Mongolia: il Vangelo sussurrato

Mongolia: il Vangelo sussurrato

“Pellegrini e ospiti”. Così padre Giorgio Marengo della Consolata descrive i missionari in Mongolia in un prezioso libro che affronta il senso della precarietà e della bellezza della missione in Asia

Francesco d’Assisi, nella Regola non bollata del 1221, descrive la missione tra «i saraceni e gli altri infedeli», suggerendo ai suoi frati di «vivere e comportarsi con loro, spiritualmente, in due modi». Il primo è quello di «non suscitare liti o controversie, ma essere soggetti, per amore di Dio, a ogni umana creatura, e confessino di essere cristiani«. L’altro modo è che «quando vedranno che piace al Signore, annuncino la Parola di Dio, affinché quelli credano in Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo». Siamo ai tempi delle crociate e delle guerre di religione. Francesco, un soldato convertitosi alla pace, immagina una missione diversa, dove non manchino la testimonianza e persino il martirio, ma che sia fatta in pace: vivere in mezzo agli altri “senza liti o controversie”, soggetti alla loro autorità. E annunciare la Parola di Dio solo quando “vedranno che piace al Signore”. Il missionario cioè deve saper leggere “i segni dei tempi”, che sono quelli di Dio, senza impazienze, senza animosità. Una lezione missionaria che risale a 800 anni fa, ma che rimane attualissima.

E furono proprio i missionari francescani ad attraversare per primi le steppe dell’Asia centrale, dove si stava espandendo l’islam per raggiungere la Mongo­lia e la Cina. Era il 1246: il missionario francescano Giovanni da Pian del Carpine raggiunse Karakorum, la capitale dell’impero mongolo. Francesco d’Assisi era morto solo vent’anni prima.rancesco d’Assisi, nella Regola non bollata del 1221, descrive la missione tra «i saraceni e gli altri infedeli», suggerendo ai suoi frati di «vivere e comportarsi con loro, spiritualmente, in due modi». Il primo è quello di «non suscitare liti o controversie, ma essere soggetti, per amore di Dio, a ogni umana creatura, e confessino di essere cristiani«. L’altro modo è che «quando vedranno che piace al Signore, annuncino la Parola di Dio, affinché quelli credano in Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo». Siamo ai tempi delle crociate e delle guerre di religione. Francesco, un soldato convertitosi alla pace, immagina una missione diversa, dove non manchino la testimonianza e persino il martirio, ma che sia fatta in pace: vivere in mezzo agli altri “senza liti o controversie”, soggetti alla loro autorità. E annunciare la Parola di Dio solo quando “vedranno che piace al Signore”. Il missionario cioè deve saper leggere “i segni dei tempi”, che sono quelli di Dio, senza impazienze, senza animosità. Una lezione missionaria che risale a 800 anni fa, ma che rimane attualissima.

L’evangelizzazione di oggi, in Mongolia, sembra riprodurre le indicazioni date da Francesco. È questa la sensazione che si ha leggendo “Sussurrare il Vangelo nella terra dell’eterno Cielo blu” (Urbaniana, 2018), il libro, suggestivo fin dal titolo, di padre Giorgio Marengo, 44 anni, missionario della Consolata e teologo, in Mongolia dal 2003.

Marengo si ispira al primo Congresso missionario dell’Asia, celebratosi nell’ottobre del 2006 a Chiangmai, nel Nord della Thailandia, e intitolato “Rac­­­­­­contare la storia di Gesù in Asia”. Quel congresso ebbe un notevole impatto nella riflessione e nella prassi missionaria in Asia, imprimendole un carattere fortemente narrativo. L’evan­geliz­zazione, piuttosto che la diffusione di una dottrina religiosa, è il racconto di una storia che ha la potenzialità di cambiare la vita: la storia di Gesù. Una storia da dire con coinvolgimento personale, con immagini, simboli, gesti e riti.

Il teologo e vescovo indiano mons. Thomas Menamparampil invitava i missionari a presentare «Gesù com’è veramente, così come è presentato nelle Scritture. Questo è sufficiente». Raccontare la storia di Gesù riporta la vicenda missionaria alla potenza della parola, nella «modalità della parola ospitante» del filosofo Fabrice Hadjadj. Se è ben vero che di Dio non si può parlare, è anche vero che «di lui non si può non parlare. Il suo Nome è nascosto sotto ogni parola». In questo modo si rivela appieno il significato del verbo “sussurrare”, che Marengo riprende da Menam­parampil. Il racconto crea relazione. Padre Giorgio descrive la missione come una storia di amicizia. E proprio l’amicizia è il nome attorno a cui oggi si può declinare in modo nuovo tutta la vicenda missionaria. L’amicizia si nutre di empatia, una qualità evocata frequentemente da Marengo.

La formula del «sussurrare al cuore dell’Asia» è particolarmente felice, innanzitutto per il forte radicamento biblico. Secondo il Vangelo di Matteo, Gesù si descrive evocando le parole di Isaia: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce». “Sus­surrare” per dare dignità ai modi narrativi della discrezione, della pacatezza, dell’empatia, dell’attesa e della profondità. Le genti della Mongolia e dell’Asia, permeate di religiosità antiche, potrebbero respingere l’evangelizzazione come “straniera” se non fosse realizzata con la discrezione empatica del “sussurro”.

La tradizione spirituale asiatica in generale, e mongola in particolare – quest’ultima fortemente segnata dal buddhismo lamaista – conosce a fondo la dinamica della relazione tra maestro e discepolo.

L’insegnamento viene trasmesso sommessamente, senza forzature e imposizioni.

La Chiesa e la missione in Asia vivono necessariamente la condizione di minorità, descritta efficacemente dall’immagine del seme che cresce nel nascondimento. Il Vangelo si trasmette così ed è dunque proprio in Asia che la missione vive di trasparenza evangelica.

Marengo descrive i missionari in Mongolia come “pellegrini e ospiti”, una suggestiva immagine neotestamentaria, che dà il senso della precarietà e della bellezza della missione.

La Mongolia è un Paese di cui si parla raramente nei media. Ma forse è proprio la collocazione periferica rispetto ai grandi crocevia della geopolitica mondiale che lo rende fascinoso. Vastissimo (più di cinque volte l’Italia), con una popolazione di 3,2 milioni di abitanti, è il Paese con la più bassa densità abitativa del pianeta.

Nel XIII e XIV secolo, dopo Giovanni da Pian del Carpine, altri missionari francescani vi furono inviati come legati papali, per tentare un’alleanza tra l’Europa cristiana e l’impero mongolo. Allora la Mongolia aveva conquistato posizioni su posizioni, divenendo il più esteso impero territorialmente ininterrotto mai apparso nella storia umana (e, in assoluto, secondo solo all’impero britannico nel ventesimo secolo). Il condottiero più noto, Gengis Khan, è citato persino in canzoni popolari veneziane, tanto la sua temibile fama lasciò un segno anche nell’immaginario europeo.

Nei lunghi anni dell’inimicizia tra l’Unione Sovietica e la Cina maoista, la Mongolia fu uno “Stato cuscinetto”, delegato ad assorbire le tensioni tra i due colossi.

Uscita dall’ombra dei potenti vicini, la Mongolia è rinata nel 1990. Oggi è un Paese democratico, aperto al pluralismo religioso e in crescita economica. Ed è ripartita anche la sfida dell’evangelizzazione, in una terra radicalmente marcata dal bud­dhismo e da una forte eredità sciamanica.

La ripresa missionaria fu affidata nel 1992 ai missionari di Scheut (Congregazione del cuore immacolato di Maria, fondati in Belgio nel 1862), già pionieri della missione nella Mongolia cinese. Negli anni successivi, sono giunti altri missionari, inclusi, nel 2003, quelli della Consolata di Torino, tra i quali, appunto, anche padre Giorgio Marengo, autore di questo riuscito saggio di teologia missionaria.