Bhasan Char, l’isola dei Rohingya

Bhasan Char, l’isola dei Rohingya

Nelle scorse settimane è iniziato il trasferimento dei profughi sull’isola al largo della costa del Golfo del Bengala, emersa 15 anni fa come risultato dei depositi alluvionali. Un alleggerimento della pressione demografica nei campi del Bangladesh (e del rischio di esplosioni di violenza e di contagio) più che una vera soluzione permanente

 

Sono stati almeno un migliaio a essere trasferiti sull’isola di Bhasan Char negli ultimi gironi di dicembre. Secondo gruppo di profughi Rohingya a lasciare lo scorso mese gli immensi e sovrappopolati campi cresciuti nel territorio del Bangladesh a ridosso del confine birmano soprattutto con la migrazione forzata di centinaia di migliaia di persone di questo popolo per le ondate persecutorie del 2012 e, soprattutto, dell’autunno 2017.

Sono almeno 700mila quelli che hanno avuto ospitalità, aggiungendosi a 2/300mila già presenti da più lungo tempo. Una massa di persone che ha dato vita a una realtà insieme dinamica e sofferente, perlopiù al limite della sopravvivenza, che dipende dall’assistenza del governo di Dacca e delle organizzazioni internazionali, mentre non si arresta la fuga di quanti via mare cercano di raggiungere le coste malesi e quelle più lontane indonesiane, nella speranza di trovare altre possibilità in Paesi che – come il Bangladesh – condividono la loro stessa fede islamica. Un percorso già difficile su imbarcazioni inadeguate, messo a rischio dai ricatti dei trafficanti di esseri umani e dalle chiusure imposte da governi e aggravate in questo tempo di pandemia. Questi fattori e il contingentamento posto da tempo all’arrivo delle persone di questa etnia nei Paesi di arrivo stanno costando centinaia di vittime, spesso gettate o disperse in mare.

La dislocazione dei Rohingya a Bhasan Char – posta al largo della costa del Golfo del Bengala e emersa 15 anni fa come risultato dei depositi alluvionali – viene vista e sovente criticata dagli osservatori e dalle Ong attive tra di loro come il fallimento di ogni politica di rimpatrio, oltre che come un rischio di sedentarizzazione forzata in un luogo non solo esposto alle mare e ai monsoni ma che precluderebbe ogni possibilità di sviluppo e prospettive, se non per una istruzione di base. Insomma, una soluzione che consente un alleggerimento della pressione demografica nei campi e con essa il rischio di esplosioni di violenza e di contagio, piuttosto che una soluzione permanente o comunque – anche se temporanea – adeguata e in linea con gli standard raccomandati internazionalmente.

In questo avvio del 2021 pochi però si illudono che si apra una prospettiva diversa per i Rohingya, praticamente sradicati dalle loro aree di residenza abituale nello Stato birmano occidentale di Rakhine (Arakan) dai rastrellamenti militari che hanno avuto e ancora hanno a pretesto il rischio di una militanza armata degli stessi Rohingya, ma ancor più negli ultimi tempi da quella dell’Esercito dell’Arakan, formazione indipendentista locale di matrice religiosa buddhista. I progetti di rimpatrio sono da tempo sospesi per l’insicurezza dei pochi campi predisposti per il rientro nel Rakhine e perché, in ogni caso, una soluzione permanente dovrebbe passare da una registrazione che indichi una cittadinanza di origine che il Myanmar ha sempre negato a quelli che considera estranei immigrati durante la colonizzazione britannica o migranti economici arrivati irregolarmente dal Bangladesh.

Comunque, una situazione propiziata e gestita dalle forze armate birmane, che – dopo essersi assicurate ministeri come quelli delle Frontiere e delle Risorse – hanno in Arakan come in altre regioni del Myanmar (ex Birmania) ampi interessi propri e la necessità quindi di garantirsi il controllo territoriale e scapito di molte delle minoranze che fanno parte del mosaico etnico del Paese, coinvolgendo oltre un terzo del totale della popolazione di questo Paese di 55 milioni di abitanti.