Nel Kivu ferito priorità alla scuola

Nel Kivu ferito priorità alla scuola

Giovani, determinate, allegre. Le francescane congolesi stanno portando avanti alcune scuole nelle periferie più degradate di Bukavu, in Nord Kivu, dove lo stato non arriva. Una missione irta di ostacoli

A Port Emmanuel sul Lago Kivu, la plastica ristagna per decine di metri, risospinta da piccole onde provocate dalle chiatte in arrivo da Goma. Tutt’attorno odore di fango, spazzatura e viscere di animali macellati a cielo aperto. Donne piegate in due da sacchi di carbone, manioca, legna e legumi si fanno strada tra furgoni e camion che vengono a prendere mattoni, ghiaia e carichi pesanti. Gridano gli uomini che scaricano a mano; gridano le donne che stendono la mercanzia una sopra l’altra; gridano i maiali spinti a bastonate dai ragazzini.

Qualche chilometro più in alto, dietro una fabbrica di birra locale, c’è Camp Jules Moke, una sorta di campo profughi dentro la città, dove sono state “scaricate” cento famiglie (un migliaio di persone in tutto) dopo l’incendio delle loro baracche alcuni anni fa. Vivono in case di cartone e stracci, senza acqua potabile né corrente elettrica, senza fognature se non un canale di scolo a cielo aperto dove spesso giocano i bambini.
È qui, in questo contesto particolarmente degradato di Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, che le Missionarie francescane di Nostra Signora del Monte stanno costruendo due scuole. Ciascuna con le sue criticità.

La zona del porto è caotica e abitata da fasce basse della popolazione, famiglie che riescono a stare a galla con espedienti, commerci e lavoretti alla giornata, senza poter garantire l’istruzione primaria a tutti i figli (che spesso sono più di otto). Camp Jules Moke, invece, è detto anche il “campo dei poliziotti”, perché buona parte dei padri di famiglia sono a servizio dello Stato, ma con una paga così misera da essere tra le categorie più svantaggiate della città. Qui le famiglie sono, se possibile, ancora più numerose, ma soprattutto più isolate dalla città in un perpetuo accampamento senza regole né servizi.
Suor Scholastique e suor Siska, rispettivamente la responsabile per la provincia del Congo e la superiora della comunità di Nguba a Bukavu, sono due donne determinate e competenti, nate qui ma formate anche in Italia, che insieme alle loro giovani consorelle costruiscono giorno dopo giorno una prospettiva diversa di istruzione, formazione e cura nelle zone più abbandonate.

«La scuola del porto era fatta di casette di legno – racconta suor Scholastique -; oggi siamo riuscite a rimpiazzarle con un edificio in mattoni a due piani, raddoppiando le aule disponibili. Quando abbiamo iniziato sapevamo che ogni anno avremmo dovuto aumentare le aule sino a completare il ciclo delle elementari». Missione quasi compiuta grazie agli ultimi lavori di questa estate. Ma l’ambizione è sostenere i bambini – oggi circa 600 – affinché frequentino anche la scuola secondaria e ridurre la dispersione scolastica altissima. «Ci sono tante famiglie che mandano a turno i figli a scuola, perché non riescono a pagare la retta a tutti. Noi, per scelta, la teniamo più bassa possibile. D’altronde, lo Stato non riesce a garantire scuole di qualità e neppure ci aiuta pagando qualche insegnante. Dobbiamo reggerci in piedi da sole, grazie soprattutto ai “ponti” di solidarietà con l’Italia».

La scuola sorge in riva al lago e ha un ampio cortile interno dove i bambini possono giocare e fare attività sportiva. Su un lato, c’è una grande tettoia realizzata nello stile tradizionale in legno e paglia, che serve da aula magna. Il terreno, però, comincia a far gola agli speculatori di Bukavu, personaggi senza scrupoli che stanno costruendo ovunque, privatizzando illecitamente chilometri di costa e togliendo l’accesso all’acqua alla gente. Suor Scholastique, che ha studiato giurisprudenza e può esercitare la professione di avvocato in tribunale, per il momento è riuscita a sventare ogni attacco, ottenendo l’autorizzazione provinciale per completare la costruzione dell’edificio scolastico. «I bambini di questo brutto quartiere hanno diritto ad avere una scuola dove sperimentare una realtà diversa, sviluppare le proprie abilità e un’idea di futuro, uscendo dalle logiche della legge del più forte. Soprattutto hanno diritto di potersi comportare da bambini, senza dover lavorare al mercato o al porto per portare qualche soldo alla famiglia».

A Camp Jules Moke la situazione è più estrema. Le suore conoscono ormai tante famiglie, entrano nelle case e sono perfettamente consapevoli della miseria in cui la gente è costretta a vivere. «Quando l’area in cui vivevano le famiglie dei poliziotti è andata a fuoco – raccontano suor Siska e suor Joelle – avevamo appena cominciato a fare un po’ di scuola. Allora siamo venute in questo campo, in cui sono state trasferite e abbiamo preso una decisione impegnativa: costruire una scuola vera e proprie, qui, in mezzo alle baracche». Pali di legno e lamiere attaccate con chiodi; una gettata di cemento grezzo a fare da pavimento; inizialmente lezioni senza i banchi, tutti seduti per terra. «Non c’erano nemmeno i bagni, solo un buco nel terreno. E pian piano, grazie al sostegno di amici italiani, stiamo facendo un passo dopo l’altro. Qui dove lo Stato non esiste, adesso c’è una scuola per 250 bambini, che nascono, crescono e vivono nella polvere e nel fango, tra rifiuti e in baracche fatiscenti in plastica e lamiera, dove dormono in 8-10 persone in un solo locale».

Una terza scuola, alla periferia di Muhungu con circa 1.500 studenti, ha portato quest’anno per la prima volta alcune classi all’esame di maturità. «Solo la cultura porta le persone a fare scelte più consapevoli per la loro vita», afferma suor Scholastique, la cui famiglia le ha consentito di proseguire gli studi fin quando non ha scelto di dedicarsi alla missione: «Solo l’opportunità della scuola qui può infondere valori di solidarietà, legalità, professionalità e impegno civico. Per questo è importante accompagnare le famiglie affinché seguano con maggior cura tutto il percorso di crescita e maturazione dei loro figli. E magari coltivare una nuova generazione di politici che abbiano a cuore il bene comune e il servizio alla comunità, rifiutando corruzione, clientelismo e tribalismo». MM


Impegno locale, solidarietà internazionale

Le Missionarie francescane di Nostra Signora del Monte sono state fondate a Genova tra il 1760 e il 1840 da Madre Rosa Bianchi. In Italia sono anche a Massafra (Taranto) e Genzano di Lucania (Potenza). Ma le presenze più numerose oggi sono in Repubblica Democratica del Congo (Bukavu, Goma e Kamanyola) e in Burundi (Bujumbura, Gitega, Koyongozi e Busoro). Come molte altre congregazioni italiane, si trovano di fronte alla sfida di continuare la loro presenza in terra di missione con le nuove generazioni locali, senza però perdere i legami con l’Italia, sia in termini di formazione che di solidarietà. L’Associazione Karibuni onlus, in particolare, continua a sostenerle attraverso benefattori, donazioni economiche o di materiali e il supporto tecnico di professionisti volontari.