AL DI LA’ DEL MEKONG
La voce e la casa, il Verbo e Dio

La voce e la casa, il Verbo e Dio

La recita degli inni, delle antifone, dei salmi è in realtà tutto cantato e le voci dei monaci, nell’alternanza dei cori, delle voci soliste, della sonorità delle parole e del loro significato, concorrono a fare casa. Abito nelle loro voci, «faccio monastero» nei loro petti accesi di respiro, nell’origine e nella fine di tutto e di tutti. In Dio.

 

«Cerco riparo
nella voce nuda,
nell’insegnamento del soffio (…)
Faccio monastero
nel petto acceso di respiro,
nell’origine e nella fine …»
Livia Chandra Candiani

 

Tempo fa, durante una lezione di teologia presso il Seminario Pime di Monza, Vivier, giovane camerunense in cammino verso il sacerdozio, di fronte alle tante espressioni di Gesù nel Vangelo di Giovanni di questo tenore, Io e il Padre siamo una cosa sola – Il Padre è in me e io nel Padre – Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, mi chiese se tutte queste affermazioni sono solo metafore, modi di dire, oppure corrispondono a verità.

È normale che le astrazioni della teologia trinitaria siano messe in questione da giovani che stanno giocando la loro vita non per delle metafore, ma per una fede che dovrebbe corrispondere alle esigenze del loro cuore. Dopo un anno torno su quella domanda e lo faccio attraverso la voce e il canto. Per dire il mistero di un Padre che vive nel Figlio e viceversa, bruciando d’un amore effusivo che è lo Spirito Santo. Ma vorrei al contempo introdurre Vivier e i suoi compagni a “sentire” che la loro preghiera, fosse anche un Rosario, e la loro vita, è parte della processio, cioè dell’eterno movimento del Padre che genera il Figlio e del Figlio eternamente generato dal Padre. Niente di meno!

Se prendiamo i vangeli, scopriamo che Dio Padre si è manifestato a Gesù per la prima volta attraverso la voce. Durante il battesimo ricevuto da Giovanni, Gesù «sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto …» (Mc 1, 11). Da lì in avanti, camminando per villaggi, predicando il Vangelo, curando i malati, fino all’arresto, al processo, alla condanna e alla morte, Gesù non si staccherà più da quella «voce nuda». È il Padre in lui. Diventerà la sua casa, il suo «riparo». La cercherà nella preghiera notturna, per poter ancora ripetere a se stesso: «io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11). «Cerco riparo / nella voce nuda» – scrive Chandra Candiani – «faccio monastero / nel petto acceso di respiro».[1] Come «il Figlio nel seno del Padre» (Gv 1,18). Perché più forte delle voci della cronaca, delle voci delle folle, delle voci depressive che dentro di noi non tacciono mai, è la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio mio, io oggi ti ho generato” (salmo 2).

«Abito nella tua voce / e quando tace / il silenzio è alato»,[2] – scrive ancora la poetessa. Perché anche noi cerchiamo casa nelle voci altrui, sperando che pronuncino parole d’amore.

Non avrei scritto della voce se non mi fossi imbattuto, nel monastero in cui mi trovo, in una voce profonda, viscerale, dove spesso cerco «riparo» durante la preghiera quotidiana. La recita degli inni, delle antifone, dei salmi è in realtà tutto cantato e le voci dei monaci, nell’alternanza dei cori, delle voci soliste, della sonorità delle parole e del loro significato, concorrono a fare casa. Abito nelle loro voci, «faccio monastero» nei loro petti accesi di respiro, nell’origine e nella fine di tutto e di tutti. In Dio.

La voce di cui sto parlando, leggermente sopra le righe eppure misurata, attesa anche dagli altri monaci, è quella di Lino. Che sovente, seguendo il dettato degli spartiti, diventa seconda voce, bassa, grave, viscerale, “ipostatica”. Quest’ultimo aggettivo, forse mai prima applicato a una voce, viene da ipostasi, termine greco caro alla teologia trinitaria, che significa “ciò che sta sotto”, irriducibile ad altro, che sostanzia una cosa per quella che è, e permane nel fluire del tempo. Viene usato per indicare il Padre, il Figlio e lo Spirito in quanto ipostasi cioè irriducibili, ma che sono ciò che sono, solo l’uno dentro l’altro, in una comunione senza residui. Detto altrimenti: i tre non si sostanziano da soli, ma è la reciproca relazione che dà sostanza alla loro vita e identità, sempre irriducibile alle altre. Ebbene Lino, cantando le note più basse, fa da s-fondo alle altre voci ed è abitando nell’uni-sono di tutte quelle voci che si percepisce l’eco di “ciò che sta sotto”: il Padre, il Figlio, lo Spirito, fondamento, riparo, comunione senza residui e casa per tutti. Ché però, qui ed ora e non so perché, mi risulterebbe impercettibile senza lo s-fondo di Lino!

È un’esperienza viva e vera, non solo una metafora. Bastano voci credenti e oranti in un’atmosfera domestica quanto monastica. Lino è l’unico che in monastero sa guidare la grande ruspa, preziosa per spazzare la neve, che carica la stufa di legna, indispensabile per riscaldarci e fa il bucato per tutti. E poi canta, con quella voce ipostatica e sorgiva che, sempre con le altre, ma portandole a maggiore profondità, insieme, danno voce al «Verbo, che crea e contiene ogni cosa», «sostanza di tutto il creato», «segreto di ogni parola». I monaci cantano questi versi di D. M. Turoldo nel tempo dopo Natale. Su questa terra, nulla più delle voci che, pur singolari, si compenetrano pregando e cantando all’uni-sono, esprime meglio il mistero delle tre ipostasi divine che, pur irriducibili, si compenetrano (in-abitano) le une nelle altre e sono-uno.

C’è però un ultimo passaggio che attiene alla voce e lo dico ancora con la poesia. «Noi tutti non siamo solo / terrestri. Lo si vede da come / fa il nido la ghiandaia …  da come tu sei triste / e non sai perché». La voce di Lino è ancora “ipostatica” perché sembra avere dentro “ciò che sta sotto”. Noi tutti – continua M. Gualtieri – «portiamo una mancanza / e ogni voce ha dentro una voce / sepolta, un lamentoso calco di suono / che un po’ si duole anche quando / canta». Saper «ascoltare anche ciò che manca» … «il lamento della tua pena / col suo respiro ammucchiato sul cuscino / un canto incatenato che non esce».[3] Non avere paura di questo.

Forse è di questa mancanza «che ci parla l’inesauribile nozione della Trinità che osa pensare a un Dio uno e trino all’interno del quale la mancanza di ogni singola persona, il loro essere un non-tutto, il loro non essere anche le altre, non appare più come un’obiezione»,[4] ma come un vuoto interiore che si fa desiderio e casa per l’altro. Il Padre ha desiderio e spazio per il Figlio e insieme, per lo Spirito.

La Scrittura, il monastero della SS. Trinità, la voce di Lino, la domanda di Vivier, i versi di Chandra e di Mariangela, l’accento finale del filosofo, tutto, come un’intesa, corrisponde al nostro cuore. Ora calmo e grato, ciao!

 

 

[1] L. C. Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014, p. 22.
[2] Idem., Bevendo il tè con i morti, Interlinea 2015, p. 34.
[3] M. Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi 2010, p. 128.
[4] S. Petrosino, Il desiderio. Non siamo figli delle stelle, Vita e Pensiero 2019, p. 92.