Lalish, cuore sacro degli yazidi

Lalish, cuore sacro degli yazidi

Perseguitati e cacciati dalla propria terra d’origine, il Sinjar, nel Kurdistan iracheno, gli yazidi si aggrappano alla loro religione e alle tradizioni. Come il pellegrinaggio al santuario più importante. Intanto, però, sempre più giovani cercano di emigrare all’estero

«Gli angeli risiedono sulla soglia di ogni entrata, per questo è importante non calpestare gli scalini d’ingresso». È una delle regole che turisti, esploratori e pellegrini si sentono ripetere al loro arrivo a Lalish, la valle nell’Iraq settentrionale dove sorge il mausoleo dedicato allo shaykh Adi ibn Musafir, morto nel 1162 e qui venerato come un santo insieme al suo successore shaykh Hasan. Sono poche le norme da rispettare: camminare scalzi e non disturbare gli angeli. Siamo pronti per visitare il santuario, luogo sacro per gli yazidi, una minoranza religiosa originaria del Kurdistan, regione che comprende parti di Iraq, Siria, Turchia e Iran. Oggi si trovano anche in Armenia, Georgia, Russia ed Europa e si stima che siano circa 700 mila in totale. Il santuario di Lalish si trova a 35 chilometri a nord di Mosul. Già da lontano si intravedono svettare i grandi tetti conici delle tombe tipici della cultura yazida. La stessa struttura, che simboleggia il sole in cima, i raggi lungo la superficie del cono e la terra alla base, si trova nei villaggi in cui è morto uno shaykh, una guida religiosa locale appartenente alla casta più alta della comunità. Ma i caseggiati degli yazidi in Iraq sono riconoscibili soprattutto per i cancelli d’ingresso adornati con l’immagine di un pavone, in onore di Melek Taus, l’angelo più importante. Secondo la tradizione, infatti, quando Dio creò il mondo, ne affidò la protezione a sette angeli, tra cui Melek Taus, l’angelo pavone. Per metterli alla prova, Dio chiese loro di inchinarsi davanti ad Adamo, il primo uomo. Solo Melek Taus rifiutò e venne per questo rigettato da tutta l’umanità, ad eccezione degli yazidi.

La stessa scena è descritta nel Corano, con la differenza che l’angelo in questione è Iblis (il Lucifero della tradizione cristiana). Dio ordinò a Iblis di prostrarsi davanti all’uomo, ma egli rifiutò e venne cacciato dal Paradiso. Per questo gli yazidi sono stati per secoli perseguitati e definiti dai musulmani gli “adoratori del diavolo”. In realtà Melek Taus non è una figura malvagia, al contrario, è il capo degli arcangeli che decise di giurare obbedienza solo a Dio e a nessun altro. Secondo altre fonti, la religione yazida avrebbe avuto origine in Iran, dopo aver assorbito le influenze dello zoroastrismo e gli yazidi avrebbero preso il nome dalla città di Yazd. Le antiche credenze persiane raccontano che Ahriman, il Male, creò il pavone per dimostrare di essere anch’egli, come Dio, in grado di dar vita a bellissime creature.

Ricerche più recenti ritengono che la religione sia nata nel XII secolo con la predicazione dello shaykh Adi, che aveva creato una confraternita sufi detta adawiyya. Proveniente dal Libano, shaykh Adi si stabilì a Lalish per condurre una vita ascetica. Gli yazidi lo venerano come un santo perché lo considerano un’emanazione di Melek Taus, ma il mausoleo di Lalish a lui dedicato sarebbe stato in origine, secondo alcuni, una chiesa nestoriana.
Qualunque sia l’origine del credo yazida, che mescola le tradizioni millenarie della pianura mesopotamica, i suoi adepti sono stati perseguitati per secoli perché considerati adoratori di Satana. L’endogamia e il divieto di svelare i loro precetti, tramandati perlopiù oralmente, non hanno fatto altro che alimentare la diffidenza di cristiani e musulmani.

Anche se tra le cerimonie yazide esiste una sorta di battesimo, non si può diventare yazidi. È necessario nascere nella comunità ed è obbligatorio sposarsi al suo interno, pena la “scomunica”. Lo yazidismo è infatti basato più su una serie di regole che di preghiere e riti. Si narra che gli insegnamenti dello shaykh Adi fossero contenuti in quello che viene chiamato il “libro nero”, andato perduto mille anni fa, ma la sua stessa esistenza è dubbia. Le preghiere sono personali e si fanno rivolgendosi sempre verso il sole.

Esistono tre caste: gli shaykh, i sacerdoti, in cui rientra circa il 30% della popolazione, seguiti dai pir e dai murad. La carica religiosa più importante è quelle ricoperta dal Baba Shaykh, il “Papa” degli yazidi, la cui nomina è ereditaria ma deve essere approvata dagli altri saggi anziani. La differenza tra le varie caste sta nel modo in cui si pratica la religione: solo gli shaykh, a esempio, sono tenuti a digiunare per quaranta giorni in inverno e poi di nuovo in estate, mentre tutti gli altri dovrebbero compiere almeno quattro viaggi all’anno a Lalish in occasione delle festività principali. All’ingresso del tempio si viene accolti da un guardiano che, davanti a una tazza fumante di çay (il tè abbondantemente zuccherato come vuole la tradizione mediorientale), spiega le regole ai visitatori. Prendendo della terra e mettendola in un fazzoletto di stoffa bianco crea poi una sorta di amuleto che protegge i pellegrini e che gli yazidi sono soliti tenere in auto. Gli uomini vestiti con gli abiti tradizionali curdi e le donne con il caratteristico velo lilla baciano gli stipiti delle porte e sulle soglie lasciano del denaro per assicurarsi il favore degli angeli guardiani.

Attraversando una serie di cortili si arriva alla tomba di shaykh Adi, avvolta da stoffe di diverso colore. I pellegrini che vogliono esprimere un desiderio devono prima slegare un nodo fatto in precedenza da un altro visitatore (che così vedrà il proprio sogno realizzato) e poi annodare loro stessi un lembo della stoffa.
In corrispondenza delle sale principali scaturiscono due sorgenti d’acqua, di cui la più importante è chiamata Zemzem (stesso nome del pozzo che si trova alla Mecca) e il cui accesso è interdetto ai non yazidi. Le fonti sono il luogo più sacro del tempio perché si ritiene che l’acqua abbia proprietà magiche e curative, secondo alcuni perché Lalish sorge in un punto geomagnetico della Terra. Ci sono poi alloggi, cucine, una stanza piena di pane per i pellegrini e una sala sotterranea che contiene otri pieni d’olio, utilizzato per accendere ogni giorno al tramonto una serie di lampade che vengono collocate in vari scranni del tempio. In questa sala, un tempo disadorna, negli ultimi anni sono comparse sulle pareti di roccia le impronte delle mani dei visitatori: «Non le avevo mai viste prima», ci ha raccontato la nostra guida, svelandoci che la religione yazida, basata sulla tradizione orale, non ha problemi a “inventarsi” di tanto in tanto nuovi riti.

Un murales che ritrae una scena del diluvio universale spiega l’importanza del serpente nero, venerato dagli yazidi, ma considerato maligno dalle altre religioni monoteiste. Per la tradizione, quando l’arca di Noè stava affondando, il serpente salvò il patriarca chiudendo la falla con il proprio corpo. Anche la porta del tempio che conduce alle fonti sacre è affiancata da un serpente nero scolpito nella pietra. I visitatori stranieri sono i benvenuti a Lalish. Si ha quasi l’impressione che dopo le persecuzioni degli ultimi anni gli yazidi sentano il bisogno di farsi conoscere agli occhi del mondo perché temono di sparire per sempre. Non esistono cifre ufficiali, ma si stima che i fedeli rimasti in Iraq siano tra i 300 e i 400 mila. Solo in Germania ne sono emigrati 200 mila e infatti a Lalish si sente spesso parlare anche il tedesco, insieme al kurmanji, uno dei dialetti curdi.

La comunità è balzata agli onori della cronaca nel 2014 a causa delle persecuzioni dell’Isis. Le ragazze rapite, violentate e spesso rimaste incinte, sono state rigettate dalla comunità di origine anche dopo la cacciata dello Stato islamico dall’Iraq nel 2017, perché avevano avuto rapporti con i nemici. Tra le due e le tremila donne si sono rifugiate in Germania, anche se l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) aveva costruito per loro delle case lungo la strada che porta al santuario, sperando di favorirne il reinserimento. Gli appartamenti sono tuttora disabitati: lo stigma è stato più forte della volontà di accoglierle nuovamente all’interno della comunità.
Gli yazidi sono minacciati ancora oggi: con la scusa di eliminare i membri del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk) considerati “terroristi” da Ankara, i droni turchi, con la complicità del governo di Baghdad, continuano a colpire il Sinjar, la regione nel Nord del Kurdistan iracheno, costringendo alla fuga migliaia di civili.
In realtà, qui operano le Unità di resistenza yazide, formatesi nel 2014 per combattere contro l’Isis, e che ora collaborano con il Pkk per l’ottenimento di una regione curda autonoma. Intanto, però, nel Kurdistan iracheno ci sono ancora circa 200 mila yazidi sfollati. «Vorremmo tornare a casa» ci hanno detto i giovani incontrati nel campo profughi di Bajet Kandala, al confine con la Turchia e la Siria. «Il Sinjar è la terra d’origine degli yazidi, ma per noi non c’è ancora pace».


Un genocidio che attende giustizia

Nell’agosto 2014 lo Stato islamico lanciò un’offensiva contro gli yazidi del Sinjar, compiendo massacri e riducendo in schia­vi­tù migliaia di donne. Più di 5.000 furono i morti e 400.000 gli sfollati. A oggi, oltre 2.800 donne e bambini restano prigionieri o risultano scomparsi.
Lo scorso dicembre un ex membro dell’Isis, Taha al J., è stato condannato all’ergastolo dall’Alto tribunale regionale di Francoforte per genocidio e crimini contro l’umanità, alla fine del primo processo al mondo sul genocidio contro gli yazidi.