Come margherite nella tempesta

Come margherite nella tempesta

Ibrahim è l’unico cristiano arabo in un territorio molto vasto della Tunisia. Una fede vissuta nel nascondimento, ma anche nell’incontro con l’altro

Sono commosso e contento di condividere la mia testimonianza con un prete che ho incontrato una sola volta. Attraverso il suo sguardo, si vedono la dolcezza e la grandezza di Dio. Grazie padre Silvano di aver accettato questa piccola condivisione del mio percorso di vita. Mi chiamo Ibrahim, ho 74 anni e sono sposato con tre figli. Sono nato in una semplice famiglia nel Sud della Tunisia. Ho lavorato come assistente sociale per quarant’anni. La mia scoperta della Chiesa risale al 1968 e nasce dall’incontro con alcuni uomini e donne cristiani, sacerdoti, suore e laici impegnati a vario titolo col mio popolo nel Sud del Paese.
Il primo è stato Marius Garau, infermiere nato in Tunisia, ma forgiato dalle radici mediterranee di una povera e semplice famiglia italiana. Uomo di ascolto e di grande umiltà, parlava perfettamente la lingua del mio Paese e questo gli ha permesso di essere davvero parte di questo popolo. Ha vissuto una grande storia di fratellanza con l’imam della grande moschea, che lo considerava un vero fratello (storia raccontata anche nel libro “La rosa dell’imam”, pubblicato da Emi nel 1997 – ndr). Poi è arrivata una comunità di suore francescane nel 1969, molto impegnata con me nel sociale, nell’educazione, in asili nido, ma anche con disabili, anziani, carcerati, bambini abbandonati, madri single e così via. In seguito, ci sono stati tanti altri sino al 2015.

L’immagine che ho conservato di questa presenza è prima di tutto quella di un impegno concreto a servizio dei più poveri e di quelli ai margini, nello spirito di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Ciò che mi ha segnato, però, è anche la dimensione spirituale di questa comunità cristiana, diversificata secondo la chiamata di ciascuno, incarnata nei vari impegni e rispettosa dell’altro, della sua cultura e della sua fede musulmane. Nel rispetto cioè del cammino di ciascuno, per costruire insieme un mondo migliore. Successivamente, il mio sguardo si è allargato ad altre comunità del Sud della Tunisia, come quella delle Piccole Sorelle che si ispirano a Charles de Foucauld e che si guadagnavano da vivere lavorando in uno spirito di condivisione con amici e colleghi. In quegli anni, la Tunisia viveva in una situazione di grande povertà, soprattutto nell’interno e nel Sud. La Chiesa ha lasciato la sua impronta e i suoi frutti tra la gente, anche perché ha sempre lavorato al servizio dei più poveri. Ora le condizioni sono diverse e il testimone è stato preso in molti ambiti dai tunisini. È il nostro popolo che si fa carico di se stesso; oggi molti sono istruiti, alcuni intellettualmente brillanti, e quel cammino va avanti in modo diverso. Tanti però continuano a essere abbandonati a loro stessi perché non c’è lavoro per tutti.

In questi incontri, in queste esperienze comuni nel rispetto della differenza e del percorso di ciascuno, ho personalmente compreso che la fede può smuovere le montagne quando c’è l’amore del prossimo. L’incontro è prima di tutto uno sguardo incrociato, uno scambio di parole e a volte di silenzi, di lacrime e magari di insulti. Si tratta di accogliere l’altro così com’è, senza giudicarlo preventivamente, accettandolo come fratello con amore e tenerezza, senza mai credere che non ci sia speranza. Questo corrisponde anche alla mia esperienza, al mio cammino per arrivare alla fonte e vivere la mia fede in segreto tra i miei concittadini, il mio entourage, la mia famiglia… Mi sentivo un ipocrita di fronte a loro, mi comportavo da musulmano, ma dentro ero cristiano. Sentivo il rifiuto netto da parte di alcune persone e questo mi provocava molta sofferenza, umiliazione e pena, con cui a volte è difficile convivere.

Fortunatamente negli anni del mio lavoro sono sempre rimasto stupito da ciò che si impara dagli altri, sia dai miei colleghi cristiani che dalle persone bisognose, e sono sempre stato colpito dalla loro capacità di fidarsi di me per andare avanti insieme. E dunque ritorno ancora una volta sul senso dell’incontrarsi e del capirsi, giorno per giorno. L’incontro appartiene alla dimensione del sacro, perché l’amore di Dio «non sappiamo da dove viene né dove va». Attraverso piccoli passi quotidiani impariamo a identificarlo. Ognuno di noi può esserne uno strumento. Siamo venuti al mondo ciascuno con la propria specificità, le nostre rispettive differenze ci rendono unici e belli quando sappiamo amarle e rispettarle. Come diceva Papa Giovanni Paolo II, essere cristiano non significa fare numero, ma fare segno. Se si vive il Vangelo come margherite, terra-terra, allora si fa segno nel contesto familiare, negli incontri, al lavoro, con il vicinato: segno di Dio, di un mistero che abita in te.
L’annuncio di Gesù presuppone una testimonianza attraverso una vita evangelica in mezzo alla gente, attraverso il lavoro, la condivisione e l’impegno, e anche attraverso un’apertura universale, senza rimanere rinchiusi in “recinti religiosi” che pretendono di avere la verità. La verità è Dio stesso. Vivere il Vangelo, indipendentemente dalla presenza di un grande o di un piccolo gruppo, è sempre arricchente perché Dio è l’essenziale e sarà sempre tra noi.

In questo mondo malato, siamo in un cammino di purificazione. Le tribolazioni annunciate nell’Apocalisse fanno degli esseri umani dei combattenti che le superano con la preghiera e la fiducia. Ci sono esseri di luce sulla terra ed energie celesti (Maria, Gesù e altri mistici), provenienti dalla sorgente divina, offerti come dono a questo mondo. Il nostro cammino è tracciato da Dio. Lui solo sa perché dobbiamo confrontarci con la sofferenza, come me ora che sono gravemente malato. La vita è fatta di tappe che dobbiamo attraversare con dolori e tristezze, ma anche con gioia e speranza. E se siamo perseguitati non camminiamo a quattro zampe, ma siamo uomini e donne in piedi, come margherite nella tempesta. Cristo è lì per sostenerci e darci energia.

(Testimonianza raccolta in Tunisia da padre Silvano Zoccarato, missionario del Pime).