AL DI LA’ DEL MEKONG
Spiriti nella pace

Spiriti nella pace

Cercavo con l’intensità dello sguardo, in piedi accanto alla salma, fissandone il volto, di consegnare a Rany non cristiana, il messaggio della risurrezione di Cristo. Volevo che anche quel momento e quel corpo fossero carichi della grandezza di Dio che è Padre

«Sei tu, Signore, che mi dai la tua forza (…)
Io da me non saprei: tu m’hai insegnato
dei miei giorni corti puoi fare un’eternità» (1)

Anni fa avevo utilizzato queste parole, del poeta italiano Carlo Betocchi, per ricordare la morte prematura di un nostro alunno, Saet-Alberto, chiedendo al Signore di trasformare quei suoi «giorni corti» in un’eternità. Oggi ho ripreso quegli stessi versi per accompagnare Rany, anche lei prematuramente scomparsa alcuni giorni fa, in seguito ad un incidente stradale. Se conoscevo molto bene Saet, ché apparteneva alla prima annata di studenti, non conoscevo Rany, ché invece apparteneva alla decima annata di studenti e le mancava ancora un anno per completare il ciclo di studi verso la maturità. Hanno voluto comunque avvisarmi della sua scomparsa e mi sono precipitato perché dacché è cominciata l’avventura della scuola, la prima costruita, anche se ora vivo da tutt’altra parte e sono impegnato in altre scuole, la vita di tutti quegli alunni, annata dopo annata, ancora mi riguarda. Come se, pur senza conoscerci, fossimo parte di una stessa storia di salvezza. Attraverso la scuola.

Alla guida della sua moto, con la sorella minore seduta dietro, Rany è stata investita da un’altra moto guidata da un giovane, in sella con un amico, forse brilli, sopraggiunti zizzagando, lungo una strada sterrata che avrebbe dovuto condurre Rany a casa della nonna. Dopo l’impatto, Rany è morta sul colpo lasciando la sorella ferita ma non in modo grave. Quanto ai giovani, feriti entrambi, sono anch’essi scampati allo schianto. Solo Rany non ce l’ha fatta.

Quando sono arrivato a casa sua, lei era distesa nella bara, non ancora chiusa. Il suo corpo era ben composto, il viso pulito, l’espressione delle labbra serena. Bella fuori e, mi hanno detto, bella anche dentro. Sempre al primo posto nei risultati scolastici, avrebbe voluto proseguire gli studi in ingegneria, ma altro è successo. Mi sono inginocchiato e, offrendo tre bastoncini di incenso, ho chiesto al Signore di trasformare quei «giorni corti» in un’eternità.

Sul corpo di Rany, all’altezza delle mani avevano sistemato un libro. Ne vedevo la copertina e cercavo di leggerne il titolo. Sulle prime non capivo, i caratteri della lingua Khmer mi sembravano incomprensibili, come di una parola che non avevo mai incontrato prima. Infatti, aguzzando lo sguardo, ho notato poco sotto i caratteri khmer, una scritta in Inglese. Si trattava del titolo originale del libro, “The power”, il potere. Tradotto in Khmer, avevano mantenuto il titolo traslitterandolo in caratteri cambogiani. Ho chiesto alla mamma. Era il libro che Rany stava leggendo in quegli ultimi giorni. Penso si trattasse di un testo di self-empowerment, per acquistare fiducia in se stessi ed avere successo nella vita. Sono titoli che vanno a ruba tra i giovani che vogliono essere protagonisti del proprio futuro e avere “potere” sulla propria vita. Rany avrebbe certamente avuto successo, ma altro è successo!

Andarsene da questo mondo in modo così improvviso e tragico lascia inquieti tutti. La gente comune crede che lo spirito della persona defunta tragicamente non sia sereno e vada placato. Nei prossimi giorni sarà necessario andare nel luogo dell’incidente dove si ritiene che lo spirito ancora si aggiri smarrito e, con un rito celebrato da uno o più monaci, lo si dovrà invitare a fare ritorno presso la casa di quando era in vita. Si continuerà a fargli compagnia per sette giorni, con veglie e nenie. Solo al termine dei sette giorni lo spirito se ne andrà consapevole ormai di appartenere al regno dei morti. La religione serve a gestire questi passaggi, importanti. Perché la morte non è mai sorella. E se arriva improvvisa e tragica, lascia dietro di sé solo “spiriti senza pace” (2).

Cercavo con l’intensità dello sguardo, in piedi accanto alla salma, fissandone il volto, di consegnare a Rany non cristiana, il messaggio della risurrezione di Cristo. Volevo che anche quel momento e quel corpo fossero carichi della grandezza di Dio che è Padre. Volevo andarmene lasciando una luce, uno sguardo non mio che impreziosisse quella vita e quella morte. Di cosa avrebbe avuto bisogno Rany «per essere “presa” dallo sguardo di Cristo?» (3). E dal vero potere, quello della Sua risurrezione?

Io stesso mendicante di quello sguardo, introdotto nella storia da un uomo, Gesù di Nazareth, che ad una madre qualsiasi, guardando al figlio morto, disse: «Donna non piangere! E accostatosi toccò la bara, … “Giovinetto, dico a te, alzati!”» (Lc 7, 12-13).

Sia così anche per Rany, nostra alunna e nostra figlia. Possa il suo spirito riposare nella pace.

 

1. C. Betocchi, Del definitivo istante. Poesie scelte e inedite, Milano 2000, 90.
2. Cfr. Su Tong, Spiriti senza pace, Milano 2000. Da leggere per capire nella cultura del oriente di influenza cinese che fine fanno le anime dei defunti quanto persino le gerarchie celesti si dimenticano di assegnare loro il posto giusto e sono costrette a vagare nei cieli, sospese tra ipotesi di inferno e paradiso.
3. J. Carron, Il brillìo degli occhi, Milano 2020, e-book, pos. 716.

Foto: Flickr / Anthony Tong Lee