Canarie il paradiso che non c’è

Canarie il paradiso che non c’è

Attrazione turistica spagnola al largo del Marocco, le isole sono diventate meta di migliaia di migranti irregolari. Che affrontano in piroga traversate lunghe e pericolose. Spesso perdendo la vita

 

«Ho perso il mio unico figlio in mare. E non voglio che nessun’altra madre viva questa esperienza devastante». È cominciata da qui, dalla tragica morte del figlio in un naufragio nel Mediterraneo occidentale, la battaglia di Yayi Bayam Diouf, fondatrice e presidente del Collettivo delle donne senegalesi contro l’emigrazione irregolare. È un flusso continuo e inarrestabile quello di migliaia di ragazzi e ragazze che scelgono di andarsene dal loro Paese come unica opportunità per sopravvivere e far vivere le loro famiglie: un flusso che, nel corso dell’ultimo anno, si è spostato in maniera significativa dalle piste del Sahara e della Libia verso le rotte marittime che dall’Africa occidentale portano alle Canarie, in territorio spagnolo.

Il fenomeno non è nuovo e si ripresenta ciclicamente, ma ha assunto proporzioni considerevoli con l’esplosione della pandemia di Coronavirus. Secondo il Consiglio d’Europa «nel 2020 il numero di arrivi è aumentato vertiginosamente ed è circa dieci volte maggiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tale aumento è dovuto in parte alle misure contro il Covid-19 adottate da molti Paesi africani, che hanno ostacolato la circolazione lungo le rotte migratorie tradizionali e hanno peggiorato le condizioni di vita sul piano sociale ed economico in molti Paesi di origine. Anche il controllo delle frontiere in Marocco ha contribuito a spostare i flussi migratori dalla rotta del Mediterraneo a quella dell’Africa occidentale».

La stessa madame Diouf ammette di non aver mai immaginato di dover far fronte a un nemico subdolo e potente come il Covid-19. Che non ha colpito il Senegal in maniera critica dal punto di vista sanitario, ma ha reso ancora più precarie le condizioni di vita di migliaia di famiglie, spingendo moltissimi giovani a intraprendere la via della migrazione irregolare. «Come se ciò non bastasse – aggiunge Diouf – si sono diffuse notizie secondo cui in Europa sarebbero morte moltissime persone di Coronavirus e che dunque ci fosse bisogno di manodopera. La diceria si è diffusa a dismisura, incoraggiando molti a partire soprattutto via mare».

Il fenomeno non riguarda solo il Senegal, ma tutta la costa dell’Africa occidentale che dal Marocco scende verso Mauritania, Guinea-Conakry e Guinea-Bissau. Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, chi parte da Marocco/Sahara Occidentale deve fare una traversata di un centinaio di chilometri, ma chi si imbarca dalle due Guinee, ad esempio, deve affrontare circa 2.500 chilometri, ovvero diverse settimane di navigazione, con tutte le insidie e i pericoli che il mare riserva, specialmente se si viaggia su piroghe.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), oltre 18 mila persone sono
sbarcate nel 2020 sulle isole Canarie. Moltissimi arrivano stremati e circa 550 sono morti in una serie impressionante di naufragi. «Le traversate irregolari in barca e gli incidenti che coinvolgono i migranti sono in aumento lungo la costa dell’Africa occidentale – si legge in un documento dell’Oim -. Tra gennaio e metà novembre 2020, ci sono stati 40 naufragi nell’Atlantico. Ma il numero reale potrebbe essere più alto».

Madame Diouf – che vive in una cittadina di pescatori, Thiaroye-sur-Mer, a 12 chilometri dalla capitale Dakar – vede tutti i giorni le piroghe partire. «Ma se un tempo erano per la pesca, oggi spesso sono per l’emigrazione». Il fenomeno è complesso e chiama in causa diversi fattori. «La pesca stessa non ci dà più da mangiare – ammette la donna – perché il mare è sovrasfruttato soprattutto da pescherecci di altri Paesi, dall’UE alla Cina al Giappone, che hanno impoverito le nostre risorse ittiche. Anche i cambiamenti climatici hanno influito negativamente sulle condizioni di vita non solo di chi è nato sulla costa, ma anche di quelli che vivono all’interno e sono in balìa di siccità o eventi climatici estremi».
Le restrizioni legate al Coronavirus, con la chiusura di mercati e di tante attività informali, hanno contribuito a far precipitare le cose. «Così, molti giovani senza lavoro e senza prospettive cercano in ogni modo di partire. E alcuni nostri pescatori si sono riciclati in passeur di migranti». Quasi mai, però, tutto questo avviene in maniera spontanea. Dietro ci sono anche reti di trafficanti che organizzano ogni aspetto del viaggio, dal reperimento delle piroghe a quello dei motori, sino al reclutamento degli stessi giovani, magari lusingando le famiglie, che a loro volta spingono i figli a emigrare, investendo importanti somme di denaro che poi il giovane, una volta giunto a destinazione, dovrà restituire con gli interessi.

«I trafficanti esigono circa 500 mila franchi Cfa per ciascun migrante (circa 800 euro) – precisa madame Diouf -. Se imbarcano un centinaio di persone, immaginatevi quanto ci guadagnano! Anche per questo, quello dei migranti è un traffico che non accenna a diminuire». Dal canto suo, lei continua incessantemente la sua opera di sensibilizzazione, ma anche di creazione di opportunità di lavoro, coinvolgendo molte ragazze. «A un certo punto – dice – ci siamo resi conto che tra i migranti aumentava il numero delle giovani donne, che fuggivano da situazioni familiari opprimenti. Quasi sempre, però, lungo le rotte delle migrazioni o una volta arrivate a destinazione subivano violenze e abusi ancora più traumatizzanti».

Per questo, madame Diouf ha creato un apposito Centro di formazione che offre corsi di sartoria, parrucchiera, ristorazione e francese, ma anche di alfabetizzazione e diritti umani. «Molte di queste ragazze fuggono da matrimoni precoci o forzati. Non è facile affrontare questi temi in una società tradizionale e patriarcale come la nostra, ma ci stiamo provando». La sua associazione offre anche uno sportello di orientamento e un ufficio autonomo di finanziamenti di piccole attività: «Vorremmo mostrare che con un po’ di formazione e di sostegno si possono creare condizioni di vita dignitose anche qui, senza rischiare di morire in mare». È quello che ripete convinta anche Coudou Loum, giornalista della radio comunitaria Oxigène che ha sede a Pékine, periferia di Dakar: una radio che trasmette in nove lingue del Paese per poter arrivare con messaggi chiari ed efficaci proprio a tutti. «Parliamo molto di questi temi – spiega Coudou – perché, da un lato, riteniamo che le persone abbiano diritto a circolare, dall’altro, però, non devono farlo mettendo a rischio le loro vite o entrando in modo irregolare in altri Paesi».

Lei stessa e la sua famiglia sono state segnate dalla migrazione. «Mia madre non vede da trent’anni mio fratello maggiore emigrato negli Usa – ci racconta -. Anche questa è una perdita. Così come rappresentano una perdita in termini di risorse umane e di cervelli tutti coloro che vanno a mettere a disposizione di altri Paesi le loro capacità e competenze». Senza parlare di quelli che si perdono per sempre lungo le rotte del Sahara, del Mediterraneo e sempre più dell’Atlantico. «È un fenomeno globale – insiste – che va affrontato insieme, anche perché è complesso e sfaccettato. Per questo bisogna risolvere le cause profonde che spesso hanno a che fare con profonde ingiustizie».
Coudou fa notare come il Senegal non sia solo una terra di emigrazione, ma anche di transito e accoglienza di gente proveniente da Paesi limitrofi magari più poveri o instabili, come la Guinea-Conakry o il Mali. E poi mette in campo un altro tema spinoso e delicato: quello dei ritorni. «Non tutte le famiglie accolgono volentieri i figli che rientrano, perché significa perdere una fonte di sostentamento. Gli stessi migranti, inoltre, spesso non sanno come mettere a frutto i loro guadagni. Andrebbero sostenuti maggiormente per il bene di tutto il Paese».

Proprio in questo ambito lavora un’ong italiana presente in Senegal sin dal 1985, il Cospe. Giovanni Barbagli è il rappresentante-Paese ed è stato anche il responsabile del progetto “Certezze giovani”, concluso lo scorso novembre. Attualmente è impegnato in un nuovo progetto denominato “Migra”, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione alla sviluppo. Il progetto ha come capofila Lvia di Cuneo e si articola in tre Paesi: Senegal, Guinea-Conakry e Guinea-Bissau. L’obiettivo è accompagnare alcune fasce sociali particolarmente vulnerabili – tra cui i migranti di ritorno – in processi di reinserimento socio-economico. Parallela­mente, in questo mese di febbraio, partirà un altro progetto, “Nuove prospettive”, sostenuto dall’Unione Europea, che ha lo scopo di decostruire, attraverso una narrazione efficace, il mito del Paradiso-Europa da raggiungere a tutti i costi. «Quelli che tornano – spiega Barbagli – spesso sono stigmatizzati dalle famiglie e dalla comunità e trattati come dei falliti, specialmente se rientrano a mani vuote. Ma anche quelli che hanno soldi da investire, trovano molte difficoltà». Per questo il Cospe continua a realizzare attività di formazione e creazione di micro-imprese. «Non solo – spiega Barbagli -. Oltre all’impiego autonomo, vorremmo promuovere anche quello salariato, perché non tutti hanno capacità imprenditoriali. Per questo, sosterremo alcune medie imprese a condizione che prendano i giovani in stage con la prospettiva di un’assunzione. In alcuni casi, offriamo anche un supporto psico-sociale a chi soffre per lo stigma o il rifiuto sociale».

In prospettiva verrà realizzato pure un festival itinerante a cui parteciperà anche con il Collettivo di madame Diouf per diffondere a livello culturale un discorso che contribuisca a demitizzare la migrazione: «C’è tutta una cultura nata intorno a questo tema – precisa Barbagli -. Ci sono canzoni popolari che inneggiano alla migrazione come una sorta di rito di passaggio. Quasi mai, però, vengono fornite informazioni corrette per affrontare questi percorsi legalmente e in sicurezza». Lo stesso Barbargli, tuttavia, così come Diouf e molti altri sono ben consapevoli che non è facile. Anche perché le vie regolari sono davvero poche. Tutte le ambasciate europee, infatti, continuano a rigettare la quasi totalità delle richieste di visto. E così per molti giovani l’unica alternativa resta quella di affidarsi ai trafficanti lungo le vie perigliose del Sahara e, sempre più, dell’Atlantico.