Amazzonia: «Non dobbiamo tacere»

Amazzonia: «Non dobbiamo tacere»

Finita l’era Bolsonaro, non è finita quella dello sfruttamento della grande foresta amazzonica. La testimonianza di padre Sisto Magro al fianco dei piccoli contadini: «È difficile mettersi contro chi ha il potere dei soldi e delle pallottole»

Molti avevano sperato che la fine dell’era Bolsonaro avrebbe dato finalmente respiro all’Amazzonia e ai suoi popoli. Così come al resto del mondo, essendo quest’enorme foresta uno dei grandi polmoni della Terra. E invece, in quello che è l’ambiente più ricco di biodiversità al mondo, disteso su nove Paesi – Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Suriname, Venezuela Guyana francese e britannica -, si fatica ancora oggi a trovare un accordo anche solo per lottare insieme contro la devastante deforestazione. Il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile non sembra aver significativamente modificato le politiche di sfruttamento del suolo e del sottosuolo, anzi. Lo scorso giugno, un nuovo disegno di legge approvato dalla Commissione per la Costituzione, la Giustizia e la Cittadinanza del Senato ha sancito che le terre assegnate ai popoli indigeni sono quelle che occupavano alla data del 5 ottobre del 1988. «Questo significa che i popoli dell’Amazzonia, che hanno sempre vissuto su quelle terre e convissuto con la foresta, da un giorno all’altro possono essere cacciati via!», protesta padre Sisto Magro, missionario del Pime che da 34 anni vive in Brasile e da 16 si occupa in particolare di Pastorale della terra per la diocesi di Macapá, nello Stato dell’Amapá, situato nell’estremo Nord-est del Brasile. Un territorio vasto quasi come mezza Italia, una terra ricchissima e continuamente “violentata” da politici, imprenditori e sfruttatori locali e internazionali che perseguono solo i propri interessi: «Quanto alle popolazioni della foresta, queste sono continuamente minacciate e defraudate, anche perché difficilmente riescono a dimostrare con dei documenti i loro diritti di possesso».

È una strategia di morte come ha nuovamente denunciato Papa Francesco nella nuova Esortazione apostolica pubblicata il 4 ottobre, Laudate Deum, che “aggiorna”, in un certo senso, la Laudato si’ a otto anni di distanza: «Con il passare del tempo – scrive il Pontefice -, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura. Al di là di questa possibilità, non c’è dubbio che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie. Ne sentiremo gli effetti in termini di salute, lavoro, accesso alle risorse, abitazioni, migrazioni forzate e in altri ambiti. Si tratta di un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana».

Tutto questo padre Sisto lo vive direttamente sulla sua pelle e su quella dei suoi collaboratori. Ma lo vivono soprattutto le popolazioni amazzoniche – circa 400 popoli diversi – che si vedono, ogni giorno di più, defraudate delle loro risorse, della loro terra, del legame simbiotico e rispettoso tra uomo e natura. Papa Francesco continua a ripetere che non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. La gente dell’Amazzonia continua a testimoniarlo attraverso molte forme di resistenza e di lotta contro le troppe violenze e soprusi subiti. «Ci sono persone che vengono alla Messa dopo aver fatto ore di barca o a piedi – racconta padre Sisto -. Portano il desiderio di vivere un momento significativo per la loro fede e la loro vita cristiana, ma anche di condividere problemi e sofferenze. In Amapá ci sono molti conflitti legati alla terra, tra piccoli agricoltori e grandi imprese dell’agrobusiness, sia locali che multinazionali».

Oro, manganese e altri minerali, legname nobile che viene esportato, campi per le coltivazioni di soia su vasta scala, allevamenti di bovini con migliaia di capi… «È uno sfruttamento senza fine, spesso con il favore dei politici che magari appartengono, loro stessi, a famiglie di imprenditori della terra o di aziende minerarie». Nell’aprile del 2020, in Amazzonia, si è registrato il più alto tasso di deforestazione degli ultimi dieci anni: +171%. Questo sia per le politiche di Bolsonaro – che tra l’altro aveva nominato come ministro dell’Ambiente Ricardo Sales, accusato di aver ostacolato un’indagine sul disboscamento e di aver commesso, lui stesso, una lunga serie di crimini ambientali – ma anche per la riduzione dei controlli dovuta alla pandemia di Coronavirus. Il risultato è stato il “furto” di oltre 529 chilometri quadrati di foresta, tre volte la superficie di Milano. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. Già al tempo di Lula e di Dilma Rousseff, in Amapá, erano stati costruite due mega impianti idroelettrici ed erano arrivati massicciamente imprenditori dell’agrobusiness e dell’estrazione mineraria. E oggi, con il ritorno di Lula al potere, non si intravedono grandi speranze per un cambiamento di rotta…

Lo scorso gennaio, i vescovi della regione avevano denunciato – citando anche il Documento finale del Sinodo sull’Amazzonia – che i popoli indigeni «continuano ad avere la loro vita minacciata dall’invasione dei loro territori da vari fronti e dalla loro bassa demografia, essendo esposti alla pulizia etnica e alla scomparsa».
«La gente ci racconta quello che succede sulle loro terre – testimonia padre Sisto – e noi andiamo nei luoghi interessati dai conflitti, che a volte riguardano intere comunità che vengono espropriate. Insieme valutiamo come procedere. Spesso dobbiamo fare innanzitutto un lavoro di formazione, ad esempio, sulla legislazione fondiaria dello Stato dell’Amapá. I nostri piccoli agricoltori non sono in grado di difendersi; spesso hanno avvocati d’ufficio che non conoscono bene le leggi, come talvolta persino i giudici. Recentemente mi è arrivata una comunicazione giudiziaria che accusa noi della Pastorale della terra e persino il pubblico ministero di appoggiare i piccoli contadini nell’occupazione delle terre dell’agrobusiness. Esattamente il contrario di quello che sta avvenendo!».

Spesso, però, prima che entri in gioco la giustizia, arrivano le minacce e le violenze. «Veniamo intimiditi continuamente perché prendiamo le difese della gente. Sono violenti e sono preparati a commettere violenze. Io e il mio confratello abbiamo subìto un attentato: ci siamo salvati, ma poteva andare peggio. Abbiamo denunciato e non è successo niente. Sanno benissimo che possono farci quello che vogliono. E lo stesso alla gente di qui: bruciano le case e le colture nella totale impunità. Il 90% dei nostri martiri non ha avuto giustizia. In questi ultimi anni le violenze sono peggiorate. Così come le leggi: hanno sancito che la proprietà privata vale solo per il suolo, ma non per il sottosuolo, che è sempre di proprietà dello Stato federale e che può dare le concessioni a chi vuole».
Con il ritorno di Lula non sembra che le cose stiano migliorando: anche perché, da un lato, ha nominato tra i ministri uno dei più grandi fazenderos dello Stato dell’Amapá, ma anche perché è schiavo di un Congresso fatto di persone legate allo sfruttamento delle terre e delle risorse minerarie. «Hanno il potere e se ne servono per fare leggi a loro favore – dice padre Sisto -. Siamo in mano a un gruppo di persone che pensano solo ai loro interessi e in nessun modo al benessere della gente».

Recentemente la compagnia Petrobras, di cui lo Stato federale è azionista, ha avviato esplorazioni per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio su un territorio vastissimo che va dalla zona marina al largo dello Stato dell’Amapá, comprendente la foce del Rio delle Amazzoni, al Rio Grande do Norte sino allo Stato di Amazonas, lungo tutto il grande fiume, dove si prevede la realizzazione di 95 pozzi, con possibili gravi danni per la flora, la fauna e ovviamente le popolazioni. La prima concessione è stata data a inizio ottobre nella zona del Rio Grande do Norte. Persino il presidente colombiano Gustavo Petro ha criticato Lula, affermando che l’esplorazione petrolifera nella foresta genera «un enorme conflitto etico, soprattutto per le forze progressiste che dovrebbero stare dalla parte della scienza».

«Papa Francesco è per noi un riferimento fondamentale – interviene padre Sisto -: ci ricorda che difendere l’ambiente significa difendere la vita delle persone. È questo il nostro primo compito. E la dimensione spirituale è centrale. La nostra spiritualità è quella del Regno dei Cieli che chiede che tutti abbiano vita e l’abbiano in pienezza. Purtroppo – aggiunge – mi pare che ci sia una miopia assoluta, a tutti i livelli, come se ci si volesse catapultare verso la fine del mondo, piuttosto che cambiare un po’ il nostro modo di vivere».

Padre Sisto, però, non si scoraggia, anche se deve ammettere di sentirsi un po’ solo, persino all’interno della Chiesa, in questa battaglia: «Dobbiamo seguire l’esempio di Gesù Cristo che non per niente è andato in croce perché ha dato fastidio a molti. Come cristiani dobbiamo fare la nostra parte, anche se è difficile mettersi contro chi ha il potere dei soldi e delle pallottole. Ma non per questo dobbiamo tacere».