AL DI LA’ DEL MEKONG
Una o più religioni

Una o più religioni

Vivere in contesti dove religioni diverse coabitano, può confondere, generando indebiti sincretismi, oppure può suggerire un modus vivendi che sappia fare sintesi fra le esperienze e le fedi, fino ad abbracciare e l’una e l’altra

«Non vedo contraddizione tra il buddismo e il cristianesimo…» Thomas Merton (1)

C’è una signora che si chiama Chantha. Cattolica da sempre, spesso confessa peccati che per me non sono tali, per questo ne parlo. Se fossero peccati, non mi azzarderei a scriverne perché verrei meno all’obbligo del segreto confessionale. Si tratta invece di scrupoli che provengono dal suo cuore troppo puro.

Abitando in un contesto a maggioranza buddista, come tutti i cristiani da queste parti, Chantha viene spesso invitata a partecipare a riti buddisti in pagoda o a casa di amici. Deve andarci, se non altro per correttezza nei confronti di chi la invita. Può trattarsi di benedizioni particolari, dell’inaugurazione di una nuova casa, di un funerale o di un matrimonio. Il problema è che partecipare a questi riti può significare a volte compiere gesti che la tradizione cambogiana prescrive per i credenti buddisti. Va da sé che è raccomandato compierli perché il non farlo diventa imbarazzante e offensivo sia sotto il profilo religioso che umano. Come partecipare ad una festa e non sorridere mai!

Immaginate la scena, si è circondati da decine di cambogiani che fanno le loro cose secondo la tradizione. Quando viene il vostro turno non potete certo stare lì impalati in mezzo alla scena senza fare niente. Dovete piuttosto seguire la prassi e vivere quei riti e quei gesti con consapevolezza. Ma è esattamente a questo punto che Chantha sente stridere dentro di sé la propria fede in Cristo con il gesto che sta compiendo. Uno fra tutti per esempio, l’atto di riverenza verso i monaci, spesso presenti durante questi riti. Lei lo sente come “peccato” e lo confessa. Gli ho più volte detto che si tratta solo di rispetto e che so quanto, in cuor suo, ami solo Gesù Cristo. Eppure le mie parole non bastano, a lei sembra di «tradire Gesù». Allora ascolto la sua confessione, l’assolvo, ma anche la esorto a partecipare ancora, nel caso di altri inviti perché è importante non lasciarsi emarginare. Sarebbe davvero ingeneroso sottrarsi a queste occasioni, ne va della vita sociale delle persone.

In realtà però il problema non è semplice e comprendo bene il subbuglio nella coscienza di Chantha, peraltro molto devota e fedele all’Eucarestia. È possibile o meno appartenere a due tradizioni religiose, frequentare due templi, amare due Maestri, onorare due o più divinità?

Da tempo la teologia parla di «doppia o multipla appartenenza religiosa». Vivere in contesti dove religioni diverse coabitano, può confondere, generando indebiti sincretismi, oppure può suggerire un modus vivendi che sappia fare sintesi fra le esperienze e le fedi, fino ad abbracciare e l’una e l’altra o più, delle varie religioni presenti.

L’esperienza di alcuni missionari in Cambogia registra un dato comune: per molti cambogiani una sola fede non basta e, a seconda delle circostanze e dei problemi, è normale ricorrere a più divinità, spinti dalla speranza che almeno una risponda!

Ho chiesto a due giovani donne cambogiane, Sray Lay e Khana, se anche per loro, come per Chantha, sporgersi verso qualsiasi altra tradizione religiosa significa «tradire Gesù» oppure, come per il grande monaco Thomas Merton, è possibile progredire verso una comprensione mistica di ogni fede fino a far interagire in modo complementare l’identità cristiana e quella buddista. Sappiamo che Merton, al culmine della sua ricerca spirituale, non sentiva più contraddizione tra il buddismo e il cristianesimo. Ma quanti possono raggiungere un simile traguardo? Qui non voglio affrontare la questione sotto il profilo teologico, circa la verità di Dio, quanto da un punto di vista dell’esperienza credente.

Perché nel cuore puro e sincero di Chantha che teme di «tradire Gesù», rintraccio un particolare elemento di discernimento che chiamerei “pudore”. Il pudore di voler e poter appartenere solo a un’esperienza, a un Maestro, a un Dio. Fossero anche molte le divinità, si potrà fare tesoro di tutte, ma alla fine la coscienza stessa esige una rettitudine che si traduce in un darsi totalmente a un solo Dio. Diversamente, il presentimento di non essersi donati totalmente accrescerebbe la delusione. E sarebbe ancora la coscienza a segnalare questa ritrosia, questa parzialità, come una vita a metà.

Sray Lay e Khana si sono convertite entrambe al cristianesimo, dopo essere cresciute in un contesto buddista. Mi testimoniano che «la fede non è una dottrina ma un amore» e che quel Dio che le ha chiamate, le sente, le desidera, le vuole come Sue spose. «Egli è un Dio geloso» (Es 34,14).

Si stanno preparando alla professione semplice nella congregazione delle Amanti della Croce e questa avventura nuziale, divina, eterna se da una parte ha certamente a che fare con un “vuoto”, tanto caro alla spiritualità buddista, dall’altra è mosso da «un’agire non nostro». Qualcosa di simile a quello che racconta il poeta R. Barsacchi. «Sei entrato in me / senza fartene accorgere, come da una porta socchiusa / il delicato amante che rimane alle spalle / per non turbare il sogno che lo sogna / ma sei vivo, più vivo / dell’assente invocato… Ti presagisco nella / perplessità d’ogni amore… nello sguardo che varca la veduta…» (2).

 

1. Citato in M. Nicolini-Zani, «‘Imparare in profondità dall’esperienza buddhista o induista’. L’itinerario di Thomas Merton in dialogo con le spiritualità orientali», in Archivio Teologico Torinese 26:1 (2020), pp. 155-178.

2. R. Barsacchi, Marinaio di Dio, Firenze 1985, p. 712.

Foto: Flickr / Bryon Lippincott