AL DI LA’ DEL MEKONG
Lettera a un bambino mai nato

Lettera a un bambino mai nato

Qui in Cambogia non si contano le donne che ricorrono alla «pillola del giorno dopo» per evitare una gravidanza, spesso con faciloneria, se giovani o giovanissime, ma altrettanto spesso con rimorsi di coscienza

 

«Se si tratta così il legno verde,
che avverrà del legno secco?» (Lc 23,31)

La chiamano «pillola del giorno dopo», o delle «72 ore», perché andrebbe assunta entro tale lasso di tempo dopo un rapporto sessuale non protetto. Se per alcuni avrebbe uno scopo solo contraccettivo, ovvero impedire l’incontro tra i gameti maschile e femminile, evitando il concepimento, per altri invece, nel caso di un già avvenuto concepimento, la pillola in questione agirebbe sulle pareti dell’utero impedendo l’annidamento della nuova creatura e procurandone l’espulsione, cioé l’aborto. Vi sono studi che affermano il solo carattere contraccettivo della pillola e altri che invece sostengono il suo carattere abortivo.

Di fatto qui in Cambogia non si contano le donne che ricorrono a tale metodo per evitare una gravidanza, spesso con faciloneria, se giovani o giovanissime, ma altrettanto spesso con rimorsi di coscienza, complice l’imbarazzo, la vergogna, la fatica di uscire allo scoperto, nel caso di una gravidanza indesiderata.

Ne parlavo qualche giorno fa con alcuni seminaristi, presso il Seminario di Phnom Penh, nel contesto di un corso di Bioetica, parte del loro percorso formativo verso il sacerdozio. Si sa che per la Chiesa Cattolica, l’essere umano è tale, creatura e dono di Dio, fin dal concepimento. Dopo il quale l’embrione comincia la sua avventura così ben descritta dalla poetica di Mariangela Gualtieri, quando sembra ricordare quei primissimi istanti di vita nel grembo – «grande arca» – della madre. «La mamma – scrive la poetessa – era la mia casa allora / una tana, un guscio, un enorme noce / di latte. Una patria in cui stavo / rannicchiata» (1).

Più volte nel corso delle lezioni ho chiesto l’intercessione di Madre Teresa per avere lo stesso sguardo mistico, la stessa percezione del Mistero di Dio nelle fibre infinitesimali di quei gameti che unendosi generano la vita di un uomo o di una donna. Senza una tale disposizione d’animo non riusciremo a cogliere la reale posta in gioco di una materia come la Bioetica. Madre Teresa sapeva che non v’è differenza fra la cura per un singolo embrione umano e il rispetto per l’umanità intera.

Nel suo discorso pubblico, quando ricevette il Premio Nobel per la Pace, nel 1979, la Madre osò pronunciare parole forti mettendo in relazione il tema dell’aborto con la pace mondiale. «I feel one thing I want to share with you all, the greatest destroyer of peace today is the cry of the innocent unborn child. For if a mother can murder her own child in her own womb, what is left for you and for me, to kill each other?» (2). Se dunque nemmeno il grembo di una madre è più un luogo sicuro, se non v’è pace e rispetto lì dentro, se arrivo a mettere le mani e compromettere la vita anche là dove la si concepisce, come potrò garantire la pace nel mondo di fuori? «Se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

È però difficile parlarne, creare i contesti per una comunicazione densa e profonda sul mistero della vita nascente. Non si tratta di un’ideologia, di un colore politico o religioso, ma della vita, dal suo naturale inizio. «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla», scrive Orianna Fallaci nel suo Lettera a un bambino mai nato, quando da voce a quel dialogo segreto tra la madre e il frutto del suo grembo. «Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi».

Vorremmo tradurre questo libro in cambogiano. Per offrire uno strumento che aiuti a comprendere più a fondo il mistero della maternità e di quel dialogo interiore tra una madre e il suo bambino. «V’è un che di glorioso nel chiudere dentro il proprio corpo un’altra vita, nel sapersi due anziché uno» – dice la madre nel racconto. Ed è struggente quando chiede scusa per aver detto al suo bambino, in un momento di fatica, «potrei buttarti via»!

Rimangono insuperate le pagine in cui descrive le trasformazioni della creatura che porta nel grembo…. «il numero delle tue cellule sanguigne è aumentato, e tutto procede a una velocità pazza: l’impalcatura delle tue vene è ormai visibile… Ma quel che mi esalta di più, bambino mio, è che ti sei fatto anche le manine. Ti si vedono ormai bene le dita… Così minuscolo, neanche un centimetro e mezzo, così lieve, neanche tre grammi… A me sembra addirittura impossibile che tutte queste cose siano successe nello spazio di poche settimane… Quanto lavori, bambino! … Chi ha detto che sei materia inerte, quasi un vegetale estirpabile con un cucchiaio? Se voglio liberarmi di te, sostengono, questo è il momento. Sono pazzi»!

Il racconto però termina con un aborto spontaneo. E la rimozione del feto. «Non voglio che ti strappino con il cucchiaio, per gettarti nella pattumiera tra il cotone e le garze». «Ma io ti perdono mamma», si sente dire la madre da una voce immaginaria. Il libro resta controverso, eppure è anche e soprattutto un documento struggente sul mistero della vita nascente e sulla sua origine, spesso appellata con la parola “nulla”. La Fallaci non era credente, mentre noi sì! Sembra a tratti prendersi gioco della dottrina e della sacralità della vita. E nondimeno la madre del libro non smette di parlare con il suo bambino. È dunque un libro che va letto, non per schierarsi, ma per riflettere.

 

1.M. Gualtieri, Le giovani parole, Torino 2015, 39.

2. «Sento di voler condividere con voi ancor una cosa, il più grande distruttore della pace oggi è il grido dei bambini innocenti non-nati. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa rimane a me e a te per non ucciderci gli uni gli altri?».