L’esame di Joko Widodo

L’esame di Joko Widodo

L’Indonesia va al voto mercoledì 17 per le presidenziali e per il nuovo parlamento. Nonostante le polarizzazioni tra fautori e contrari all’islamizzazione, la dottrina dell’«unità nella diversità» sembra rimanere un riferimento saldo per il Paese

 

L’Indonesia va al voto il 17 aprile con una duplice chiamata alle urne: da una parte la scelta se confermare o cambiare il presidente; dall’altra decidere la composizione del nuovo Parlamento ma anche di centinaia di istituzioni locali. Gli iscritti alle liste elettorali sono 192 milioni su una popolazione di 270 milioni, 16 i partiti in lizza a livello nazionale e una decina a livello locale, che presentano complessivamente 240mila candidati.

La richiesta di un nuovo mandato agli elettori del presidente uscente Joko Widodo (popolarmente Jokowi) si basa sulla necessità di completare le politiche riformiste che hanno anche restituito all’Indonesia una credibilità internazionale e investimenti necessari al decollo economico. Insieme al proseguimento delle sue politiche sociali che gli avevano portato nel 2014 i voti delle classi meno favorite con un ampio mandato. Jokowi ha dovuto impiegare molto in termini di tempo e carisma per spiegare il parziale insuccesso delle sue politiche e – punto su cui il contrasto con gli avversari è più forte – convincere la nazione che progetti di ampio respiro, alto costo e in parte almeno di gestione straniera, riusciranno dare all’Indonesia un ruolo più incisivo e agli indonesiani maggiori possibilità e benessere.

Il cinquasettenne Widodo, musulmano che ha puntato su convivenza, sviluppo e giustizia sociale ha come candidato alla vicepresidenza Ma’ruf Amin, 76 anni, islamista moralizzatore e moderato che per un decennio ha guidato il massimo organo di autogestione della leadership musulmana, il Consiglio indonesiano degli ulema. Sulla strada della rielezione e su quella di una vittoria del suo partito, sono Prabowo Subianto, ex generale, businessman musulmano con fratello e sorella cristiani, un ruolo sempre negato nella partecipazione militare alle violenze che accompagnarono l’uscita di scena dell’ex capo dello Stato Suharto nel 1998. A lui è associato nel tandem elettorale il giovane imprenditore Sandiagan Uno, tra i più ricchi del Paese.

Nel contesto del più popoloso Paese islamico, all’apparenza polarizzato tra fautori e contrari all’islamizzazione e all’imposizione della sharia chiesta dagli estremisti che per questo da tempo cercano una “sponda” politica, la carta dell’appartenenza relgiosa – che nel tempo ha aperto scenari di conflitto e disgregazione nell’immenso arcipelago – resta ai margini della competizione elettorale e dei manifesti dei candidati. Vero è che un’affermazione di Jokowi e dei suoi si teme possa incentivare una reazione degli islamisti che, va ricordato, nel 2017 riuscirono a far finire sotto processo per blasfemia e condannare a due anni di carcere il popolare governatore di Giakarta, Ahok, cristiano, privando Widodo di un alleato importante. D’altra parte, Prabowo Subianto, a cui molti rinfacciano l’accoglienza del sostegno islamista pur senza cedere alla richiesta di promuovere la legge coranica a livello nazionale, ha cercato in ogni modo di allontanare il timore di un rapporto troppo stretto con l’estremismo religioso.

In campagna elettorale nessuno ha mostrato di volere tradire o modificare le fondamenta dello Stato indonesiano: i cinque princìpi del Pancasila e il motto nazionale bhinneka tunggal ika, “Unità nella diversità”. Principi che hanno finora garantito convivenza e un certo livello di coesione nazionale, rappresentando una garanzia anche per la minoranza cristiana, il 10 per cento degli indonesiani.