Povero vescovo di tutti i poveri

Povero vescovo di tutti i poveri

Domenica per volontà di papa Francesco la Chiesa celebrerà per la prima volta la Giornata mondiale dei poveri. Un’occasione per riscoprire come già nell’Ottocento si era lasciato evangelizzare dalla povertà il fondatore del Pime, mons. Angelo Ramazzotti

 

Papa Francesco istituendo la giornata dei poveri che si celebra domenica 19 novembre scrive: “È nostro compito prenderci cura della vera ricchezza che sono i poveri”. Colgo quest’occasione per far conoscere il fondatore del mio Istituto, mons. Angelo Ramazzotti definito Vescovo della carità, modello dei vescovi, come ci è stato descritto dal suo segretario Pietro Cagliaroli.

Nato il 3 agosto 1800 a Milano, avvocato nel 1823, ordinato sacerdote nel 1829 e Superiore degli Oblati di Rho, vescovo a Pavia il 30 giugno 1850, fondatore del Seminario per le Missioni Estere (ora PIME) il 30 luglio 1850, patriarca di Venezia nel 1858, organizza la prima spedizione delle Suore della carità (Suore di Maria Bambina) in Bengala e delle suore Figlie della Carità (Canossiane) a Hong Kong. Muore il 24 settembre 1861, tre giorni prima di poter ricevere la berretta cardinalizia dalle mani del beato Pio IX.
Quello che leggeremo proviene da alcune sue lettere e dal libro Vita di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Angelo Ramazzotti Patriarca di Venezia scritto dal Sacerdote Pietro Cagliaroli, suo segretario. Padre Costanzo Donegana, Pime, e Paolo Labate curatori del Libro, dicono che è stato scritto con conoscenza d’amore e come una riconoscenza per quello che ha significato il vivere accanto al suo vescovo.

Ho voluto cercare nel libro del Carderoli il suo essere Vescovo dei poveri, il suo vissuto, la parola al suo clero e al suo popolo, la stessa parola di Gesù che amava ripetere a tutti : «Chiunque riceverà uno solo di questi piccoli in mo nome, riceve me». La frase finale del libro: «E si videro lagrime, e s’udirono sospiri, massime di poveri che s’accoravano su di lui il quale, come visibile provvidenza, li aveva sovveuti le tante volte non che di roba e danari, sì anche di parole buone e paterni conforti», mi ha fatto rileggere il libro con una attenzione particolare e mi accorsi di alcune particolarità. Angelo Ramazzotti amò tutte le categorie di persone che incontrava. Tutti, ricchi e poveri, santi e peccatori. E tutti si sono sentiti amati con dignità. Restava nobile di comportamento, sempre, con nobili e non nobili, anche coi poveri. «Non dava solo pane ma anche paterni conforti». La sua preoccupazione sulla catechesi da insegnare e sulla necessità di portare il Vangelo a tutti gli uomini, completa la figura di un padre che nutre i figli bisognosi del pane della Parola di Dio. Nel vissuto del nostro Angelo, avendo amato ogni categoria di persone, il senso di ‘povero’ è allargato e arriva a comprendere ogni genere di persone. In realtà siamo tutti dei poveri. Anche la persona del donatore assume una dimensione più ampia. Diventa segno del grande donatore che è Dio. Quanti riconoscono l’amore di Dio nell’amore del donatore. E così sentendoci amati da Dio come figli, anche l’umiliazione della povertà scompare e godiamo della vera dignità. Meraviglioso questo vescovo che manteneva unita la sua diocesi col suo amore verso tutti. Vescovo che dava dignità ai poveri con la sua povertà vissuta e col suo amore di padre.

Donegana nel libro : “Rivivendo il carisma del Fondatore ” riassume la sua carità così: La carità del Ramazzotti è innestata sulla carità di Cristo. – Ama ogni persona. – Mette la carità al di sopra di tutto. – Sua priorità sono i poveri e i peccatori, ama il corpo e lo spirito dell’uomo.

E in una lettera ‘Ai ricchi‘ riportata da Donegana nel suo libro, leggiamo che la carità è iniziativa di Dio : “La Provvidenza stessa si incarica molte volte di radunare intorno a noi la famiglia dei poveri da adottare nella nostra carità, offrendoci in essi quegli amici che ci devono introdurre negli eterni tabernacoli del cielo. Ogni povero pertanto, che Iddio metta sui nostri passi, gardiamolo come un inviato della Provvidenza, anzi in lui rispettiamo, amiamo Gesù Cristo”.

Ripresentando alcuni testi del Cagliaroli, ho rispettato l’italiano’ dell’Ottocento e il suo modo di esprimere le realtà secondo la mentalità del suo tempo. I testi mostrano alcune categorie di poveri dei quali era il Padre: I poveri della strada, i poveri di Parola di Dio, i poveri ‘Infedeli’, i poveri in prigione, compresi alcuni preti, i poveri dei patronati e i poveri in preghiera.

Primo anno di episcopato

Mi confidò che negli anni di studio alla Università, avealo preso un sì vivo amore della mor­tificazione, che assaissime volte si teneva contento alla sola refezione di pane ammollato nell’acqua; ed i risparmi fatti con queste astinenze, erano ordinati a soccorrere i poveri.

Nella sua prima lettera pastorale si rivolge agli operatori della carità e ai poveri stessi: “Quanti adunque desiderate davvero che tanti orfani abbandonati trovino un padre, che tanti poveri genitori possano dire ogni giorno ai propri figli: Eccovi anche per oggi un po’ di pane; voi principalmente, o poveri di Gesù Cristo, o cari poveri, che tanto potete sul cuore di Dio, pregate il Padre comune…che non lasci giammai venir meno tra noi lo spirito della cristiana Religione, alla quale sola dobbiamo grazie se trionfa tra noi la Beneficienza e la carità”.

Raccolse le schede de’ poveri, che con saviezza avea fatte preparare dai parrochi, e secondo i bisogni provvide.

Visitò uno per uno i pii istituti, e a tutti recò sovvenimenti; maggiormente abbondando verso la casa di industria per le speciali strettezze in cui versava; tanto che in una sola volta le donò per ben quattromila lire. Nè si contenne tra gl’indigenti della città, ma estese le sue larghezze a quelli eziandio degli altri paesi della. dio­cesi: onde avvenne che in capo a pochi mesi avesse di­spendiate in limosine sessantamila lire.

E a me dicea il caritatevole Pastore, ricordando quel primo anno del suo episcopato: oh! quanto mi gioiva l’a­nimo, allora che poteva consolare i miei parrochi con buo­ne manate d’oro pei loro poverelli. Nè si creda perciò che a quell’anno si confinassero queste sue generose elargi­zioni; chè come si vedrà nel seguito di questa storia, an­che appresso non ebbero mai misura.

Zelo per l’incremento della Dottrina Cristiana

Per una popolazione cristiana la Dottrina è tutto; e ben sapeva Mons. Ramazzotti, che nulla meglio promove il bene morale e religioso di una diocesi, quanto una dili­gente e scelta istituzione della prima gioventù nella scienza della religione. E a questo intendimento non tardò visi­tarne noi giorni festivi le Scuole. Nè lasciava trascorrere una sola domenica, senza che si portasse all’una o all’al­tra delle Chiese, avesse anche pontificato nella sua Catte­drale e letta l’omelia. E per avviare ognor più al me­glio l’opera grande della Dottrina, ordinò una generale adunanza nel suo Palazzo patriarcale, non che dei Par­rochi e dei Cooperatori della città, sì ancora dei maestri; ed ivi, con caldo discorso, animò tutti a coadiuvare dal canto loro con ogni zelo possibile all’incremento della santa impresa.

Ma spetta­colo più d’ogni altro edificante fu vedere il Patriarca, che, con nuovo esempio, ognidì al mezzogiorno, nella sua ba­silica di s. Marco, faceva la meditazione ad un numero­sissimo uditorio. Da tutte le parti della città, di ogni ceto e condizione, ricchi e poveri, sacerdoti e regolari, magi­strati ed artigiani, stupiti a questo affatto nuovo esempio di zelo pastorale, immobili pendevano dalle sue labbra. E a tutti era dolce ricevere da lui ammaestramenti ed in­dirizzi sulle eternali verità, ch’egli veniva svolgendo con robustezza di concetti, con forme dignitose e semplici, con chiarezza e popolarità di esposizione. Ciò poi che vinceva Lutti i cuori e li commoveva fino alle lagrime, era quella riboccante unzione di carità, che s’accompagnava ad ogni suo detto, direi quasi, ad ogni suo gesto. Allorchè questo fatto di tanta edificazione venne conosciuto anche in Lom­bardia, uno dei più dotti e zelanti Vescovi di quelle pro­vincie ne scrisse al Patriarca congratulandosi seco lui; e conchiudeva: ah! un tale esempio non potrà che produrre un gran bene! .

Carità per la propagazione della fede

Lettera al clero e al popolo: “Vogliamo raccomandarvi l’Opera Pia della Propagazione della fede, opera che abbraccia nella beneficenza assai più estesi confini. Oltre all’ interesse  per l’Istituto aperto in Milano da tutto l’episcopato lombardo, che prepara sacerdoti per portare il Vangelo fra gli infedeli, qui parliamo di un’altra istituzione già conosciuta d’altronde in qualche parte di questa diocesi, la quale ha per scopo di concorrere a quel santo apostolato col doppio sussidio della preghiera e dell’elemosina”.

Lettrera al Consiglio della propagazione della fede. Chiede aiuti per le Canossiane di Hong Kong e ringrazia il Consiglio per quanto fece per i Missionari di S. Calocero giacché devo considerare fatto a me stesso quanto è stato fatto in loro favore.

Lettera a Mons. L. Besi: Progetto di inviare le canossiane in india. “Ora, Mons. Rev. giacché Ella ha tanta bontà per me e per il mio seminario di San Calocero, io mi prendo la libertà d’interessarLa in un affare che riguarda le missioni. I missionari di san Calocero che abbiamo nell’India mostrarono il bisogno ed il desiderio che una congregzione religiosa femminile si assumesse colà l’educazione delle fanciulle, come i missionari dei fanciulli”.

Carità verso i poveri preti in prigione

Solo aggiungerò che in Venezia il suo zelo si rivolse a procac­ciare il pieno ravvedimento di que’ poveri preti estradio­cesani, che colpiti dal rigore della giustizia, scontavano la pena dei loro falli nella Casa di forza alla Giudecca. Ogni qual volta si recasse a quelle carceri, confortavali con pa­role di gran carità a sostenere con cristiana rassegnazione la loro reclusione. E così fattamente avea saputo schiu­dere i loro animi alla confidenza, che alcuni al tempo degli spirituali Esercizii, di cui toccammo più su, si con­fessarono a lui con grande loro consolazione e profitto.

Visite ai preti, ai patronati della S. Vincenso, a opere pie e a comunità religiose

Il giorno dell’entrata a Venezia. avendo richiesto qual fosse lo stato di salute de’ suoi preti, e specialmente dei Pievani, gli fu detto, che due fra essi si trovavano gravemente infermi. Non ci volle più, perchè l’amoroso Pastore muovesse tosto a visitarli e confortarli della sua pastorale benedizione. La notizia del fatto si diffuse in un baleno per tutta Venezia, che anche da questo s’augurò ogni maggior bene dal cuore veramente paterno del suo Patriarca.

In una di queste visite parve al Patriarca di avere speso una mezz’ora più che non facesse d’uopo. Accortosene, se ne at­tristò così, che più volte con un accento di dolore mi disse: quella mezzora impiegata senza scopo mi grava troppo all’animo; me ne guadagnerò bene per l’avvenire. Di questa maniera ap­prezzava il tempo Mons. Ramazzotti. E a non perderne briciola, negli ultimi due anni della sua vita, faceva sempre capo, nelle sue brevi passeggiate dopo pranzo, a qualche monastero o casa religiosa, perchè, come me ne rese inteso, anche il tempo del passeggio non fosse senza qualche vantaggio delle anime.

Sua profusissima carità

Volli riservarmi quì sulle ultime a far cenno di quella virtù che, esercitata dal Ramazzotti sin dalla primissima gioventù, come le acque del fiume che cammin facendo s’ingrossano, crebbe mano mano a tal dismisura da ac­corciargli forse la vita. Onde pochi dì prima che scoppiasse la terribile malattia, che in breve tempo lo trascinò al sepolcro, fu udito a dire quasi piangendo: «Ah! tanti poveri che io vorrei ajutare e non posso! son questi po­veri, credetelo a me, che mi affannano il respiro, mi struggono la salute.»

L’atrio, le scale, l’anticamera, a volte, si può dire che ne formicolassero. Nè, come s’usa comunemente, erano incaricati i domestici di far la limosina. No; voleva egli vederli, ascoltarli uno ad uno ed ajutarli a tenore dei rispettivi loro bisogni, consolarli, esortarli a portar di buon animo la gran croce della povertà. E a chi gli fece os­servare che così andavano perdute delle ore, a lui tanto preziose, rispose sorridendo che anzi ci guadagnava e di buono. Onde non gli tardava punto di porgere paziente orecchio a querimonie, a storie di patimenti e di dolori, a domande replicate di provvedimenti. Però, a non bene­ficare alla cieca, voleva che ognuno fosse munito del certificato parrocchiale; e quelli più largamente sovveniva, a cui si fosse rilasciato munito d’un certo tal quale con­trassegno, di cui erasi convenuto tra il Patriarca e i pievani.

Negli ultimi tempi, sopracrescendo i bisogni de’ poveri e venendogli meno a tanto dispendiare i redditi della mensa, ordinò che si ven­dessero le argenterie della casa, non ritenendo che quanto serviva all’uso giornaliero della tavola, e per pochi. E v’ebbe un dì, nel quale trovandosi sprovveduto affatto di moneta, nè sapendo come o dove cercarne, uscì dalla stanza e a’ poveri raccolti nell’anticamera, mal frenando il pian­to: «non ho più nulla, esclamò, son senza nulla. Non mi resta a vendere che questa povera veste, e la croce che mi pende dal collo.»

Il pochissimo che quì accennai, verso il moltissimo che potrebbe dirsene, basti al lettore; che dovrà certo con­chiudere con noi, la carità di Monsignore essere stata grande come il suo cuore, cioè senza confine o misura.

Onde vivo e morto fu acclamato il vero servo di Dio, il modello dei Vescovi, l’Uomo della carità. E il bene egli lo volle e lo fece sempre; da laico, da sacerdote, da Missionario, da Vescovo, da Patriarca. (…)

Alla sua morte il popolo che accorse numeroso, e in riverente atto s’accostava a quel feretro, non facea fine dal lodare e benedire il suo Patriarca, dolendosi che troppo presto fosse stato rapito all’affetto di lutti. E si videro lagrime, e s’udirono sospiri, massime di poveri che s’accoravano su lui il quale, come visibile prov­videnza, li avea sovvenuti le tante volte non che di roba e danari, sì anche di parole buone e paterni conforti.

Sul suo feretro le lacrime dei poveri.