AL DI LA’ DEL MEKONG
L’amicizia alla prova della malattia

L’amicizia alla prova della malattia

Anche i rapporti più stretti si trovano, prima o poi, a fare i conti con il limite fisico. Ma la vera amicizia va oltre le parole

«Così si ama Dio / o dovrebbe amarsi / con tutto il cuore / sempre

e perfino, o più ancora, / se non lo sapesse»

(Giuseppe Centore)

L’amicizia tra di noi, prima o poi, deve fare i conti con la malattia. Qualche giorno fa, ancora in Italia, ho visitato padre Giancarlo Politi, amico di sempre, ora malato di Alzheimer e ricoverato presso la nostra casa a Rancio di Lecco. Due anni fa padre Giancarlo aveva raccontato con coraggio l’inizio precoce della malattia attraverso un video reso pubblico allo scopo di aiutare anche altri ad affrontare quel male silente, devastante, capace di cancellare dalla memoria tutto: la coscienza di sé, degli altri, del mondo e forse anche di Dio.[1] Quel giorno, mentre mi avvicinavo alla sua camera mi accompagnava la paura di non essere riconosciuto. Se però ora scrivo è per dare voce al dono della sua amicizia.

Un primo saluto, una stretta di mano, una carezza sulla spalla e qualche sorriso hanno arginato per un istante l’incedere furtivo e cinico della dimenticanza. La mia iniziale ritrosia a cercarlo con lo sguardo per evitargli l’umiliazione di non riconoscermi, e la sensazione che nulla più ci accomunava, hanno ben presto lasciato il posto a parole semplici, “inutili” e libere dalla pretesa di semplificare l’incontro, rievocando frettolosamente un passato comune che non c’è più.

La malattia, questa malattia, sembra strapparci gli uni dagli altri. La ricerca di un riconoscimento reciproco a partire da ciò che abbiamo vissuto insieme, fatto o pensato, non funziona più come prima. Eppure, nell’incontrare Giancarlo, se da una parte ho sentito l’impossibilità di entrare negli spazi infiniti della sua solitudine, «dove ogni parola resta imprigionata / in un groviglio di vento e di tormento»,[2] dall’altra ho toccato con mano il mistero di una comunione tra di noi che non viene da noi, ma da qualcosa di più profondo, che ci precede e ci compie.

Negli inevitabili momenti di silenzio non nascondo che ci sia stato un certo imbarazzo. Subito tentato di proferire parole mie, piano piano ho mollato la presa, vincendo la preoccupazione di dare senso alle sue frasi sospese e incomplete. Il nostro incontro, la nostra amicizia avrebbe dovuto nutrirsi d’altro. Non più di pensieri, ma di sguardi. Non più di progetti futuri ma di un eterno altrove, come altrove sembrava già essere lui. Pensando a quegli istanti silenziosi, tornando a casa, ho potuto nominare il nome di Dio. Ha ragione Marguerite Yourcenar quando scrive che Dio è «il silenzio fra due amici». Perché se sono amici, allora si appartengono, si riconoscono, al di là delle parole e della grammatica umana e imparano a stare vicini anche nella più completa, silente inermità. È il momento in cui ogni amicizia esige di trasformarsi in pratica mistica, esperienza del Mistero. Senza alcun controllo. Senza nulla da difendere o pretendere.

L’amicizia con Giancarlo ha coinciso nel tempo con i miei anni di sacerdozio, dai primi passi come prete, fino ad oggi, qui in Cambogia. Sento che l’amicizia con lui è stata un percorso del riconoscimento. Il filosofo francese Paul Ricoeur nella sua indagine sul rapporto fra la propria identità e l’essere riconosciuti ha dimostrato che «per l’uomo “che agisce e soffre” prima di arrivare al riconoscimento di ciò che egli è in verità, ossia un uomo “capace” di certe realizzazioni» gli è necessario «a ogni tappa, l’aiuto di altri».[3] L’amicizia con Giancarlo è stata la circostanza nel tempo attraverso la quale sono diventato «“capace” di certe realizzazioni» o, forse e più ancora, di vivere, credere e sperare. Giancarlo, soprattutto nei primi anni di ministero, mi ha offerto un’ospitalità incondizionata, capace di trascendere l’immediatezza dei legami di sangue e proprio per questo in grado di farmi accedere all’esperienza di una paternità inedita che mi ha fatto sentire voluto, benedetto, «“capace” di certe realizzazioni», appunto! Senza di lui non avrei fatto quello che abbiamo fatto! Giancarlo rimane per me “padre”, base sicura, anche nella malattia e anche se dovesse, suo malgrado, dimenticarmi. Io, da parte mia, proverò a non dimenticarlo.

Penso a chi siede quotidianamente al capezzale di tanti altri missionari ammalati. Penso inoltre a tutti coloro che lavorano negli hospice per malati terminali. Accudire e custodire persone che la malattia allontana da noi, continuando a curare i loro corpi anche se non sono più in grado di sentire la dolcezza di una carezza e la sua intima provenienza, è senza dubbio la forma più autentica di amore. Al capezzale di un malato: «Ancorché sappia / che non sente / la freschezza fragrante / della tua carezza / continui a stringere fra le tue la sua mano / così si ama Dio / o dovrebbe amarsi / con tutto il cuore / sempre / e perfino, o più ancora, / se non lo sapesse».

[1] È possibile vedere il video attraverso il link: https://www.youtube.com/watch?v=7LRGHirls-Q.

[2] M. Gualtieri, Le giovani parole, Torino 2015, 41.

[3] P. Ricœur, Percorsi del riconoscimento, Milano 2005.