La pace del villaggio

La pace del villaggio

Che cos’è oggi Neve Shalom Wahat al Salam? Il luogo, voluto da Bruno Hussar quasi cinquant’anni fa per far vivere insieme ebrei e arabi, raccontato in un libro che ne ripercorre storia e attualità

 

Israeliani e palestinesi insieme sulla stessa terra. È il “folle sogno” di tutti, quando parliamo della Terra Santa e del suo conflitto politico apparentemente senza fine. Ma è anche un’idea trasformatasi in un segno di pace concreto su una collina di questa terra. In un villaggio che – nonostante tutte le fatiche – va avanti ormai da quasi cinquant’anni.

È la storia raccontata nel libro “Il folle sogno di Neve Shalom Wahat al Salam” curato da Brunetto Salvarani per le Edizioni Terra Santa (pp. 208, euro 15), che – attraverso i contributi di un gruppo di autori – per la prima volta in Italia riassume i tratti fondamentali di questa esperienza insieme alla storia del suo fondatore, il domenicano padre Bruno Hussar (1911-1996). «Sono un prete cattolico, sono ebreo; sono un cittadino israeliano, sono nato in Egitto: porto quindi in me quattro identità», amava dire di sé padre Hussar. Fu lui – all’inizio degli anni Settanta – il primo ad andare a vivere su un terreno messo a disposizione dai monaci trappisti dell’abbazia di Latrun, sulla strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, per realizzare il sogno del profeta Isaia: «Il mio popolo abiterà in una dimora di pace» (Is. 32,18). Dimora di pace, che in ebraico suona appunto Neve Shalom e in arabo Wahat al Salam.

Una scelta che fu l’ultima sfida della sua lunga storia personale di uomo di frontiera tra le diverse identità. Perché padre Hussar – figlio di madre ebrea, approdato al cattolicesimo e poi alla vita religiosa in Francia – è stato innanzi tutto un grande pioniere del dialogo ebraico-cristiano: a lui si devono i primi passi della Qheillà, la rinata comunità dei cristiani di radice ebraica che nella novità del moderno Stato di Israele si trovavano a vivere la loro fede nel contesto di una società dove il giudaismo era tornato a essere il punto di riferimento. Durante il Vaticano II, padre Bruno avrebbe poi portato un contributo fondamentale  alla stesura della Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare che segnò una pietra miliare nel rapporto tra la Chiesa cattolica e gli ebrei.

Ma dopo il 1967 – in seguito alla guerra dei Sei giorni nella quale Israele assunse il controllo dell’intera Gerusalemme e di tutti i territori compresi tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo – la questione delle identità diventò inscindibile dal tema della pace in Terra Santa. E allora ecco l’intuizione: dare vita a un segno che parlasse in un altro modo di quella terra contesa. Gli inizi non furono affatto semplici: quando nel 1972 padre Bruno vi si trasferì andando a vivere in un poverissimo cubo di compensato, con lui inizialmente c’era solo la francese Anne Le Meignen. Ci vorranno anni di incontri con amici ebrei ed arabi per convincerli a non fermarsi a un bell’incontro durante il week-end, ma a restare lì e a dare vita al villaggio. Eppure a partire dagli anni Ottanta quel sogno è diventato davvero realtà: sessanta famiglie, trenta israeliane e trenta arabe che vivono insieme in condizione di parità. Perché solo se ci si mette davvero sullo stesso piano si capisce che il problema dell’altro è anche mio.

È una storia in cui la scuola ha avuto un ruolo fondamentale a partire da una domanda: come educare i ragazzi in un contesto dove è tra i banchi che si inizia a dividersi rigidamente su base identitaria? È nata così la scuola di Neve Shalom Wahat al Salam, una scuola bilingue e binazionale, dove ragazzi arabi ed ebrei imparano a crescere insieme in un incontro quotidiano che non rinnega la propria storia e cultura, ma la mette in dialogo con quella dell’altro. Nata ufficialmente nel 1984, la scuola del villaggio è frequentata oggi da più di duecentoventi bambini che risiedono anche fuori, in villaggi lontani anche trenta chilometri; ma la distanza non rappresenta un ostacolo per le famiglie che ritengono fondamentale far studiare in questa scuola “diversa” i propri figli. Oltre a loro, a Neve Shalom Wahat al Salam hanno fatto tappa altri 65 mila tra giovani e adulti delle due comunità per la “Scuola per la pace”: giornate e seminari per guardare insieme con altri occhi al conflitto.

Senza rimuovere le fatiche che questo comporta. Perché Neve Shalom Wahat al Salam non è affatto un luogo fuori dal mondo. «Il villaggio non mi ha aiutato a risolvere la mia confusione identitaria – racconta nel libro Soulima Boulos, un medico arabo figlio di genitori venuti a vivere a Neve Shalom -, ma mi ha fatto capire in primo luogo che siamo tutti esseri umani con la medesima anatomia e le stesse debolezze, e che dobbiamo imparare a vivere insieme in pace, al di là di tutte le barriere che abbiamo nella nostra mente. La missione di vivere insieme in pace avendo identità differenti, mentre intorno a noi l’odio viene predicato in ogni angolo della Terra Santa, non è semplice da portare avanti. Il villaggio, inoltre, non deve far pensare che vivendo insieme i suoi membri finiscano col perdere lentamente la propria identità, ma piuttosto che la plasmeranno in nuove direzioni, così come tagliare i rami vecchi di un albero consente a quelli giovani di crescere».

Riferimento prezioso soprattutto oggi in cui il nemico più potente della pace in Terra Santa è la disillusione. «Neve Shalom Wahat al Salam – aggiunge sempre nel libro Sagi Firsch, anche lui cresciuto nel villaggio – non è un programma politico né un’organizzazione politica: è una comunità guidata da principi di uguaglianza, di governo democratico, di rispetto reciproco, dialogo costante e agire comune. Crescendo secondo questi principi, è stata in grado di creare un percorso alternativo nella vita quotidiana. Questo la rende una crepa nel muro della disperazione, in quanto è un esempio concreto che esiste un’opzione realistica per un futuro migliore».