«Io, indio Satere Mawé, e il Sinodo»

«Io, indio Satere Mawé, e il Sinodo»

Il racconto di Honorato, catechista laico che dal Rio Andirà in Brasile si prepara a partire per Roma: «Voglio donare al Papa questa collana realizzata con materiali della foresta per testimoniare che per noi indios la foresta è viva perché creata da Dio»

 

Nei commenti che leggiamo in questi giorni sul Sinodo per l’Amazzonia – tanto tra i più entusiasti, quanto tra quelli apocalittici che arrivano addirittura a invocare pericoli per la cattolicità che questo appuntamento preparerebbe – tende a mancare sempre una voce: quella di chi in Amazzonia è nato, vive e professa la propria fede.

Per questo è molto preziosa la testimonianza che rilanciamo qui sotto. Arriva dritta dal Rio Andirà, l’area indigena della diocesi di Parintins nell’Amazzonia brasiliana. E ad affidarcela è Honorato Lopes Trindade, un catechista cattolico dell’etnia Satere Mawé che si sta preparando a partire per Roma per essere presente anche lui al Sinodo.

Avevamo raccontato qualche mese fa su Mondo e Missione la storia dei Satere Mawé e di come attraverso l’opera di un missionario del Pime – padre Enrico Uggé – una tribù indigena che rischiava di scomparire si sia trasformata in una comunità dieci volte più grande, che prova a guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Ma l’esperienza dei Satere Mawé è anche la testimonianza di una fede vissuta nei villaggi, con tanti catechisti come Honorato che educano alla fede in maniera splendida le loro comunità, disperse in un’area immensa che il sacerdote viaggiando sul fiume può raggiungere solo poche volte all’anno.

Al di là di tante chiacchiere inutili è al cammino concreto di queste comunità e alla ministerialità di queste figure che guarda il Sinodo per l’Amazzonia quando parla di nuovi cammini per l’evangelizzazione. Per questo – attraverso padre Uggé – abbiamo chiesto a Honorato di raccontarci con che spirito si sta preparando a partire per Roma. Abbiamo così scoperto che non verrà in Italia a mani vuote: mentre era alle prese con le peripezie della burocrazia brasiliana per ottenere il passaporto, ha preparato un dono che vuole consegnare al Papa. Si tratta di una collana realizzata con materiali raccolti nella foresta, una collana che porta dentro di sé un significato preciso:

«Le croci – spiega il catechista Honorato – rappresentano i popoli e gli ostacoli che ci indeboliscono nei vecchi cammini, rendendoci come schiavi. Ma nella collana c’è anche una croce grande in mezzo a noi popoli: è la chiave di San Pietro verso la quale andiamo per liberarci, per aprire la nostra mente, il nostro cuore e i nostri occhi, per andare ad accogliere con gioia ciò che la voce dello Spirito dirà alla Chiesa in Amazzonia. Così vogliamo percorrere i nuovi cammini per la Chiesa e per l’ecologia integrale a cui il Sinodo ci chiama».

Quanto al tema dell’ecologia integrale Honorato ci affida la sua riflessione sul rapporto tra l’uomo e la terra. «Diciamo tutti che la terra è viva, ma oggi c’è chi la considera come un corpo morto – spiega -. Il nostro popolo Satere Mawé – a partire dalla sapienza tramandataci dai nostri antenati – continua a raccontare che la terra è viva. È attraverso di lei che noi respiriamo. Possiamo rinchiuderla dentro leggi scritte con lettere morte? Noi indios Satere Mawé non siamo teorie, ma parole vive. Continuiamo a conservare la natura rispettandola nella sua integrità, perché a crearla non è stato un essere umano ma Dio. Ma per mantenere chiara questa consapevolezza l’uomo deve essere capace di vedere le fondamenta di ciò che ci circonda, manifestare maturità e un modo adulto di guardare alla vita e al modo in cui stiamo vivendo».

Mentre in questi giorni va di moda rispolverare il mito del buon selvaggio per attaccare l’Instrumentum Laboris del Sinodo, parla di «maturità» il catechista Honorato. E rivendica lo sguardo contemplativo come uno dei messaggi che l’Amazzonia può offrire al mondo. «Il nostro popolo – continua il catechista indigeno – coltiva un’umanità dallo sguardo mistico, impara le leggi della natura non in modo teorico ma vivendo in comunione con la natura e con Dio. Riflettiamo: la Bibbia racconta che l’uomo è stato plasmato dal fango, da una porzione di terra. Perché? Per dirci che la terra è nostra madre. E perché non la conserviamo? Questa è una mancanza di rispetto».

«Nel volto della madre terra ritroviamo alcune caratteristiche proprie della natura umana – conclude Honorato -. È lei ad insegnarci i sentimenti di bontà, compassione e pietà verso i nostri simili, perché tutta l’umanità è nata dalla terra. E vivere la propria umanità vuol dire agire in modo solidale obbedendo allo spirito di vita che Dio ha infuso nel primo uomo. Oggi invece c’è tanta ostilità e mancanza di umanità nel nostro pianeta. L’uomo crede di poter fare tutto, crede che non sia un problema distruggere la foresta da dove viene l’aria che respiriamo. Che cosa stiamo facendo di quel polmone che è la nostra Amazzonia? Non dimentichiamoci che tutto ciò che esiste è stato creato da Dio».