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Ciad: la dignità degli ultimi della classe

Una nuova missione del Pime arricchisce una presenza fatta soprattutto di vicinanza e condivisione con popoli estremamente poveri e vulnerabili. Ma che testimoniano una fede semplice e vera

Storie degli ultimi della classe. Di quelli in fondo alla classifica, che non contano nulla e che nessuno ricorda. Bisogna avere la pazienza di scendere al 190° posto (su 191 Paesi) per trovare il Ciad nell’indice delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano. Quanto alla vulnerabilità climatica, nessuno fa peggio: ultimo in classifica. La crisi del lago che dà il nome a questo Paese – un tempo uno dei più grandi bacini idrici dell’Africa ora ridotto al fantasma di se stesso – ne è l’esempio più emblematico e drammatico.

Tutti i dati, del resto, sono impietosi: circa metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà e la situazione attuale in termini di sicurezza alimentare è catastrofica anche per il continuo innalzamento dei prezzi del cibo e del carburante provocato dalla guerra in Ucraina: solo un quarto degli abitanti è scolarizzato e appena il 14% delle donne; l’aspettativa di vita è di 47 anni, che corrisponde all’età media in Italia.

Il contesto è quello di una crisi prolungata e complessa in cui sono presenti fattori conflittuali legati a formazioni terroristiche o gruppi armati, come Boko Haram, oggi indebolito ma molto attivo negli anni scorsi non solo in Nigeria, ma anche nell’Estremo Nord del Camerun, in Niger e appunto in Ciad, dove ha provocato milioni di profughi e sfollati, senza un’adeguata risposta umanitaria.

Ma lo spostamento di popolazioni, causato pure dall’avanzamento del deserto e dalla mancanza di acqua, sta creando continui conflitti anche tra le popolazioni di pastori in cerca di pascoli sempre più a Sud e quelle di agricoltori, che si vedono invadere e distruggere i campi, come avviene da anni in tutta la regione saheliana, con un intreccio di motivi economici, climatici, religiosi ed etnici difficili da districare. Sullo sfondo, la drammatica mancanza di uno Stato – che peraltro è sull’orlo del fallimento a causa del debito estero – e di strutture e infrastrutture di base e dunque l’incapacità di attaccare le cause profonde di una situazione critica e di affrontare le sfide della stabilizzazione e della pacificazione del Paese, della buona governance e di uno sviluppo sostenibile e inclusivo seppur in condizioni di grande fragilità climatica.

In questo contesto, il Pime ha deciso di aprire una nuova presenza nel Centro-est del Ciad, dopo aver consolidato una prima avanguardia di missionari al confine con il Camerun. Uomini e donne in cammino con la gente del posto, col passo lento e semplice di chi ha l’orizzonte stretto della sopravvivenza, ma è sempre pronto a donare il poco che ha, a cominciare dal sorriso. Con i loro volti e le loro storie di coraggio e dignità testimoniano – al di là dei dati e delle statistiche – un mondo alla rovescia: quello in cui gli ultimi sono i primi.

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LA CATTEDRALE NELLA SAVANA 
La chiesa sotto l’albero è uno dei simboli della presenza del Pime in Ciad, specialmente nella diocesi di Pala, nel Sud-ovest di questo vasto Paese saheliano. Dove la vita della gente è appesa a un filo e tutto è ridotto all’essenzialità.

ESTREMI CONFINI
Nel vicariato di Mongo, la nuova missione del Pime si inserisce in un contesto quasi esclusivamente musulmano. Le priorità: testimonianza, accompagnamento delle minuscole comunità cristiane, condivisione e solidarietà con tutti

 

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