Montagne Nuba: spiragli di libertà religiosa

Montagne Nuba: spiragli di libertà religiosa

Repressi e oppressi, i cristiani del Sudan hanno sempre vissuto una situazione di grave violazione dei loro diritti. Ora, dalle Montagne Nuba, arriva al governo federale la domanda di creazione «una commissione nell’ambito dell’Accordo finale di pace». Uno spiraglio di libertà e pluralismo. Che significa anche piena cittadinanza per i cristiani in Sudan

Libertà religiosa in Sudan? Un tema che non poteva neppure essere sollevato, almeno sino a un anno fa. Sino a quando, cioè, la “rivoluzione” popolare sudanese ha portato alla caduta, l’11 aprile 2019, del regime del Presidente Omar al-Bachir. Un evento sino a poco prima inimmaginabile.

A un anno di distanza, il Paese è lontano dal potersi dire democratico. Ma certamente alcuni passi avanti significativi sono stati fatti. E soprattutto è cambiato il clima. Al punto che, dalle due regioni più “anomale” di questo vasto e desertico Paese, sono emerse persino istanze di libertà religiosa.

Stiamo parlando delle Montagne Nuba e in particolare dei due Stati del South Kordofan e del Blue Nile, tradizionalmente più vicini al Sud che al Nord: per storia, per composizione della popolazione, per aver condiviso la lotta di liberazione, e anche per appartenenza religiosa. Molti nuba, infatti, sono cristiani e da sempre discriminati se non violentemente oppressi dal regime di Khartoum, che nel tempo ha assunto una connotazione fondamentalista e ha mostrato vicinanza al terrorismo islamista.

Nonostante in Sudan la Costituzione garantisca la libertà di culto, l’islam di fatto è rimasto la religione di Stato. Non solo, in seguito all’introduzione della sharia (legge islamica) nel 1983, la libertà religiosa nel Paese si è ulteriormente ridotta e la conversione a un’altra religione è considerata apostasia, un reato capitale punibile con la pena di morte. I cristiani ovviamente non possono svolgere alcuna attività di evangelizzazione. Ma spesso sono discriminati anche sul piano sociale e del lavoro. Le Chiese, inoltre, sono considerate alla stregua di ong e le loro attività strettamente sorvegliate, così come tutto il personale: non sono rari i casi di arresto e di controllo da parte dei servizi segreti.

Tuttavia, con il nuovo clima politico che si è venuto a creare in seguito alle proteste di piazza – in cui hanno avuto un ruolo di primo piano anche i giovani della minoranza cristiana – si sta aprendo uno spiraglio anche per rivendicare spazi di libertà religiosa. È quanto ha fatto L’SPLM-N Agar, una delle due fazioni derivanti dall’SPLM-N, il movimento di liberazione alleato con il Sud, che si è diviso nel 2017. L’ala guidata da Malik Agar Monday ha chiesto di istituire un organo governativo per monitorare il diritto alla libertà di religione in Sudan, sostenendo che dovrebbe far parte dell’Accordo globale di pace.

«La discriminazione sistematica basata sulla religione operata dal precedente regime – ha dichiarato al Sudan Tribune Yasir Arman, vice presidente del SPLM-N Agar e capo negoziatore – richiede l’istituzione di un consiglio di libertà religiosa o di una commissione nell’ambito dell’Accordo finale di pace».

La creazione di un tale organismo sarebbe una risposta alle violazioni delle libertà religiosa e un modo per concedere piena cittadinanza ai cristiani in Sudan, che continuano a subire abusi e discriminazioni. Sotto l’ex regime di Bashar, in particolare, molte chiese sono state confiscate e ai fedeli diverse Chiese è stato impedito di praticare la propria religione, in particolare nello Stato di Khartoum, ma anche altrove nel Paese.

inoltre, tra dicembre 2019 e gennaio 2020, si sono registrati numerosi attacchi alle chiese sia nella capitale Khartoum che nello Stato del Blue Nile, al punto che, dopo ripetuti attentati alla Sudanese Church of Christ (SCOC) Jabarona, il Ministero per gli Affari Religiosi aveva nominato una commissione per indagare sugli incidenti.

Nel frattempo, anche la Sudan Internal Church, la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa di Bout, nello Stato di Blue Nile, erano state attaccate il 28 dicembre 2019 e di nuovo il 16 gennaio 2020. Nonostante il governo federale e quello statale abbiano rassicurato che le chiese sarebbero state ricostruite e gli autori assicurati alla giustizia, nulla è successo. Successivamente, il 9 marzo, alcuni estremisti hanno raso al suolo anche la chiesa evangelica presbiteriana sudanese (Sepc), sempre nella città di Bout.

Il tema delle libertà religiosa – centrale anche nei lunghi anni della lotta di liberazione che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan nel luglio 2011 – resta cruciale in tutto il Sudan, dove i cristiani sono una piccolissima minoranza. Questo vale in particolare per le Montagne Nuba, che da sempre si sentono più legate al Sud che al Nord, ma che si trovano geograficamente nel territorio governato da Khartoum. A quasi dieci anni dall’indipendenza del Sud Sudan, anche le tensioni indipendentiste dei due Stati delle Montagne Nuba non si sono ancora del tutto spente. Anzi, stanno proprio all’origine della frammentazione del SPLM-N, le cui ali aspirano a forme più o meno avanzate di auto-determinazione, mentre il governo di transizione propende per un sistema federale con un sostanziale potere alle autorità statali.