La domanda rimossa sul grano di Odessa

La domanda rimossa sul grano di Odessa

Dopo tre mesi di guerra abbiamo finalmente capito che senza i cereali ucraini e russi buona parte del mondo oggi rischia la catastrofe umanitaria. Adesso potremmo cominciare a chiederci anche il perché. Alla vigilia di un nuovo importante vertice del Wto in programma a Ginevra dal 12 giugno che rischia ancora una volta di sancire un nulla di fatto sulla riforma delle regole di quei meccanismi globali che in nome del “libero scambio” penalizzano le agricolture dei Paesi a basso reddito

 

L’allarme che su Mondo e Missione avevamo lanciato subito sulla guerra in Ucraina, titolando già il nostro numero di aprile “Guerra e fame”, da qualche settimana è diventato un tema in agenda anche per l’opinione pubblica e la politica internazionale. I riflettori si concentrano sul porto di Odessa e sulle quantità di grano ucraino e russo che non riescono a partire e che ogni giorno che passa stanno facendo sprofondare sempre di più alcune aree del mondo – in particolare in Medio Oriente e in Africa – nel girone della fame.

Anche papa Francesco qualche giorno fa ha ammonito a «non utilizzare il grano come un’arma» ed è evidente che sbloccare questo meccanismo inceppato è oggi un’urgenza assoluta per il mondo. Dunque è apprezzabile che tanti governi tra cui quello italiano stiano facendo pressioni in questo senso.

Stupisce, però, constatare che negli approfondimenti dedicati a questo tema nessuno ponga una domanda abbastanza elementare: come mai la sicurezza alimentare di chi vive in tanti Paesi lontani oggi dipende proprio dal grano coltivato in un’area ristretta del mondo come è quella interessata dal conflitto in Ucraina? E come mai i contraccolpi della guerra sono oggi così pesanti?

La verità è che questa guerra sta portando alla radice un grande nodo della globalizzazione: la concentrazione della produzione di immensi quantitativi di materie prime alimentari in cinque o sei grandi “granai” del mondo. Si tratta di un processo che le regole del commercio globale – messe a punto a metà degli anni Novanta – hanno accentuato. Con alla base un’idea che è sempre la stessa: l’illusione che il mercato da solo sia in grado di migliorare la vita delle comunità attraverso la rete degli interscambi commerciali. Si diceva: così produrremo più cibo dove si può, costerà di meno e questo permetterà di offrire al mondo intero una migliore sicurezza alimentare.

Alla prova dei fatti non è andata così. Le regole che il Wto – l’organizzazione mondiale del commercio – ha fissato per il settore agricolo da vent’anni a questa parte favoriscono i grandi esportatori di materie prime agricole, danneggiando i piccoli produttori nei Paesi a basso reddito. In pratica: il grano dell’Ucraina o della Russia (o il riso della Cina o dell’India oppure la soia degli Stati Uniti o del Brasile) costano poco e vanno a rimpiazzare le coltivazioni locali di cereali. E per le norme che in teorie dovrebbero essere a garanzia della concorrenza (ma di fatto rafforzano le grandi potenze agricole) un governo dell’Africa può fare ben poco per sostenere la propria agricoltura. Persino per le scorte che vorrebbe mettere da parte in previsione di una possibile carestia, deve comunque seguire delle regole ferree che guardano più alle dinamiche del mercato globale che ai reali bisogni in loco.

Però – si dirà – questo meccanismo funzionerebbe se in Ucraina oggi non ci fosse la guerra. Le cose, in realtà, non stanno proprio così. Bisognerebbe ricordare, infatti, che quella creata dalla guerra in Ucraina non è la prima, ma la terza crisi alimentare globale degli ultimi 15 anni: ce ne sono state già altre due nel 2007-08 e nel 2010-11, entrambe causate da distorsioni dei mercati molto più che da reali cause agricole.

Concentrare la produzione alimentare su pochi prodotti e in pochi Paesi ha infatti sì aumentato l’efficienza, portando con sé i vantaggi delle economie di scala; ma ha anche fatto crescere la vulnerabilità del sistema alimentare, soprattutto nelle aree più deboli. Oggi a livello globale quattro cereali – riso, grano, mais e soia – rappresentano il 50% del consumo medio giornaliero di calorie. E se è vero che nel mondo i quattro quinti del consumo alimentare totale sono ancora prodotti localmente, va aggiunto che la quota delle materie prime commercializzate a livello internazionale sul totale del commercio alimentare è in costante aumento: si è passati dal 10% del 1985 al 14% del 2017. Con una crescita non uniforme: sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo a diventare sempre più dipendenti dalle importazioni. Secondo le stime della FAO, la domanda di prodotti alimentari importati nei Paesi a basso e medio reddito non solo è in aumento, ma aumenterà di 2 o 3 volte entro il 2050.

Di tutto questo si parlava già da molto prima della guerra in Ucraina. E infatti la riforma delle regole del commercio dei prodotti agricoli è uno dei temi su cui da almeno un decennio le trattative in seno al Wto arrancano. I Paesi a basso e medio reddito premono per correggere le storture di un meccanismo che – al di là delle belle parole – non ha la lotta alla fame come sua priorità. Ma i grandi Paesi esportatori non vogliono perdere le immense opportunità di mercato che l’accordo sul commercio globale ha loro spalancato. Di tutto questo si riparlerà ancora una volta tra qualche giorno a Ginevra dove dal 12 al 15 giugno è in programma la 12° Conferenza ministeriale del Wto, l’appuntamento che vede riuniti i rappresentati di tutti i governi che aderiscono all’accordo mondiale sul commercio. Ma nonostante la drammaticità della situazione – con il grano bloccato a Odessa – i segnali della vigilia dicono che sarà molto difficile arrivare a un accordo sulla riforma delle regole contenute nell’Accordo sull’agricoltura. Tutto potrebbe essere rimandato a un ulteriore appuntamento, da tenere nel 2024.

Se c’è una cosa che questa guerra dovrebbe insegnarci è che le illusioni ingenue sul villaggio globale sono finite. Non basta far tacere le armi e rimettere insieme i cocci, come si sta cercando di fare intorno a Odessa. Bisogna contemporaneamente ripensare da zero questo tipo di meccanismi, mettendo davvero i bisogni di chi è più povero al centro. Prima di ritrovarci domani davanti a una nuova emergenza, ancora più grave di questa.