancora di esprimere un parere pro o contro questa lettura, mi sono chiesto cosa si perde nel sostenerla, nel sostenere cioé che Gesù non è tutto il Logos di Dio. In gioco non è la buona fede del teologo, ma il destino del cristianesimo stesso. Prima della Notificazione e prima della Dominus Iesus (6), già la Commissione Teologica Internazionale aveva segnalato l’emergere di letture simili.

Per alcune correnti della teologia delle religioni, «Gesù Cristo non può essere considerato l’unico ed esclusivo mediatore. Soltanto per i cristiani egli è la forma umana di Dio, (…) benché non in modo esclusivo. È totus Deus, poiché è l’amore attivo di Dio su questa terra, ma non è totum Dei, poiché non esaurisce in sé l’amore di Dio. Potremmo anche dire: totum Verbum, sed non totum Verbi. Il Logos, che è più grande di Gesù, può incarnarsi anche nei fondatori di altre religioni» (7).

Vorrei ora segnalare due possibili involuzioni del discorso teologico quando si ammette che il Logos è più grande di Gesù. Perché se questa lettura mi pare comprensibile nelle mani e nella storia di J. Dupuis, potrebbe invece, in altri contesti e con altra intenzionalità, costituire l’inizio di un percorso che porterebbe a vanificare tutto il mistero cristiano.

Distinguere il Logos eterno dalla figura storica di Gesù significa relativizzare il ruolo del Maestro, dimezzarne il mistero (8). Ridurlo a «contenitore di lusso» (9) di un Logos, quello eterno di Dio che nella storia si dà in mille altri modi e solo occasionalmente nella vicenda di Gesù di Nazareth. Vicenda che rimane una delle tante perché, in fondo, nessuna religione può vantare il monopolio su Dio. In questo modo si de-assolutizza la cristologia che da qui in poi potrebbe scivolare verso prospettive mitiche o metaforiche nelle quali il divino non deve necessariamente tradursi in forme storiche, vive e palpabili, ma tutt’al più in racconti e narrazioni che non chiedono la necessità di un referente. Perderebbe progressivamente senso e densità ontologica ogni mistero della vita di Cristo, ridotta a metafora, a simbolo della dedizione di Dio verso l’umanità. In questo senso «l’incarnazione sarebbe un’espressione non oggettiva, ma metaforica, poetica, mitologica: essa vuole soltanto significare l’amore di Dio che si incarna in uomini e donne la cui vita riflette l’azione di Dio» (10). La distinzione tra il Verbo di Dio e l’umanità del Verbo incarnato che è Gesù di Nazareth, apre la strada a qualsiasi prospettiva religiosa, anche se palesemente disincarnata (11).

Una seconda riduzione conseguente è quella relativa al mistero e alla realtà stessa di Dio. Se l’evento-Cristo perde il suo legame costitutivo con il Logos divino, divenendo uno dei molti, allora anche del divino non si potrà dire nulla di determinato. Rimarrà realtà aperta fino alla prossima possibile rivelazione. Non possiamo dire definitivamente che Dio è amore perché la croce di Gesù non costituisce ragione assoluta, ma solo una prova tra le altre, riducibile a metafora o a storia sfortunata di un pazzo qualunque. Non potremo più dire che nella croce di Gesù ne va di Dio, o che quella storia è costitutiva della verità di Dio perché in essa Dio ha veramente agito e patito. Pur ammettendo un Logos dai molti volti, sparsi per grazia ovunque, nondimeno, «se ciascuna delle religioni manifesta soltanto uno dei risvolti della personalità del Logos, Egli finirebbe per rimanere personalmente indeterminato. Egli avrebbe un volto o più volti per l’uomo? E se egli ha tanti volti, perché affidarmi al suo volto cristiano? … Finirei davanti a un mistero irraggiungibile che non si impegna con nessuna delle sue manifestazioni, un mistero mediato nella generica storia religiosa dell’umanità, un mistero infinito dal gusto piatto. Tanto più viene superato il carattere particolare dei misteri di Cristo, tanto più (…) mi si presenta un infinito indeterminato che difficilmente può essere creduto e amato» (12).

 

 

1. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Notificazione a proposito del libro di J. Dupuis, Libreria editrice Vaticana, 2001.
2. J. DUPUIS, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, Queriniana 1997, 337.
3. Ivi, 337-338.
4. Ivi, 359.
5. Ivi, 403-404.
6. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione “Dominus Iesus” circa l’unicità e l’universalità salvifica di gesù cristo e della chiesa, Roma 6 agosto 2000.
7. Commissione Teologica Internazionale, Il cristianesimo e le religioni, 20-21, in La Civiltà Cattolica 148 (1997) 153.
8. H.U. Von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, Queriniana 20086.
9. Cfr. A. Cozzi, Il Logos e Gesù. Alla ricerca di un nuovo spazio di pensabilità dell’incarnazione, in La Scuola Cattolica, 130 (2002) 77-116.
10. CTI, «Il cristianesimo e le religioni», La Civiltà Cattolica 148 (1997) 152.
11. Cfr. N. Ciola, «“Disagi” contemporanei di fronte al paradosso dell’incarnazione», PATH 2 (2003) 443-471.
12. A. DUCAY, «Salvezza nel Logos o salvezza in Cristo? L’inseparabilità tra il Logos e Gesù nel contesto della teologia delle religioni», Annales Theologici 1/15 (2001) 278-279.