L’Australia degli aborigeni ai Musei Vaticani

L’Australia degli aborigeni ai Musei Vaticani

Presentato il catalogo della collezione dedicata all’Australia di Anima Mundi, la sezione dei Musei Vaticani dedicata ai popoli indigeni. Padre Mapelli: «Sguardi su un mondo per cui dipingere e creare arte è una forma di comunione con una realtà spirituale che impregna la natura e le dà un senso profondo»

 

A sei anni dall’inaugurazione del nuovo allestimento dedicato all’Australia all’interno di Anima Mundi, la sezione etnologica dei Musei Vaticani, è stato presentato il volume «Australia. La collezione indigena dei Musei Vaticani» a cura di Katherine Aigner. Il catalogo, terzo di una serie dedicata alle raccolte etnologiche dei Musei pontifici, racconta attraverso questa collezione unica, composta da circa 300 oggetti, «un momento ancora inesplorato della storia nazionale australiana e – sottolinea la curatrice – una storia non raccontata sul Vaticano».

Il catalogo, alla cui presentazione hanno assistito anche i cardinali Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano e Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato della Città del Vaticano, rende conto di tali vicende narrando le origini della collezione, fissate in due momenti ben specifici: la fondazione, nel 1847, di New Norcia, una cittadina monastica a cento chilometri da Perth, nell’Australia occidentale, grazie ai missionari benedettini Rosendo Salvado e Giuseppe Serra, e la grande esposizione organizzata in Vaticano nel 1925, quando tra le due guerre mondiali Pio XI propose ai missionari di chiedere alle popolazioni con le quali erano in contatto di inviare oggetti utili a sensibilizzare il pubblico europeo circa la loro vita quotidiana, spirituale e culturale.

«Una delle sfide più significative nell’esporre questi oggetti nella cornice del Vaticano – ricorda Aigner – è stata quella di dare spazio e importanza, accanto ai maestri europei, al patrimonio culturale indigeno e alle voci di chi possiede la conoscenza». Un patrimonio che contempla anche l’ambiente naturale, quello che nella regione del Kimberley il popolo Wunambal Gaambera chiama uunguu, «la nostra casa viva». Per gli aborigeni, come spiega il responsabile di Anima Mundi, padre Nicola Mapelli, missionario Pime, «dipingere e creare arte è una forma di esperienza spirituale, o meglio ancora, di comunione con una realtà spirituale che impregna la natura e le dà un senso profondo. Ciò che a un primo sguardo è un paesaggio arido e senza vita si trasforma – tramite i canti, le danze, le storie e l’arte degli aborigeni – in un pianeta vivente».

E prendersi cura della cultura vivente è quanto chiede anche Papa Francesco nella sua lettera enciclica sull’ambiente e sull’ecologia umana, Laudato si’. Anzi, a volere questo rinnovamento per i Musei Vaticani è stato proprio il pontefice che, da sudamericano, ben conosce le differenti spiritualità delle periferie del mondo, scorgendo in esse uno scrigno da preservare e far conoscere. Oggi chiusa al pubblico, non appena i lavori di rifacimento della sezione museale etnologica saranno terminati l’arte indigena, con i suoi circa 100mila oggetti provenienti dai quattro angoli della terra, si ritroverà così esposta a soli pochi metri dai maestri Michelangelo, Raffaello e Caravaggio: un’innovazione inimmaginabile fino a qualche tempo fa.

Quanto alla ricognizione delle opere e dei manufatti, essa è stata realizzata in stretto contatto con le comunità aborigene, seguendo la filosofia della “riconnessione”: «Un’attenta ricerca preliminare ha permesso di ricostruire le vicende degli oggetti – spiega padre Mapelli – e di ritrovare nel Paese i discendenti di coloro che li realizzarono, riconnettendo culturalmente i contemporanei con l’eredità materiale a loro pertinente. E dall’ideazione alla stesura finale del volume tutto è stato cioè esaminato e approvato dai Custodi e dagli Anziani delle comunità». Era dunque «necessario riconnettersi con persone in carne ed ossa – questo il senso della “riconnessione” -. Conoscere e condividere le loro lotte per preservare l’ambiente naturale dall’avidità e dallo sfruttamento di coloro che, indifferenti al senso profondo delle Vie dei Canti, vogliono strappare le ricchezze dal suolo, dalle acque e dai mari. Conoscere e condividere le lotte degli aborigeni per conservare la propria cultura e identità a fronte dell’avanzata di un mondo sempre più globalizzato». Perché – è la conclusione di Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani – solo «la conoscenza aiuta a proteggere e a promuovere un’identità culturale».