Siamo tutti matti

Siamo tutti matti

Da 35 anni, Grégoire Ahongbonon libera i malati mentali africani dalle catene, anche materiali, del rifiuto e del pregiudizio. Dando cure, attenzione e lavoro. «Perché non sono poi così diversi da noi». In questi giorni in Italia il 20 maggio sarà a Varese per Tuttaunaltrafesta con il Pime

 

«La vedi quella catena? È la cosa che più mi rivolta! Un malato che porta una catena al collo, tutto nudo in uno stanzino e la catena attaccata a un albero nel cortile. E tutto questo per sette anni. Aspettava solo di morire…». Si sente ancora tutta la sua indignazione mentre racconta uno dei tanti episodi che ha vissuto in oltre 35 anni di lavoro infaticabile accanto alle persone più neglette, rifiutate, scartate: i malati mentali.

Grégoire Ahongbonon, 65 anni, originario del Benin, non è uno psichiatra. Non ha nemmeno una formazione medico-sanitaria. È un ex meccanico. Ma è diventato non solo un grande esperto, ma una delle persone che in Africa occidentale più si è impegnata accanto a questi malati. Per aiutarli nella loro malattia, ma anche per spezzare le catene reali e simboliche che li condannano a vivere in condizioni al limite dell’umano. E a volte anche oltre. «Ovunque vado – dice Grégoire – faccio sempre la stessa domanda: qual è il crimine che i malati mentali hanno commesso? Che cosa hanno fatto di male?».

È quello che racconta anche nel libro di Rodolfo Casadei “Grégoire. Quando la fede spezza le catene”, recentemente pubblicato dalla Emi: «I malati mentali – dice con convinzione – non sono persone pericolose. Non sono né stregoni, né violenti. Bisogna saper interpretare i loro gesti». Racconta di uno di loro, apparentemente minaccioso: «Poi però quando mi sono avvicinato a lui, quando l’ho ascoltato e accompagnato, quando gli ho dato fiducia, a un certo punto si è confidato: “Mio padre mi ha abbandonato; mia madre mi ha abbandonato. Tu per me ora sei come un padre”».

L’interesse e la preoccupazione di Grégoire per le condizioni di vita dei malati mentali risale agli anni Ottanta. «A quel tempo, in Costa d’Avorio dove mi ero trasferito per lavoro, c’erano solo due ospedali psichiatrici, in un Paese che conta più di 20 milioni di abitanti. E se non hai i soldi, non ti fanno neppure entrare. In Benin, dove sono nato, c’è un solo ospedale psichiatrico. Ed è la stessa cosa: se non hai i soldi non ti ricevono».

Da lì, l’idea di fare qualcosa. La sua, però, è una motivazione che va oltre l’interesse sociale. Dopo una crisi religiosa molto forte e un’esperienza di “conversione” vissuta durante un pellegrinaggio in Terrasanta, sente sempre più il desiderio di servire «gli ultimi tra gli ultimi». Tornato in Costa d’Avorio, nel 1983 fonda l’Associazione San Camillo de Lellis, ispirandosi a una frase del santo: «I malati sono la pupilla e il cuore di Dio. Rispettateli». «Prima di allora – racconta Grégoire, ricordando l’incontro con uno di loro – avevo notato quel genere di persone altre volte, ma guardavo senza vedere: quella volta l’ho visto per davvero. Mi sono detto: “Eccolo il Cristo, che cerco nelle chiese e invoco nelle preghiere, è qui davanti a me”».

Si mette subito all’opera: crea un gruppo di preghiera e organizza le prime forme di aiuto, anche negli ospedali e nelle carceri. «A quel tempo – ricorda – andavo in giro a portare cibo ai malati, specialmente a quelli con problemi psichiatrici di cui nessuno si occupava o che venivano persino nascosti. Li cercavo di villaggio in villaggio…».

Nel 1994 apre il suo primo centro di accoglienza in un’ex caffetteria dell’ospedale di Bouaké nel centro-nord della Costa d’Avorio. Da allora, più di 60 mila persone con problemi psichici sono accolte nei diversi centri creati anche nei Paesi limitrofi: Benin, Togo e Burkina Faso. Attualmente sono circa 25 mila quelli ospitati in 8 centri di cura, 28 di consultazione medica e 13 di reinserimento. E sono oltre un migliaio le persone che sono state fisicamente liberate dalle catene; in alcuni casi vengono usate per impedire ai malati di far del male ad altri e a loro stessi, ma troppo spesso si trasformano in vere e proprie forme di costrizione e di tortura. Quasi sempre queste persone sono vittime di “stregoni” o di falsi guaritori, che magari si dicono pure cristiani, e che speculano sulla vita dei malati, promettendo guarigioni miracolose, ma di fatto estorcono denaro a famiglie già ocprovate dalla presenza di un membro che non sanno come gestire.

«Fino a quando ci saranno un uomo o una donna incatenati a un albero o dentro a una capanna, tutta l’umanità sarà incatenata», insiste Grégoire che con il suo impegno e la sua opera sta cercando di cambiare anche la visione e la mentalità, nonché di scardinare i molti pregiudizi e le “leggende” che circondano le persone affette da malattie mentali. Per questo, accanto alle attività di accoglienza e cura, Grégoire continua a portare avanti un’opera instancabile di sensibilizzazione a tutti i livelli, in Africa, ma anche all’estero.

«Un giorno – racconta nel libro – stavo andando in auto con una suora e un missionario francesi a Bohicon, quando abbiamo notato un uomo nudo che camminava spedito lungo la strada. Abbiamo capito subito che era un malato. Ci siamo fermati e lo abbiamo convinto a salire con noi, per portarlo al centro. Qualcuno ci ha visto e ha chiamato la polizia. Al primo villaggio ci hanno fermato e un poliziotto col mitra spianato è venuto al mio finestrino: “Scendi subito o sparo!”, ripeteva. “Spara!”, gli ho detto io. Erano certi che avessimo rapito il pazzo per espiantargli gli organi e venderli in Nigeria. C’è voluta un’ora per convincerli delle nostre spiegazioni e perché ci chiedessero scusa!».

E ci sono voluti anni di lavoro, e molti altri ce ne vorranno ancora, per convincere la gente che «le malattie mentali sono malattie come le altre, si curano con le medicine. E i malati mentali non sono molto diversi da noi. Per molti di loro, ad esempio, la prima “medicina” è il lavoro. Facendoli lavorare, ritrovano la dignità di persone e si sentono considerati come tutti. Hanno bisogno di sentirsi amati e soprattutto che si abbia fiducia in loro. In tutti questi anni, mi sono convinto che i malati mentali si possono curare e anche guarire. Ma non solo con i medicinali».

Per questo, Grégoire ha coinvolto nei suoi centri anche molti ex malati, guariti o meglio stabilizzati, grazie a terapie che prevedono l’uso di psicofarmaci, ma pure una buona dose di umanità, amore cristiano e sostegno comunitario. «La loro presenza – dice – permette di creare una relazione di fiducia con gli altri malati oltre a dare loro un’opportunità di impiego». Lo conferma anche che il missionario camilliano Thierry de Rodellec, responsabile del centro di Djougou nel Nord del Benin: «Il carisma di quest’opera – si legge nel libro – è di avere uno sguardo sui malati diverso da quello della psichiatria ufficiale. Non c’è più la barriera fra chi cura e chi è curato, gli uni e gli altri si ritrovano su un piede di parità. I primi momenti dell’approccio al malato, quando viene recuperato dalla strada o quando arriva al centro condotto dai parenti, sono quelli decisivi: lui percepisce uno sguardo su di sé che per anni nessuno gli ha riservato. Quando comincia a stare meglio, accetta con entusiasmo la proposta di occuparsi a sua volta dei nuovi malati. Così si crea una comunità terapeutica vera, dove i malati curano i malati».

«Quella di Grégoire – scrive nella prefazione del libro il noto psichiatra Eugenio Borgna, primario emerito dell’Ospedale maggiore di Novara – è una psichiatria vissuta come vocazione e come liberazione da ogni violenza. Una psichiatria fondata sulla relazione e sull’ascolto. Il climax dominante è quello della comunità nella quale chi cura e chi è curato si rispecchiano l’uno nell’altro nel contesto di un atteggiamento interiore nutrito d gentilezza e di comprensione, di accoglienza e di amore, di attesa e di speranza: in un orizzonte ideale, di equivalenza umana e cristiana».

Il professor Borgna arriva a paragonare Grégoire a Franco Basaglia, che negli anni Settanta in Italia sviluppò una nuova concezione della psichiatria e portò, tra le altre cose, all’approvazione di un legge che porta il suo nome e che condusse alla chiusura dei manicomi. «Questo africano dalla passione e dalla fede, dalla carità e dalla speranza inenarrabili dimostra come si possa fare una psichiatria umana e gentile anche in condizioni di vita così difficili come sono quelle africane, seguendo modelli di cura non lontani da quelli che hanno consentito a Basaglia di realizzare una psichiatria aperta alla comprensione della follia e alla solidarietà».

 

GRÉGOIRE A VARESE CON IL PIME

Grégoire sarà ospite del Pime in occasione di Tuttaunaltrafesta a Varese, domenica 20 maggio, ore 17,30. Sarà l’occasione per conoscerlo personalmente e per sentire dalla sua viva voce il racconto di questi 35 anni di impegno per i malati psichiatrici in Africa. La sua storia è raccontata anche nel libro di Rodolfo Casadei: Grégoire. Quando la fede spezza le catene (Emi, pp. 160, euro 16). Per le altre tappe di Grégoire in Italia clicca qui