Quando il virtuale denuncia la tratta

Quando il virtuale denuncia la tratta

Pur essendo usata soprattutto per rendere più verosimili i videogame, la realtà virtuale sta diventando uno strumento importante anche per chi si occupa di sociale. Tanto che in questi giorni, al SXSW Film Festival di Austin sarà presentato il primo video-documentario a 360 gradi sul tema del traffico di esseri umani

 

Mettersi nei panni degli altri è un gesto spesso invocato da enti caritativi e associazioni di volontariato, ma questa volta il celebre motto così caro a chi si occupa di sociale non è soltanto un modo di dire. Il merito è delle nuove tecnologie e, in particolare, della cosiddetta realtà virtuale che – attraverso periferiche avveniristiche come visori, guanti e cybertute – simula un ambiente esistente e permette all’utente di immergersi.

Per la prima volta questo metodo è stato applicato in modo sistematico anche al mondo della solidarietà: l’azienda americana Oculus, specializzata in realtà virtuale e nota soprattutto per i “caschetti” che rendono più verosimile le avventure di molti videogame, neanche un anno fa ha proposto ad associazioni no-profit e singoli videomaker di collaborare. Oculus, nel frattempo acquistata da Facebook, ha dunque lanciato la piattaforma «VR for Good» sulla quale lavorare a film immersivi, capaci cioè di mostrare uno spaccato di un contesto sociale letteralmente a 360 gradi. L’obbiettivo è coinvolgere il più possibile il pubblico, mettendogli davanti agli occhi storie e ambienti che per molti resterebbero difficili da immaginare.

Dei primi dieci film prodotti da «VR for Good», ben otto hanno già ottenuto un importante riconoscimento, essendo stati selezionati per partecipare al SXSW Film Festival, la tradizionale kermesse artistica che ha luogo proprio in questi giorni a Austin, in Texas. Autismo, discriminazioni razziali, storie dalle periferie, ma anche analfabetismo e povertà: i temi trattati dai video presentati riportano in vita realtà difficili, davanti alla quali è difficile rimanere con le mani in mano.

Tra questi, particolare attenzione merita «Notes to My Father», il primo video-documentario realizzato con la realtà virtuale sul tema del traffico di esseri umani. In soli undici minuti il film – realizzato da Jayisha Patel in collaborazione con l’associazione My Choices Foundation – permette di immergersi nella vita di Ramadevi, giovane ragazza indiana che viene data in sposa dal padre ad appena 13 anni ma che, pochi mesi dopo le nozze, viene rapita e finisce in un bordello. Indossando il visore tecnologico e gli auricolari, si ascolta la vicenda raccontata dalla viva voce della protagonista, che racconta al padre Kullayappa quel che le è capitato.

«Notes to My Father» denuncia la vicenda di una sola delle vittime di tratta, che si stima siano però quasi 20 milioni in tutto il mondo, l’80 per cento delle quali costrette alla schiavitù sessuale. Proprio per sensibilizzare e far conoscere meglio questa situazione, il documentario immersivo uscirà su Facebook entro il prossimo settembre, ma verrà anche proiettato nelle zone rurali dell’India. «Abbiamo usato la realtà virtuale – ha spiegato Hannah Norling di My Choices Foundation – perché dà modo di avvicinarsi direttamente all’esperienza di un’altra persona. Credo che nei prossimi anni la VR sarà lo strumento numero uno per aiutare le persone a reagire e a impegnarsi».