Dall’Ecuador all’Asia, don Francesco donato due volte

Dall’Ecuador all’Asia, don Francesco donato due volte

Partito dall’Italia nel 1998 come missionario fidei donum in Ecuador don Rizzo si è incardinato nella diocesi di Ibarra. Che a sua volta l’ha inviato come proprio missionario in Bangladesh, nella diocesi di Sylhet. «Sono al servizio di comunità piccole ma vivaci. Ai ragazzi cerco di trasmettere la bellezza dello stare insieme nel nome di Gesù»

 

Dall’Italia all’America e dall’America all’Asia. La vita missionaria di don Francesco Rizzo, abbraccia tre continenti. Tutto grazie a un vescovo, monsignor Giuseppe Casale, che spinse un giovane prete a volare alto. “Monsignor Giuseppe Casale mi ha ordinato sacerdote a Foggia, nel 1998, e appena 4 mesi dopo mi ha inviato come sacerdote “fidei donum” in Ecuador, dove l’arcidiocesi di Foggia aveva aperto una missione diocesana”, racconta don Francesco. Là c’era don Valter Maggi – chiamato da tutti ‘don Dario’ – che alcuni anni prima aveva iniziato la presenza missionaria.

Dopo molti anni in Ecuador, don Francesco ha chiesto di rimanervi, entrando a far parte del clero della diocesi di Ibarra, dove don Dario, era diventato vescovo. E con questo pastore anche lui animato da un grande impeto missionario è nata l’idea di un’altra partenza, questa volta per conto della diocesi latino-americana come dono di un missionario alla piccola comunità cattolica del Bangladesh. Don Francesco, rientrato in vacanza nel salernitano nei pressi di Velia dove vive la famiglia per un breve periodo di vacanza, racconta questa sua nuova frontiera missionaria in un Paese dell’Asia dalla situazione molto critica dal punto di vista economico e sociale, anche se ha certamente compiuto grandi passi in avanti negli ultimi anni.

Qual è la realtà in cui oggi si trova?
«Nella regione in cui vivo, terra di piantagioni di tè, le condizioni economiche e sociali sono di una grande povertà, con situazioni di sfruttamento e discriminazione molto forti. I lavoratori delle piantagioni guadagnano un euro al giorno, non hanno casa propria, vivono in casette minuscole fatte di terra, senza corrente elettrica nè acqua corrente. In molti casi, per andare a scuola i bambini devono camminare alcuni chilometri e, per le scuole medie e superiori, la situazione è ancora più difficile. Nei villaggi, immersi nel mare verde delle piantagioni di tè oppure sulle colline dove si coltiva la foglia chiamata pan e la noce di betel, si trovano anche i cristiani. Comunità piccole ma vivaci. La fede dà loro una speciale gioia interiore, desiderio di aiutarsi reciprocamente, preoccupazione per lo studio e la formazione dei figli».

Che realtà differenti ha notato tra Ecuador e Bangladesh, socialmente e spiritualmente?
«L’Ecuador, ha certamente varie problematiche sociali, economiche, spirituali, e c’è un grande lavoro pastorale da fare, ma è un Paese cristiano. I Cattolici sono circa il 94%. In Bangladesh i cristiani sono meno dello 0,01%. La popolazione è nella sua gran maggioranza di religione musulmana. Una bella differenza! Siamo in una condizione di minoranza, una condizione che io, personalmente non avevo sperimentato prima. Un altro mondo».

Qual è il compito che le è stato affidato?
«Sono il rettore del seminario minore di Sylhet. Il mio compito è di stare con i ragazzi. Insegno a 50 studenti tra i 13 e i 16 anni. Sono i ragazzi semplici delle famiglie dei lavoratori del tè o dei coltivatori di pan. È una convivenza intensa. Loro mi vogliono bene e anch’io ne voglio loro. Attraverso i loro occhi imparo a conoscere la realtà di questa regione. Spero che siano toccati profondamente dall’esperienza della bellezza di questo nostro stare insieme nel nome di Gesù.
Nei prossimi mesi si inizierà la costruzione dell’edificio del Centro San Michele Arcangelo, a circa 20 chilometri dal Seminario. In questo luogo funzionerà un centro di salute e di formazione affidato alla nostra missione».

Quali le necessità materiali e spirituali son presenti in Bangladesh?
«Credo una delle principali necessità è che i ragazzi possano studiare e crescere. La Chiesa è molto impegnata in quest’opera, così come nel campo dell’assistenza medica e in altri aspetti sociali e caritativi. Questo lavoro è riconosciuto dalla società del Bangladesh che stima la Chiesa cattolica.
Nella regione di Sylhet, per esempio, sono una cinquantina le scuole sostenute dalla diocesi – grazie alla generosità di tanti benefattori – in diversi villaggi che permettono ai bambini e alle bambine di iniziare la loro formazione; così come le residenze per studenti e di scuole medie e superiori, nei centri più grandi».

Per seguire il lavoro di don Francesco è possibile seguire in rete il suo blog a questo link