Padre Adolphe, senza frontiere

Padre Adolphe, senza frontiere

Dalle savane del Camerun alle regioni tribali del Nord del Bangladesh sino al seminario del Pime nella verde Brianza. La missione di padre Adolphe Ndouwe, segnata anche dall’esperienza del Covid-19

 

Dall’Estremo Nord del Camerun al Bangladesh, passando per l’Italia. Per poi riapprodare a Monza proprio al tempo del Coronavirus. Le storie dei missionari seguono spesso traiettorie sorprendenti e inedite. Non fa eccezione padre Adolphe Ndouwe, 42 anni, missionario del Pime originario di un villaggio della diocesi di Yagoua, al confine con il Ciad. Dove, quand’era un bambino, la sua famiglia era l’unica cristiana. «In realtà, quando i miei genitori si sono sposati seguivano ancora la religione tradizionale, a cui era molto legato mio nonno materno. Mio padre era molto interessato al cristianesimo, ma solo dopo il matrimonio e la nascita dei primi tre dei miei dodici fratelli ha deciso di aderirvi». Non solo, il padre è diventato «un grande catechista» – come lo definisce lo stesso Adolphe – e la sua famiglia un motore straordinario di evangelizzazione nel villaggio, che oggi è a maggioranza cristiano. «Mio padre è stato per me un grande esempio. Era molto severo e rigoroso quando si trattava della fede. Tutte le sere, dopo cena, radunava la famiglia per pregare insieme. È una cosa che mi è rimasta talmente dentro che non posso dormire se non ho pregato. La mia famiglia è stata determinante per far maturare dentro di me la fede».

Nel suo percorso di crescita e vocazionale, tuttavia, Adolphe si è ispirato anche a un altro padre, oltre a quello biologico: Silvano Zoccarato, missionario del Pime che ha dedicato molti anni della sua vita alle popolazioni della regione dell’Estremo Nord del Camerun e in particolare ai tupuri, di cui ha studiato cultura e tradizioni, raccogliendo anche moltissimi proverbi pubblicati in diversi libri. Inoltre, nella sua instancabile opera di evangelizzazione, padre Silvano ha avuto l’intuizione di aprire un Centro di formazione per catechisti che coinvolgesse non solo il singolo catechista – a quel tempo sempre un uomo – ma tutta la sua famiglia e per un periodo di due-tre anni.

«Abbiamo vissuto al Centro di formazione dal 1990 al 1996, perché mio papà era coadiutore di padre Zoccarato – ricorda oggi Adolphe, che all’epoca era un ragazzino -. È stato un tempo veramente bello e fruttuoso». Un tempo di crescita personale, familiare e di comunità. Che ha seminato germogli di fede nel suo cuore e in quelli della sua gente, che ora stanno dando molti frutti.

Adolphe era molto affascinato dalla figura di padre Silvano, il missionario che giocava con i bambini, li faceva cantare e insegnava loro a pregare in francese. Voleva essere come lui, ricorda. Ma quando lo confidava a padre Silvano, questi gli rispondeva che non c’era bisogno di diventare missionario per insegnare, cantare o pregare. C’era qualcosa di più profondo.

Ci sono voluti due anni ad Adolphe per capire il senso vero della sua vocazione. Nel frattempo ha frequentato il seminario minore interdiocesano e ha trascorso un anno di stage a Toulum, in un’altra missione del Pime. «Padre Silvano mi aveva detto: “Vai e lasciati tentare”. Questa libertà di spirito, che non avevo conosciuto in seminario, è stata un’esperienza decisiva». Ad accompagnarlo, però, c’erano altri due missionari che da circa cinquant’anni rappresentano una “colonna” della presenza del Pime in quella regione: Piergiorgio Cappelletti e Mario Frigerio. Pure loro sono grandi conoscitori della lingua, della cultura e delle tradizioni dei tupuri, nonché autori di un poderoso lavoro di traduzione dei testi sacri nella lingua di quel popolo. Per Adolphe è stata quasi una rivelazione: «Per la prima volta mi rendevo conto in maniera più consapevole di molti aspetti della mia stessa cultura. Ho scoperto tante cose che non sapevo o che davo per scontate. Ho imparato anche a leggere e scrivere correttamente la mia lingua. Ringrazierò sempre questi missionari che, da stranieri, mi hanno fatto diventare veramente un tupuri».

Non solo, però. Durante quell’esperienza Adolphe ha «imparato anche a conoscere meglio il mondo» e a sentire più vera e più personale la vocazione missionaria. Dopo essere stato accettato in formazione al Pime di Yaoundé come seminarista, e aver studiato tre anni Filosofia, Adolphe si trasferisce a Roma e quindi a Monza per completare gli studi di Spiritualità e Teologia. E anche se il cambiamento di Paese, clima, cultura, lingua non è stato facile, si è sempre adattato piuttosto facilmente. «Non è mai stata per me una fatica vivere in una comunità internazionale. Il disagio più grande era vivere in città grandi e congestionate come Roma. Per uno che viene da un villaggio come me, tutti quegli edifici mi davano una sensazione di soffocamento. Mi sentivo come se mi stessero schiacciando. Mi mancavano la brousse, la savana, i villaggi, gli spazi aperti. Anche per questo, più tardi, non ho espresso particolari desideri circa il Paese di missione, ma ho chiesto di non andare negli Stati Uniti, in Giappone o in Cina. Desideravo tornare in un contesto di villaggio».

E quando lo hanno destinato al Bangladesh non sapeva bene cosa aspettarsi. Ma è partito con fiducia e con una parola nel cuore, quella che gli diceva sempre padre Giancarlo Politi, che per quattro anni è stato il padre spirituale del seminario di Monza: «Se ti senti felice là dove sei, allora significa che sei un buon missionario. E non avere paura».

Adolphe in Bangladesh è stato effettivamente molto felice. Anche se il Paese è lontano e diverso anni luce dal contesto camerunese di cui è originario. «Qui in Italia si parla del Bangladesh sempre e solo per la grande povertà, le catastrofi ambientali o gli attacchi terroristici. Io ho vissuto una realtà fatta innanzitutto di persone semplici e molto accoglienti, anche se musulmani o indù».

Quello dell’accoglienza è un tema che torna spesso nei racconti di padre Adolphe: nei villaggi, specialmente, e nelle case, che frequentava regolarmente, facendo la gioia delle famiglie. E anche la sua. A Bhutahara prima e soprattutto a Kodbir dopo, nella diocesi di Dinajpur, dove è stato negli ultimi tre anni da parroco, era sempre in movimento. Da un villaggio all’altro, da una famiglia all’altra, in mezzo al popolo santal del Nord del Bangladesh. «All’inizio erano molto curiosi nei miei confronti – ricorda divertito -. In Bangladesh ci sono pochissimi africani e la maggior parte della gente non ne ha mai visto uno. Per cui, molti si avvicinavano incuriositi, ma non con atteggiamenti ostili o peggio razzisti. Anzi, desideravano parlarmi e conoscermi».

Anche il confronto con i suoi confratelli è stato molto importante: per essere introdotto alla vita e alla cultura locali, ma anche per affrontare modi diversi di fare missione. «L’accoglienza da parte degli altri missionari ha favorito il mio inserimento, altrimenti sarebbe stato molto difficile. Già l’apprendimento della lingua non è facile. E poi, all’inizio, non mi ritrovavo nel modo di fare missione. In Bangladesh si lavora moltissimo nel sociale, con scuole, ostelli, dispensari o altro, mentre io avevo in mente l’apostolato. Ma poi ho conosciuto meglio il contesto e l’opera di tanti che hanno vissuto lì moltissimi anni, dedicando la loro vita a quella gente e salvando anche molte vite. Ho capito, un po’ alla volta, che potevo trovare anch’io il mio posto».

Del resto, padre Adolphe e padre Almir Azevedo, brasiliano, sono stati i primi due missionari del Pime non italiani a essere inviati in Bangladesh. Il che ha richiesto forme di adattamento a vari livelli: dentro la comunità del Pime sino a quel momento unicamente italiana; in rapporto con la società del Bangladesh a grande maggioranza musulmana; e nella relazione con le popolazioni tribali del Nord, seguaci delle religioni tradizionali, con cui ha operato padre Adolphe.

«Sono stato quasi tre anni a Bhutahara, con padre Emilio Spinelli – racconta -. Lì c’è un ostello molto grande con circa 250 studenti. Stavo con loro e intanto continuavo a studiare la lingua. Tanti non sono cristiani o hanno genitori non cristiani. È stato bello e interessante».

Poi ha cominciato anche a girare per i villaggi, a visitare le famiglie, a celebrare la Messa, provando a fare l’omelia in una lingua ancora un po’ precaria. «Mi piaceva molto entrare nelle case per salutare le famiglie. Loro erano felicissimi della mia visita. E pure io! Anche nella missione di Kodbir, dove ho trascorso gli ultimi anni, ho sempre fatto molte visite. Conoscevo i nomi di quasi tutti, anche dei bambini. Le persone erano molto contente. E a me questo tipo di relazione piaceva moltissimo».

Non è stato facile lasciare la sua missione. E ancora oggi padre Adolphe non nasconde di aver versato molte lacrime. Da oltre un anno si trova nel seminario del Pime di Monza, dove – pure qui – è stato una sorta di apripista: è, infatti, il primo missionario del Pime africano a ricoprire il ruolo di vice rettore. Anche questo è un segno dei tempi. La comunità dei giovani seminaristi si sta infatti arricchendo di tante presenze africane, frutto delle vocazioni che sorgono sempre più numerose nei Paesi in cui è presente il Pime: Camerun, Guinea Bissau, Costa d’Avorio e Ciad.

Certo, il Coronavirus ha complicato un po’ tutto e soprattutto ha ridotto drasticamente la possibilità di relazioni e incontri. «Ero abituato a muovermi continuamente da un villaggio all’altro, da una casa all’altra e qui a Monza mi sono ritrovato rinchiuso in una camera, perché avevo contratto il virus. I primi giorni ero quasi terrorizzato. Camminavo sempre, leggendo. Poi, piano piano, anche la camera è diventata grande. Ho pensato che forse avevo già abbastanza sperimentato la presenza di Dio nelle cose belle della vita. Ora dovevo scoprirlo anche lì dove l’uomo soffre e muore. Credo che questo tempo mi abbia aiutato a crescere. E a prendere ancora più sul serio questo servizio, facendolo con amore».