L’unione fa la forza

L’unione fa la forza

Una piccola associazione del West Nile, in Uganda, porta avanti una grande opera di sensibilizzazione e di inclusione delle persone con disabilità. Puntando sul gioco, il lavoro e lo sport

 

Non strutture, ma persone. Quando la cooperazione è buona lascia tracce non solo nelle cose, ma nella gente, investe sulle risorse umane e “costruisce” uomini e donne capaci di portare avanti un’idea, un progetto. Anche quando la cooperazione finisce.

È quanto succede ad Arua, nel West Nile, Nord dell’Uganda, dove un progetto sulla disabilità avviato dal Cuamm-Medici con l’Africa viene oggi portato avanti da una ong locale, il Community Effort for Inclusive Living (Ceil). Certo, le risorse non sono le stesse, ma l’impegno è grande e i risultati si vedono.

«La disabilità in un contesto povero come il nostro – spiega Richard Asea, che guida un gruppo preparato e motivato di giovani della zona – viene spesso vissuta come una maledizione. C’è ancora uno stigma forte e le persone tendono a nascondere figli o parenti disabili. A volte perché non sanno come affrontare il problema o a chi chiedere aiuto. È una grande fatica e sofferenza, non solo per la persona che ne è colpita, ma per tutta la famiglia».

Per questo il Ceil ha deciso di portare avanti una serie di attività che hanno un filo conduttore: l’inclusione. Inclusione scolastica, sociale e anche sportiva. Oltre, ovviamente, al supporto medico-sanitario.

«Se si visitano gli ospedali locali – spiega il dottor Luca Scali, che da medico Cuamm ha vissuto e lavorato nel West Nile per diversi anni – si può avere l’impressione che non ci siano persone con disabilità. Ma è perché le famiglie non le portano nelle strutture sanitarie. Ma se si visitano le comunità si scopre che  sono molto numerose. Per questo è importante il lavoro di sensibilizzazione che il Ceil realizza sul territorio: per far emergere il problema e cercare le soluzioni».

Nel West Nile la disabilità fisica e sensoriale è molto diffusa e riguarda circa il 5% della popolazione. Già al momento del parto, a causa di strutture sanitarie difficilmente accessibili o con personale non adeguatamente qualificato, il rischio di danni neurologici è alto. Poi, tra le cause principali si segnalano le malattie infettive (in primis malaria cerebrale e meningite), traumi conseguenti a incidenti stradali e sul lavoro, ustioni, episodi di violenza e disastri naturali.

«Il tutto – precisa Richard – in un contesto sociale precario, per la scarsa istruzione, la mancanza di servizi sociali e sanitari adeguati, oltre alla diffusa povertà e alle enormi barriere architettoniche, che rischiano di portare le persone verso disabilità secondarie e una sempre maggiore esclusione sociale». Per questo, aggiunge, «sentiamo la necessità di confrontarci con partner e istituzioni locali e internazionali su strategie comuni ed efficaci. Oltre che su come migliorare il nostro impegno per essere sempre più professionali e creativi e per andare avanti nonostante le difficoltà».

L’aspetto economico, ovviamente, non è marginale. Ma grazie a un progetto sostenuto dalla onlus italiana “Africa&Sport” e da un gruppo di amici di Milano, riuniti intorno a una dinamica fisioterapista, Mariarosaria Ferrauti, frequentatrice d’Africa, il Ceil riesce a realizzare molti interventi e attività. «Nello specifico – spiega la dottoressa Luisa Chiappa, volontaria dell’associazione e inesauribile tessitrice di relazioni solidali – le principali finalità del progetto riguardano il miglioramento della mobilità delle persone con disabilità fisica grazie alla fornitura di ausili come stampelle, sedie a rotelle o tricicli; l’accesso ai servizi sanitari e di fisioterapia; la formazione tecnica indirizzata a sviluppare attività generatrici di reddito come la realizzazione di oggetti di artigianato e la collocazione degli stessi sul mercato».

Sotto un porticato, sedute su grandi stuoie colorate, un gruppo di donne, tra cui alcune non vedenti, realizzano borsette, collane e orecchini con perline di plastica. Sono straordinariamente abili e precise. Guidate da un’insegnante, realizzano piccoli manufatti che poi vendono sul mercato locale e in parte ad amici e sostenitori italiani. È un modo per rendersi utili, guadagnare qualche soldo e anche per stare insieme e socializzare. La disabilità, sotto questo pergolato, non sembra un fattore di debolezza o esclusione. Davvero l’unione fa la forza.

Questo vale anche  in campo sportivo, che è l’altro ambito in cui il Ceil sta investendo molte energie, promuovendo giochi e attività per bambini e adulti disabili sia nelle scuole che in città.

«Lo sport – conferma Richard – è uno strumento straordinario per promuovere l’inclusione sociale. Per questo, abbiamo iniziato a organizzare competizioni e giochi».

Nel giugno dello scorso anno, ad esempio, la Maratona di Arua (che si snoda su due percorsi di 5 e 10 chilometri) ha avuto un duplice risvolto solidale: da un lato, sono stati coinvolti i profughi del Sud Sudan che sono più di un milione nel Nord Uganda; dall’altro, sono state organizzate gare per persone con disabilità, in particolare una corsa per ragazzi sordi e una per giovani con disabilità motoria con sedia a rotelle. Non era mai successo prima.

Anche nella Ediofe Girls Primary School di Arua – scuola femminile cattolica con oltre duemila studentesse – il Ceil collabora con il dinamico coach dell’istituto. Hanno coinvolto le ragazze con disabilità fisica (soprattutto non vedenti e sordomute) e alcune profughe sud sudanesi pure loro disabili in diverse attività sportive e in alcune competizioni. Richard e il coach si passano di mano con orgoglio la coppa vinta in una di queste gare. «Insieme possiamo affrontare la sfida di salire ogni giorno un nuovo scalino per arrivare sempre più in alto!».