AL DI LA’ DEL MEKONG
«Preghiere di riserva»

«Preghiere di riserva»

Improvvisamente tutti i miei studi, tutta la mia teologia, tutta la mia speranza per Hieng, si riversano e si condensano in quelle parole imparate dalle labbra di mia mamma e dalle suore che mi hanno preparato ai primi sacramenti

 

“Essere umani
fino a restare certi
tra la vita e la morte
d’un amore
che resiste allo scempio (…)”. (Enzo Fabiani)
Hieng ha 47 anni, è padre di tre figli, ed è affetto da una patologia cardiaca importante che gli crea difficoltà respiratorie, ma non solo. Qualche settimana fa l’aggravarsi della sua situazione e il rischio di un blocco renale lo hanno portato molto vicino alla fine. Subito dopo il ricovero mi hanno chiamato per avvisarmi: la situazione era grave ed avrebbe potuto precipitare da un momento all’altro. In genere, simili telefonate mi tengono sveglio per il resto della notte. Non c’è verso, non c’è pillola, non c’è preghiera. Ho aspettato la luce del sole e sono partito coprendo i 90 chilometri di strada che mi separavano da lui. Hieng non è ancora cristiano, ma da alcuni mesi si dice interessato al vangelo e alla vita della Chiesa, e vorrebbe andare a fondo prima che la sua vita affondi. Lungo il viaggio verso l’ospedale, un soliloquio non voluto sopraggiunge a rimproverarmi, “e se non arrivassi in tempo”, “perché non gli ho presentato Gesù prima, in modo più convinto?”, “si potrà ora amministrargli il battesimo?”.

Quando arrivo, Hieng è già assistito da Ming Sray, un angelo custode tutto fare, cuore pensante e orante della piccola comunità di Memot, città di provincia ad un passo dal confine con il Vietnam. Anche sua moglie è lì con lui, semplice e impotente, silenziosa e appartata, come chi vorrebbe chiedere ai medici sulla sorte del marito, ma non osa farlo perché un retaggio di povertà e anonimato pesa da generazioni sulle sue parole che rimangono inespresse e sovente diventano lacrime. Gli ospedali di provincia in Cambogia sono fatiscenti, spesso privi di mezzi, sporchi ed in balia della non curanza di chi tanto potrebbe avere una clinica privata al di là della strada. È una lotta impari, non si può fare nulla se non sperare di incontrare un medico comprensivo e competente. Come incrocio lo sguardo di Hieng, capisco che è grave. In casi simili, senza una tradizione cristiana alle spalle e nell’aria, senza una suora d’intorno, senza l’armamentario cattolico a portata di mano, fatto di rosari, immagini sacre e unzioni sante, non si sa mai cosa fare e cosa dire. L’ambiente pubblico è estraneo alla fede cristiana, non ci incoraggia, anzi ci lascia senza appigli sotto gli sguardi di chi pensa che questo straniero giunto al capezzale del malato possa fare un miracolo o abbia in tasca la medicina giusta. A tutto ciò si aggiunge l’umano, troppo umano imbarazzo di fronte alla morte incombente che sempre ci azzittisce.

In realtà, dopo i saluti, le domande di accertamento, il racconto delle ultime ore trascorse e il pensiero sul da farsi, sento che dal fondo di tutto affiora subito qualcuno, sempre Lei, la Madonna. L’Ave Maria. Con Ming Sray decidiamo di recitare qualche decina del rosario nella speranza che anche Hieng possa sentire la potente intercessione di Maria, “nell’ora della nostra morte”. Il suo volto è semi coperto dalla maschera del respiratore il cui sibilo meccanico mette fretta alle nostre voci perché quelle parole cristiane possano arrivare lassù il più in fretta possibile. Dopo la titubanza degli inizi, andiamo avanti con la ferma certezza che tutto è implicato in quella preghiera: “il Signore è con te, tu sei benedetta … Madre di Dio prega per noi … adesso e nell’ora della nostra morte”. Improvvisamente tutti i miei studi, tutta la mia teologia, tutta la mia speranza per Hieng, si riversano e si condensano in quelle parole imparate dalle labbra di mia mamma e dalle suore che mi hanno preparato ai primi sacramenti. Sento vero quello che Charles Péguy confidava all’amico Joseph Lotte nel settembre del 1913, a proposito dell’Ave Maria. È una preghiera “di riserva. Non ce n’è una in tutta la liturgia che il misero peccatore non possa dire veramente. Nel meccanismo della salvezza, l’Ave Maria è l’estremo soccorso. Con questo non ci si può perdere”. Che bello poter contare su un mondo così tanto interiore quanto eterno, spirituale e carnale insieme, “infinità finita” direbbe Emily Dickinson.

Anche lo scorso anno con la mia mamma avevo vissuto qualcosa di molto simile. Nei suoi ultimi istanti di vita, mentre ero al suo capezzale pregavo per lei l’Ave Maria, incessantemente, fino alla fine. Un’Ave Maria dopo l’altra, a formare i gradini di una scala che avrebbero portato la mamma lassù in Cielo. Lo scorso anno con lei, ora con Hieng, seppur sostenuti dalla fede, percepivo con lo sguardo la loro radicale solitudine. Vedevo la mamma sola, anche se noi figli gli eravamo vicini. Vedevo Hieng solo, anche se aveva la moglie accanto ed io stavo pregando per lui. Per quanto accompagnati dai nostri cari, siamo soli e tutto ha una sua solitudine. “Ha una sua solitudine lo spazio, / Solitudine il mare – scrive Emily Dickinson – E solitudine la morte – eppure / Tutte queste son folla / In confronto a quel punto più profondo, / Segretezza polare, / Che è un’anima al cospetto di se stessa: / Infinità finita”. Spero e credo che nell’istante in cui la nostra anima si troverà al cospetto di se stessa, non sia lasciata sola, ma abbia “davanti – scrive ancora Emily – il bianco vessillo dell’eternità / E Dio ad ogni porta”.

Nei giorni successivi Hieng si è miracolosamente ripreso. Non esitiamo a considerarlo un miracolo e per questo siamo riconoscenti. Nel viaggio di ritorno in macchina chiedevo esattamente la grazia della guarigione. Parlavo al Signore ad alta voce, supplicandolo di non lasciarci soli, di non compromettere i primi passi di una Chiesa così giovane e piccola. Nella messa di ringraziamento, celebrata qualche giorno fa dopo le dimissioni di Hieng dall’ospedale, ho detto alla mia gente, accorsa numerosa, che Dio, il Padre di Gesù, ascolta le nostre preghiere. Al contempo però ho voluto ribadire che la fede vive, sì, della presenza di Dio, ma si lascia anche scavare soprattutto dalla Sua assenza. E se ora ringraziamo Dio perché in Hieng ci ha parlato da Padre, ci ha guariti e incoraggiati, dovremo un giorno poterlo credere e amare anche nel Suo silenzio. Dio lontano, distratto, dimentico di noi. Verrà infatti “l’ora della solitudine / dell’inquieta veglia (…) – scrive Donata Doni. Quando “non c’è Angelo che ti conforti, / non c’è cuore che lo senta. / I fratelli, gli amici, le persone / che ti vogliono bene / sprofondano in abissi remoti. Tu sola col tuo dolore (…) Non formuli neppure una preghiera (…)”. Eppure – continua la poetessa – “Se tu dicessi “Padre”, forse / il cuore di pietra si scioglierebbe”.

Nella concitazione di quei giorni Hieng mi ha detto di aver fatto una promessa a Dio e cioè che se fosse uscito salvo da questa ennesima crisi, avrebbe accolto di buon grado il battesimo, lui e sua moglie. In realtà gli ho detto di aspettare per non cadere nel pericolo di un certo automatismo che alla fede fa corrispondere subito l’attesa-pretesa di un certo benessere fisico o economico. Quello che è successo deve solo farci pregare di più, nel modo più semplice possibile, con più generosità e passione. Pregare significa vivere nella possibilità che tutto accada in Dio. Come per Péguy che pregando ai piedi della Vergine di Chartes, si sentiva nel «luogo del mondo dove tutto diviene facile, (…) Ciò che dappertutto altrove è solitudine / qui non è che un vivace e forte germoglio” – scriveva il poeta francese. “Ce ne han dette tante, Regina degli apostoli, / abbiamo perso il gusto per i discorsi / non abbiamo più altari se non i vostri / non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice”. Da questa “preghiera semplice” si ricominciamo ogni giorno.

È bello pensare che al cuore della preghiera cristiana vi siano un’Ave Maria e un Padre Nostro. Sono così alla portata di tutti e di una tale immediatezza che sgorgano spontanee, naturali. Come per tante vecchiette nelle nostre parrocchie che, “aggrappate al loro inginocchiatoio come ad una scala di Giacobbe in miniatura” – scriveva André Frossard – hanno sostenuto il mondo e preservato la fede per secoli. “Era proprio grazie alla fedeltà preservata attraverso le generazioni da vecchiette come quelle – conclude Frossard – che avevo trovato, al momento prestabilito, una religione intatta. Provavo così un profondo slancio di gratitudine verso di loro e verso tutti quelli che avevano salvaguardato la fede (…) per me”. Grazie, buon cammino!